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Nel Castello Sforzesco di Milano Leonardo visse e lavorò per quasi un ventennio nel suo primo soggiorno milanese. Tra il 1482, quando arrivò da Firenze, inviato al Duca di Milano da Lorenzo il Magnifico, e il 1499, quando Ludovico il Moro dovette fuggire, cacciato dai Francesi, Leonardo (da pittore, scienziato, architetto, inventore) realizzò un gran numero di capolavori, l’ultimo dei quali, incompiuto, proprio nel Castello, nella Sala delle Asse, salone d’onore degli Sforza. Fu l’ultimo perché, alla caduta del suo protettore e mecenate, lui dovette fuggire precipitosamente: come annotò lui stesso, «il Duca perso lo stato e la roba e la libertà e nessuna opera si finì per lui».
Leonardo aveva pensato di trasformare quel gran salone in un immenso pergolato sorretto da 18 alberi di gelso («morus» in latino, «morone» in antico lombardo, da cui l’attributo di Ludovico, che era sì bruno di carnagione ma che potenziò anche la coltivazione del gelso per alimentare la redditizia industria serica), i cui rami, intrecciati a corde dorate, salgono sulla volta dove formano una fitta cupola di verzura. E in alcuni punti, fra tronco e tronco, inserì scorci di paesaggio con piccoli paesi sulle colline: semplici abbozzi, schizzi, appunti visivi, scoperti nell’ultimo, annoso cantiere di restauro e presentati nel 2019, nel quinto centenario della morte di Leonardo. Rifinitissimo, invece, il superbo «monocromo» con le radici di gelso che s’insinuano tra le rocce: un vasto frammento sicuramente di mano di Leonardo (lo confermano alcuni suoi disegni), scoperto negli anni Cinquanta sotto le scialbature a calce sovrapposte nei secoli, quando il Castello diventò caserma e la Sala delle Asse scuderia.
Naturale che in occasione delle Olimpiadi e Paralimpiadi Milano Cortina 2026 la città abbia voluto aprire eccezionalmente il cantiere di restauro della Sala ad alcuni visitatori (non più di otto alla volta, e solo su prenotazione, per ragioni di conservazione e per non intralciare il restauro che, come ha annunciato l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, si prevede sarà concluso nella primavera del 2027). Si tratta del resto di un’esperienza per palati fini, che non può per sua natura essere di massa, e non solo perché la sala è tuttora occupata dai ponteggi (ma la salita è agevole) ma perché, oltre al «Monocromo», ciò che si vede stando a un palmo dalla pellicola pittorica delle lunette, va ancora «ricucito» dai restauratori, che hanno alleggerito, a più livelli di pulitura, gli strati di pittura dei restauri precedenti, mentre sulla volta stanno rimuovendo le efflorescenze saline.
Eppure, si tratta un’esperienza ben più emozionante di quanto si potesse supporre, poiché sotto la ridipintura tardo ottocentesca del padiglione vegetale, realizzata da Ernesto Rusca con i metodi spicci di allora, e poi ripresa negli anni ’50, come ci dice Fiorella Mattio (curatrice del programma leonardesco, con Irene Scarcella e Luca Tosi), «si è scoperta una quantità di pittura originale superiore anche a quella che era sopravvissuta nell’”Ultima Cena”. Si tratta ora di trovare il giusto punto d’equilibrio tra ciò che resta e ciò che si può integrare».
Il cantiere di restauro (promosso dalla Direzione Cultura del Comune di Milano, guidata da Domenico Piraina, e realizzato grazie a Fondazione Cariplo) si aprirà ai visitatori dal 7 febbraio al 14 marzo, dal mercoledì al venerdì dalle 12,30 alle 17,30, il sabato dalle 9 alle 17,30, come si diceva, solo su prenotazione (adartem.it).
Già oggi, 21 gennaio, si apre invece nella Pinacoteca del Castello la nuova, bellissima sala «Intorno a Leonardo» (Sala XXI; la visita è inclusa nel biglietto), che contestualizza la presenza di Leonardo a Milano attraverso gli artisti della sua bottega e quelli che, come spiega Francesca Tasso, direttrice dei Musei del Castello, «reagirono, ognuno a suo modo, all’incontro dirompente con lui». In un allestimento che allude con grande eleganza e asciuttezza agli spazi di un antico palazzo, con nuove didascalie esplicative e nell’ordinamento di Luca Tosi, sono esposti, tra gli altri, il magnifico «Ritratto di Dama» di Andrea Solario; due «Madonne» restaurate (di Giampietrino e Bernardino de’ Conti), finora conservate nei depositi; una copia della «Vergine delle Rocce» di Marco d’Oggiono e le lunette con i ritratti degli Sforza, non più esposte da vent’anni e restaurate anch’esse, opera di Bernardino Luini e bottega, staccate dalla Casa degli Atellani, la residenza negli «Orti di Leonardo», proprio accanto alle Grazie, acquistata di recente da Bernard Arnault, patron di LVMH, dagli eredi di Piero Portaluppi, che l’aveva splendidamente restaurata. E poi un gran numero di altre opere, tra cui le statue lignee di un «Compianto» smembrato, opera di Giovan Angelo del Maino, dalle intense espressioni «leonardesche», oltre al magnifico «Compianto» e al «Noli me tangere» di Bramantino, cui si aggiunge il «San Giovanni Battista» di Bernardo Zenale, appena acquistato dal Comune di Milano da Robilant&Voena. E al piano terreno, nella Cappella Ducale, la «Madonna Lia» (dal nome del collezionista spezzino Amedeo Lia, che l’ha donata al Castello) del leonardesco Francesco Napoletano, in cui la Vergine ha alle spalle la facciata del Castello Sforzesco così com’era nell’ultimo decennio del Quattrocento.
Da ultimo, ancora dal 7 febbraio, nelle Sale Panoramiche al terzo piano del Cortile della Rocchetta, prende il via il racconto multimediale e immersivo curato da Giorgio Di Mauro, Irene Scarcella e Luca Tosi che «ricrea» la Sala delle Asse e ne racconta la storia travagliata lungo i secoli. In attesa, annuncia Francesca Tasso, della nuova, analoga esperienza sul «dialogo» tra Leonardo e un altro gigante come Donato Bramante, presenti negli stessi anni a Milano.
«Monocromo» di Leonardo da Vinci, Cantiere Sala delle Asse, Castello Sforzesco, Milano. © Ad Artem
VIsita al Cantiere Sala delle Asse, Castello Sforzesco, Milano. © Ad Artem
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