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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliLe immagini digitali stanno assumendo un ruolo sempre crescente nelle arti visive e nella fruizione culturale. La città di Torino ospita un progetto che mette in relazione artisti, curatori, musei e istituzioni sull’argomento. Digital Visual 2025/26 nasce come un dispositivo diffuso di dialogo e ricerca capace di interrogare il rapporto tra pratiche artistiche, tecnologie dell’immagine e territorio. In incontri mirati presso atelier, musei e gallerie torinesi, due artisti e un curatore indagano assieme la trasformazione dei linguaggi visivi e delle relazioni nel sistema dell’arte. Il risultato atteso? Restituire in parte la complessità del sistema visivo contemporaneo. Per approfondire genesi, visione e prospettive dell’iniziativa, che è iniziata nel 2025 e si protrarrà nel 2026, proponiamo una riflessione a più voci con gli attori coinvolti: Francesca Referza, direttrice di Quartz Studio Torino, Paola Borrione della Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura e Lorenza Bravetta, direttrice del MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile; ai loro contributi si unisce quello del prof. Michele Cerruti But – Fondazione Pistoletto / Politecnico di Torino.
Francesca Referza – Quartz Studio Torino
Cosa ti ha spinto a mettere in moto una macchina così complessa e articolata come il progetto diffuso Digital Visual?
Le visite in studio con gli artisti sono sempre arricchenti, ma nell’ultimo anno e mezzo ho registrato un senso crescente di isolamento e di mancanza di riferimenti da parte degli artisti che ho incontrato. La richiesta più ricorrente era un bisogno di confronto critico sul lavoro e di riconoscimento del proprio percorso di ricerca in un sistema sempre più frammentato. Ho sentito quindi il dovere di rispondere con una proposta che rimettesse al centro la figura dell’artista, non solo come produttore di opere, ma come soggetto attivo di una comunità culturale. Digital Visual 2025/26 nasce con l’obiettivo di restituire una fotografia aggiornata del settore delle arti visive a Torino, attraverso una ricerca che ha anche una concreta ricaduta sul territorio.
Potresti spiegare cosa significa, per Quartz Studio, «Visuale Digitale» nel contesto delle arti visive contemporanee?
Il progetto prende spunto dal saggio della professoressa canadese Kate Eichhorn Content. L’industria culturale nell’era digitale (2023). Nel progetto, che da Torino si irradia verso altri centri del territorio, visuale e digitale sono aggettivi intesi come complementari: il primo fa riferimento alla dimensione fisica, il secondo alla sfera virtuale. Non sono poli contrapposti, ma elementi che concorrono in modo osmotico alla costruzione di un vocabolario visivo unico. In quale misura? Con quali compromessi alla luce dei cambiamenti innescati dai social media e dalla contrazione del mercato? Queste domande costituiscono il nucleo della ricerca di Digital Visual, che mira anche ad aggiornare la mappatura degli artisti visivi attivi oggi a Torino. Per Quartz Studio, Visuale Digitale significa anche tradurre questa ricerca in un archivio open source, capace di rendere disponibili i dati raccolti e di restituire in modo leggibile il peso specifico del settore.
Quale tipo di interlocutori e pubblico avete immaginato per il progetto?
Torino è composta da un caleidoscopio di attori culturali, ciascuno con un pubblico fortemente connotato per età, background e aspettative. L’obiettivo più ambizioso di Digital Visual è quello di favorire, attraverso un calendario condiviso, la creazione di nuovi pubblici grazie all’interazione tra istituzioni, spazi indipendenti e studi d’artista, rafforzando auspicabilmente la presenza del linguaggio visivo nella routine quotidiana. Questo processo può contribuire ad aumentare la conoscenza e la domanda di cultura visiva, riducendo divari culturali, generazionali e linguistici.
Quali sono i risultati attesi alla fine del progetto dal punto di vista di Quartz Studio?
La presa di coscienza di appartenere a un settore specifico, con un potenziale enorme che va ben oltre il mercato dell’arte in senso stretto. Il linguaggio visivo può svilupparsi in ambito sociale, educativo e relazionale, ma in Italia manca ancora una legislazione che valorizzi l’artista visivo al di fuori delle dinamiche di mercato. La soluzione non può essere quella di forzare gli artisti in ambiti creativi strumentali, ma di supportarne la ricerca libera, riconoscendone il contributo quando accettano incarichi specifici. In una società sempre più pervasivamente tecnologica, l’arte diventa una forma di espressione correttiva necessaria. Il rischio, altrimenti, è quello di disperdere un capitale prezioso per mancanza di adeguati strumenti giuridici ed economici.
Sara Enrico, «Tainted Lovers», 2023. Courtesy l’artista e OGR, Torino. Photo: Andrea Rossetti
Botto e Bruno, «Society, you’re a crazy breed», 2016. Courtesy gli artisti e Fondazione Merz
Paola Borrione – Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura
Quali sono gli ostacoli e le leve per la diffusione di progetti visual-digital nei musei, negli spazi indipendenti e sul territorio?
La diffusione di progetti visual-digital si inserisce oggi in una trasformazione profonda del rapporto tra immagine, tecnologia e spazio pubblico. Iniziative come Digital Visual non producono solo contenuti, ma attivano processi di apprendimento collettivo e di apertura verso il territorio, ridefinendo il modo in cui artisti, curatori e istituzioni si relazionano ai linguaggi emergenti.
Gli ostacoli principali riguardano una persistente carenza di digital literacy, l’elevato costo di manutenzione dei sistemi e la difficoltà nel reperire competenze specialistiche. A ciò si aggiunge la rapidità con cui i linguaggi visual-digital evolvono, mettendo sotto pressione modelli organizzativi spesso rigidi. Anche le politiche di finanziamento, pur avendo aumentato le risorse destinate al digitale, tendono a privilegiare l’acquisto di tecnologie rispetto alla costruzione di competenze e visioni strategiche di lungo periodo, generando interventi isolati e spesso poco sostenibili.
Un ulteriore limite è di natura culturale: il digitale viene talvolta interpretato come una semplice trasposizione tecnica, senza riconoscerne l’impatto sull’ontologia stessa dell’immagine. La ricerca contemporanea mostra invece come l’opera digitale sia spesso un processo, un codice, un comportamento visivo. Senza questo cambio di paradigma, le istituzioni faticano ad accogliere l’innovazione. Le leve risiedono allora nella capacità di concepire il digitale come un’ecologia culturale. Progetti come Digital Visual funzionano perché mettono gli artisti al centro dei processi di innovazione e costruiscono comunità di pratica capaci di generare competenze condivise, reti territoriali e valore culturale duraturo. La libera circolazione delle immagini, infine, può diventare una straordinaria leva di cittadinanza culturale e partecipazione.
Qual è il potenziale della visualizzazione digitale per la rigenerazione urbana o territoriale in Piemonte?
La visualizzazione digitale può diventare una leva di rigenerazione solo se inserita in politiche culturali e urbane di medio-lungo periodo. In un contesto policentrico come quello piemontese, può contribuire a rendere visibili geografie creative frammentate e a connettere pratiche emergenti, patrimoni diffusi e pubblici diversificati.
È però necessario evitare il rischio di una riduzione a strumento di marketing urbano. Il vero potenziale risiede nella dimensione relazionale e di processo. Quando il digitale diventa strumento di produzione culturale condivisa, inclusione e costruzione di competenze locali, progetti come Digital Visual possono agire come dispositivi strategici di rigenerazione.
Ruben Montini, «La Sacra Famiglia», 2025 (dettaglio). Courtesy dell’artista e galleria Gaburro, Verona/Milano. Photo: Nicola Morittu
Elisa Sighicelli, «Doppio sogno», 2018. Courtesy l’artista e Palazzo Madama, Torino
Lorenza Bravetta – Direttrice del MAUTO, Museo Nazionale dell’Automobile
In che modo il museo integra o sperimenta pratiche visual-digitali nell’allestimento, nella comunicazione o nell’interazione con il pubblico?
Integrare pratiche visual-digitali è oggi indispensabile per elevare l’esperienza di visita e raggiungere pubblici ampi e non necessariamente di prossimità. Non si tratta solo di aggiornare il linguaggio espositivo, ma di ridefinire la relazione tra oggetto, visitatore e spazio museale.
Progetti come «Motion – Videoarte in movimento» trasformano il ledwall in uno spazio espositivo a tutti gli effetti, mentre Convergenze mette in relazione la collezione storica con forme artistiche contemporanee. Le opere di Grazia Toderi, Artur Żmijewski e João Onofre non illustrano l’automobile, ma dialogano con essa sul piano culturale, politico e percettivo.
La stessa sensibilità attraversa «Spazio Futuro», che esplora nuovi scenari della mobilità attraverso immagini, dati e narrazioni visuali. Qui il visitatore è guidato tra futuri possibili grazie a scenari generati dall’intelligenza artificiale e personalizzati tramite card NFC, trasformando la visita in un’esperienza narrativa unica. A ciò si aggiunge l’apertura al mondo del gaming e degli e-sports, intesi come linguaggi culturali capaci di ampliare l’immaginazione e l’accesso alla collezione.
Per il progetto Digital Visual, quale potrebbe essere la sintesi tra arte visiva digitale e Museo dell’Automobile?
L’arte visiva digitale è un linguaggio maturo e perfettamente coerente con il percorso di contaminazione tra collezione storica e forme espressive del presente. L’automobile è un oggetto tecnico, ma anche un motore simbolico ed estetico.
Attraverso videoarte, realtà aumentata, simulazioni e ambienti immersivi, il digitale rende visibili aspetti altrimenti invisibili: dinamiche, flussi, immaginari e trasformazioni. In questa sintesi, l’automobile diventa un campo di sperimentazione in cui design, tecnologia e ricerca artistica si intrecciano.
Elena Mazzi, «En route to the South, moving architectures», 2017-2020. Realizzato in collaborazione con Rosario Sorbello. Courtesy gli artisti e Galleria Ex Elettrofonica, Roma. Photo: Francesca Cirilli
Ramona Ponzini, «Promenade - Reverse», 2023. Courtesy l’artista e Castello di Rivoli - Museo d'Arte Contemporanea. Photo: Giorgio Perottino
Contributo del prof. Michele Cerruti But – Fondazione Pistoletto / Politecnico di Torino
«La visualizzazione digitale sta ridefinendo il rapporto tra immagine e spazio costruito. Non si tratta di effetti scenografici, ma della possibilità di trasformare luoghi e comunità in spazi di riflessione critica. Progetti come Digital Visual hanno valore quando considerano l’opera, il contesto e la partecipazione come elementi inscindibili». Nel panorama torinese, Digital Visual 2025/26 si configura così come un punto di convergenza tra arte contemporanea, economia della cultura, museologia e tecnologia. Le prospettive di Quartz Studio, Fondazione Santagata e MAUTO delineano un progetto che interpreta l’immagine digitale non come strumento, ma come infrastruttura culturale capace di ridefinire la relazione tra arte, territorio e comunità.
Valentina Roselli, «Screen Mandala», 2014. Courtesy l’artista
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