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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliDal 15 gennaio la galleria David Zwirner, nella sua sede parigina di rue Vielle du Temple, nel Marais, presenta due mostre affiancate: «Josef Albers: Duets» e «Léon Spilliaert» (fino al 21 marzo). Due modalità radicalmente diverse di intendere l’immagine: da un lato, l’esattezza formale di Albers, dall’altro, l’introspezione e le atmosfere crepuscolari di Spilliaert.
Di Josef Albers (1888-1976), considerato uno degli iniziatori della Op Art, sono esposti dipinti e opere su carta dagli anni ’30 agli anni ’60, presentati in coppia per sottolineare il principio della «variazione», centrale nella sua pratica artistica. Opere simili cioè nella struttura compositiva, talvolta con modifiche minime nei rapporti cromatici o nelle proporzioni, ma che generano percezioni diverse. Questo lavoro di variazioni «su un medesimo tema offre un’esperienza tanto ricca e articolata quanto la musica di J. S. Bach. Una passione, quella per Bach, che Josef Albers coltivò fin dall’infanzia e che gli anni al Bauhaus contribuirono ad accrescere», sottolinea la galleria in un comunicato. Accanto a vari esempi della serie più nota, «Homage to the Square», iniziata negli anni ’50 e proseguita fino alla morte dell’artista, la mostra, nata in collaborazione con la Josef and Anni Albers Foundation, include lavori della serie «Variant» (o «Adobe»), ispirata alle architetture del Messico e del sud-ovest degli Stati Uniti, oltre che disegni giovanili, fotografie e lavori di serie meno note.
Al piano superiore, è presentata una selezione di autoritratti di Léon Spilliaert (1881-1946), artista che frequentò l’ambiente del Simbolismo belga, di cui i poeti Maurice Maeterlinck e Émile Verhaeren furono gli esponenti più noti. Se Spilliaert è conosciuto anche per i paesaggi costieri solitari, le scene notturne suggestive e gli interni silenziosi, una serie di autoritratti rappresenta una parte centrale, e probabilmente la più iconica e enigmatica, della sua produzione. Ne realizzò un numero relativamente elevato, circa quaranta. I volti sono allucinati, i chiaroscuri drammatici, le atmosfere inquietanti: in Spilliaert l’autoritratto diventa il genere pittorico per eccellenza per sondare gli stati d’animo e uno strumento di esplorazione psicologica. Le sue influenze spaziano da Edvard Munch a Fernand Khnopff, ma anche a Nietzsche e Lautréamont. Le prospettive infinite, le atmosfere essenziali, fatte di spazi vuoti e luci smorzate, «benché uniche nel loro genere», secondo Zwirner, e riconoscibili nel suo lavoro, mostrano una certa influenza dell’Espressionismo e del Surrealismo, ricordano Odilon Redon e sono spesso accostate a James Ensor, artista belga anche lui originario della città di Ostenda.
Léon Spilliaert, «Selfportrait in yellow», 1911. © Agnews Gallery, Brussels