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Incontri interculturali: Jack Lang, alla guida dell’Institut du Monde Arabe (al centro), insieme al presidente Macron, in Arabia Saudita lo scorso anno

© Ludovic Marin/Pool/Afp via Getty Images

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Incontri interculturali: Jack Lang, alla guida dell’Institut du Monde Arabe (al centro), insieme al presidente Macron, in Arabia Saudita lo scorso anno

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Decentramento del soft power: nuove dinamiche culturali tra Europa e Arabia Saudita

Le collaborazioni culturali tra Paesi europei e Medio Oriente vedono sempre più gli Emirati come principali promotori di iniziative e diplomatiche globali. Lasciando in difficoltà enti come l’Institut du Monde Arabe di Parigi

Dale Berning Sawa

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Da dicembre 2024 i Governi francese e britannico hanno avviato importanti negoziati per investimenti culturali con l’Arabia Saudita. Gli accordi che ne sono scaturiti sono stati accolti con favore da entrambe le parti della Manica, poiché sono innegabilmente opportunità reciprocamente vantaggiose. Tra un totale di dieci accordi, il ministro della Cultura francese Rachida Dati ha confermato il contributo di 50 milioni di euro (52,5 milioni di dollari) della Commissione Reale per AlUla, in Arabia Saudita, al prossimo restauro del Centre Pompidou. Sono stati firmati altri contratti di consulenza culturale, tra cui una partnership con il Grand Palais del valore di 23 milioni di euro in cinque anni, che consolida il sostegno francese alle nuove istituzioni culturali saudite. Il Ministero della Cultura ha descritto queste partnership come «testimonianza del livello di riconoscimento internazionale che viene dato alla competenza e all’eccellenza culturale francese».

Il primo ministro britannico, Keir Starmer, nel frattempo ha confermato una prima partnership tra Historic England e la Commissione per il patrimonio saudita. Una seconda vedrà il Department for Culture, Media and Sport del Regno Unito e il Dipartimento saudita per gli affari e il commercio collaborare con la Commissione reale per AlUla per cinque anni. Lisa Nandy, segretaria alla Cultura del Regno Unito, ha affermato che questi accordi «evidenziano l’influenza globale dei settori della cultura e del turismo del Regno Unito».

In sintesi, una vera e propria miniera d’oro di soft power, con un notevole spostamento verso gli investimenti sul territorio saudita. Questo cambiamento è evidenziato da un’istituzione in particolare, l’Institut du Monde Arabe (Ima) di Parigi, che non ha beneficiato di questi recenti negoziati. A metà dicembre, Jack Lang, l’ex ministro della Cultura francese che presiede l’Ima dal 2013, avrebbe scritto al ministro della Cultura saudita, Badr Bin Abdullah, ricordandogli che l’istituto ha curato «la prima e unica mostra su AlUla» e che lui personalmente ha lavorato come consulente per la Commissione Reale per AlUla, un megaprogetto di cui dice di aver discusso «per dieci anni, da molto prima di chiunque altro». 

Cofondata nel 1980 dal Governo francese e da 19 Nazioni della Lega Araba, l’Ima si descrive come «un’istituzione culturale francese dedicata al mondo arabo». Il grandioso edificio progettato sul lungosenna da Jean Nouvel ospita mostre, conferenze, concerti, proiezioni di film e, dopo la donazione di oltre 1.300 opere da parte dei collezionisti Claude e France Lemand nel 2018, una delle più grandi collezioni di arte araba moderna e contemporanea in Occidente. La crisi petrolifera del 1973 aveva reso «necessario» l’Ima, come «una sorta di ponte di amicizia, come dice Lang, tra le civiltà araba e occidentale». Il suo status attuale mostra però chiaramente quanto siano radicalmente cambiate le prospettive diplomatiche.

Nel suo ultimo rapporto sulle finanze dell’Ima, pubblicato nell’ottobre 2024, la Cour des Comptes (il più alto organo di controllo della Francia, analogo alla nostra Corte dei Conti) sottolinea le continue difficoltà finanziarie e la diminuita influenza dell’istituto. L’Ima non è finanziato dal Ministero della Cultura francese, ma da quello degli Affari Esteri, con contributi tecnici da parte dei Paesi arabi membri. Tuttavia, Lang afferma che il contributo che l’Ima riceve, attualmente di «circa 13 milioni di euro», è fermo da 15 anni. Inoltre, il rapporto della Corte dei Conti francese evidenzia una mancanza di chiarezza da parte dello stesso Ministero degli Affari Esteri su quale sia il ruolo dell’Ima all’interno del suo apparato diplomatico e politico. Mentre continuano le donazioni filantropiche ad hoc, il rapporto della Cour des Comptes rileva anche che i contributi delle Nazioni arabe ai costi di gestione dell’Ima, come concordato all’inizio, sono praticamente cessati. Così come il loro interesse a dedicarsi alla sua gestione. Quando Lang è stato rieletto alla presidenza per un quarto mandato nel 2023, era l’unico candidato. Oz Hassan, esperto di relazioni internazionali e Medio Oriente presso l’Università di Warwick (Gb), spiega che, sebbene l’Ima sia stato fondato in un periodo in cui i rapporti tra Europa e Mondo Arabo erano caratterizzati da una «dipendenza reciproca», le sue difficoltà finanziarie riflettono un cambiamento fondamentale nell’equilibrio di potere. «Le Nazioni arabe non si affidano più all’Europa come mediatore della diplomazia culturale; stanno invece prendendo il controllo delle loro narrazioni e affermando la sovranità su come la loro cultura viene presentata a livello globale».

Questo, dice Hassan, segna un significativo decentramento del soft power: «I Paesi del Golfo stanno ora investendo molto nelle proprie iniziative culturali come parte di strategie più ampie per proiettare influenza e ridefinire la propria immagine globale. Il programma Vision 2030 dell’Arabia Saudita ne è un chiaro esempio, con ingenti risorse riversate in progetti nazionali come il distretto culturale di Diriyah e in partnership negli Emirati Arabi Uniti come il Louvre Abu Dhabi». Questo offre rendimenti sempre maggiori rispetto al sostegno a un’istituzione con sede a Parigi come l’Ima. Sottolineando la popolarità delle sue mostre temporanee e dei corsi in lingua araba, che registrano il tutto esaurito, Lang insiste sul fatto che l’Ima rimane «unica e intoccabile, con una lunga vita davanti a sé, con o senza di me». Nonostante questa combattività, gli interrogativi sull’attuale rilevanza dell’istituto sono inevitabili. Lo scorso anno, Hoor Al Qasimi, figlia del sovrano di Sharjah, lo sceicco Sultan bin Mohammad Al Qasimi, nonché direttrice dell’omonima fondazione e Biennale dell’Emirato, figura al primo posto nella Power 100 di «ArtReview». È un’ulteriore dimostrazione di quanto il soft power sia cambiato: gli Stati del Golfo sono ora motori di iniziative culturali e diplomatiche globali. «L’era in cui Parigi poteva fungere da piattaforma centrale per le relazioni arabo-europee viene gradualmente eclissata da un nuovo ordine in cui le potenze regionali plasmano il proprio futuro», conclude Hassan.

Dale Berning Sawa, 01 aprile 2025 | © Riproduzione riservata

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