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Redazione GdA
Leggi i suoi articoliDavid Černý lavora sull’inquietudine dello spettatore. Le sue sculture non cercano consenso, né ammirazione. Cercano confronto. Disturbano la percezione quotidiana e aprono domande sulla violenza e sul potere. Alla 61ª Biennale di Venezia, Černý presenta la sua prima mostra personale in città: «ARTOCALYPSA», in programma dal 6 maggio al 6 novembre 2026 presso il Teatro dell’Arte (NuoveFondamenta).
Tre decenni di carriera raccontati in uno spazio immersivo, dove immagini, suoni e movimenti creano un flusso continuo di confronti e dissonanze. Carri armati rosa che schiacciano figure umane, macchinari bellici monumentali, figure meccaniche rotanti: l’osservatore non può restare indifferente. Tecnologia e violenza convivono; ingegno e distruzione si confrontano. La violenza diventa «in transito», dimensione intrinseca della civiltà contemporanea.
Černý non ama essere chiamato artista. Preferisce «scultore». Il suo obiettivo è sorprendere e destabilizzare. Le sue opere si pongono spesso in posizione apertamente polemica nei confronti del panorama politico della Repubblica Ceca, guadagnandogli fama e nemici. La notorietà inizia proprio così, nel 1991, quando dipinge di rosa il Monumento ai Carristi Sovietici di Praga, aggiungendo un dito medio alzato sulla torretta. L’intervento provocò l’arresto, poi seguito da un sostegno insolito: dodici membri del Parlamento dipinsero a loro volta il carro armato, dimostrando solidarietà.
Tra le opere più note, «Tower Babies» raffigura bambini giganti senza volto che si arrampicano sulla Žižkov Television Tower, trasformando la città in un teatro surreale; e «Shark» (2005), il corpo di Saddam Hussein immerso in una vasca di liquido – opera che provocò rifiuti e polemiche internazionali, evocando la celebre «The Impossibility of Death in the Mind of Someone Living» di Damien Hirst. In «ARTOCALYPSA», Černý ripercorre questi temi attraverso opere storiche e nuove realizzazioni. Le sculture di armi, da «Guns» (1993) a «Nuke Chair» (2025), esplorano la bellezza e il design del potere distruttivo. La poltrona cinetica in pelle bruciata, accostata a una scultura a forma di fungo atomico, mette in contrasto comfort domestico e catastrofe nucleare. Le serie Inventors/Scientists (2013–2016) ritraggono figure chiave come Leonardo da Vinci, Wernher von Braun e Robert Oppenheimer, esplorando l’ambivalenza dell’innovazione: creare per costruire o per distruggere.
Una nuova installazione video a doppio schermo mostra la genesi della violenza umana: una scimmia che colpisce il suolo con un osso – primo strumento di guerra – contrapposta a una portaerei che avanza verso lo spettatore, evoluzione tecnologica delle armi. In tutte queste opere, immagini familiari vengono presentate in modi inattesi, con umorismo nero ed esagerazione, invitando il pubblico a riflettere su come violenza e potere siano radicati nel nostro immaginario quotidiano.
La poetica di Černý si inscrive nella tradizione dell’assurdo centro-europeo. L’ironia, il grottesco e l’assurdo diventano strumenti di critica politica e sociale. Il gigantismo è antimonumentale: non celebra, dissacra. Il monumento tradizionale glorifica; Černý provoca, destabilizza, smonta narrazioni consolidate. Ispirandosi al Surrealismo, accosta elementi incongrui e logiche oniriche per rendere visibile ciò che normalmente sfugge: le contraddizioni del potere, la fascinazione sociale per le armi, la violenza quotidiana. Il suo lavoro dialoga con artisti contemporanei e movimenti storici, senza mai perdere la propria voce. Con Maurizio Cattelan condivide l’irriverenza e la satira politica. Con Erwin Wurm il legame è nell’umorismo grottesco e nella deformazione di corpi e oggetti. Con Ron Mueck, Černý condivide l’uso del gigantismo, ma mentre Mueck punta all’iperrealismo e all’introspezione, Černý mira a provocare e scuotere con la scala monumentale. Tony Cragg esplora la fluidità e l’evoluzione della forma; Černý ne sfrutta la frammentazione meccanica per smascherare il potere e la società. Claes Oldenburg ingigantisce oggetti banali per trasformarli in icone; Černý li trasforma in simboli di minaccia e assurdità.
Come riferisce lui stesso: «Le armi mi hanno accompagnato per tutta la vita come un fenomeno centrale e inevitabile. Rappresentano il vertice assoluto del progresso tecnologico umano, ma incarnano anche la dimensione più distruttiva della nostra esistenza. Nell’attuale clima di tensione politica e ansia collettiva, quasi ogni crisi globale porta con sé la minaccia latente di conflitto armato e violenza. Nel mio lavoro, le armi non sono semplici oggetti, ma specchi che riflettono potere, paura, ambizione e lo stato mutevole dell’umanità stessa». E anche in ARTOCALYPSA l’arte diventa specchio critico. Monito visivo, esperienza immersiva e riflessione sulla violenza, il potere e il gigantismo della storia contemporanea.