Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
In arrivo da Torino, ma in una nuova forma, perché ogni mostra è meticolosamente studiata e progettata dall’artista in relazione allo spazio che la ospiterà, la personale «Iran do Espírito Santo. Tracciare il pensiero. 2002-2025» si apre il 22 gennaio nella sede milanese della galleria Mazzoleni (via Senato 20), dove resterà visibile fino al 28 marzo.
Lo spazio architettonico, riconosce Iran do Espírito Santo (Mococa, Stato di São Paulo, 1963; artista i cui lavori si trovano nelle collezioni di importanti musei internazionali), ha sempre esercitato su di lui un potente ascendente: «l’architettura e la luce hanno influenzato fortemente la mia arte», spiega, seduto nel suo studio di São Paulo, in Brasile, lindo e asettico come un laboratorio scientifico, che lui ha ideato come un «white cube», per poter simulare e verificare l’effetto delle sue opere prima di esporle nelle mostre. In quello studio, progettato anche per difendersi (lui che è nato e cresciuto in una cittadina remota del Brasile) dalla realtà «ostile, caotica» della città in cui vive, si riflette il rigoroso ordine mentale che presiede alle sue opere, sebbene, spiega, esse trovino il proprio innesco in una dimensione tutt’altro che razionale, in «un processo simile a un sogno ricorrente, quando ti senti ossessionato da un oggetto. Inizia allora il processo di osservazione, che poi diventa più tecnico, quasi scientifico». L’obiettivo è quello di realizzare lavori che coinvolgano l’osservatore spingendolo a muoversi nello spazio che accoglie le sue sculture e a interagire in profondità con esse.
In mostra, a Milano, ci sono opere dei primi anni del nostro secolo, come «Untitled (Keyhole)», 2002, e altre più vicine a noi, fino ai recentissimi «Metro» e «Compasso», 2025, tutte capaci di destabilizzare l’osservatore, di porgli delle domande, di farlo riflettere. La prima scultura ha infatti la forma di un buco della serratura: la forma, ma non la sostanza (che è il vuoto), perché in realtà non solo l’originale è ingigantito ma, soprattutto, è un oggetto tridimensionale di lucido e pesantissimo granito, che del buco della serratura conserva solo l’inconfondibile profilo. «Red Bulb 2», 2009, adotta lo stesso processo del cambio di scala e gioca anche sul materiale, che qui è cristallo rosso, mentre alcune delle sue «Curtains» che, sulla parete o su carta, riproducono un tendaggio, destabilizzano l’osservatore con la perfetta riproduzione di una tenda che appare tridimensionale solo per effetto del sapiente lavoro di luci e di ombre realizzato dall’autore con linee sottili, nel consueto intreccio di realtà e illusione, leggerezza e peso, idea e materia.
Ed è ancora il cambio di scala il dispositivo utilizzato da Iran do Espírito Santo nei due lavori realizzati appositamente per la duplice mostra da Mazzoleni, «Metro» e «Compasso», 2025: un gigantesco metro da falegname di acciaio inox, con gli snodi perfettamente funzionanti, e la riproduzione, ingigantita, di un compasso di alluminio: «è alto un metro e 80 centimetri, come un uomo, perché ho sempre pensato che il compasso abbia un aspetto antropomorfo», spiega lui, che tiene a evidenziare come ogni sua parte sia stata realizzata in modo da renderlo operativo, funzionale. Ancora una volta, come spiega Jacopo Crivelli Visconti nel suo illuminante testo del libro appena publicato, «un gioco di strategia tra chi osserva e ciò che è osservato». E poi, insistendo sulla componente concettuale del suo lavoro: «il metro e il compasso sono strumenti di misurazione, ma in questo caso ciò che essi misurano è un mondo diverso dal nostro, sovradimensionato, asettico, un mondo ideale nel senso più filosofico della parola: il mondo platonico».
Iran do Espírito Santo, «Compass», 2025. Courtesy of the artist and Mazzoleni. Photo: Studio Abbruzzese