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Edgar Degas, «Dans un café», 1876, Parigi, Musée d’Orsay (particolare)

© RMN-Grand Palais/Adrien Didierjean/Dist. Foto: Scala, Firenze

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Edgar Degas, «Dans un café», 1876, Parigi, Musée d’Orsay (particolare)

© RMN-Grand Palais/Adrien Didierjean/Dist. Foto: Scala, Firenze

Edgar Degas e Federico Zandomeneghi, pittori della realtà tra Parigi e Firenze

Al Palazzo Roverella di Rovigo un approfondito confronto tra uno dei nomi più incisivi della scena europea e un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento

«Una mostra spettacolare e colta, che riesce a raccontare alcuni aspetti inediti di un pittore così studiato come Degas»: sono parole di Francesca Dini, curatrice della mostra «Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi», allestita dal 27 febbraio al 28 giugno a Palazzo Roverella, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi e con il sostegno di Intesa Sanpaolo, prodotta da Silvana Editoriale. A confronto, un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento, Federico Zandomeneghi, nato a Venezia nel 1841 e scomparso a Parigi nel 1917, e uno dei nomi più incisivi della scena europea, Edgar Degas, nato a Parigi nel 1834 dove è scomparso, anche lui nel 1917, ma che ha avuto una lunga frequentazione dell’Italia. Una mostra che fa chiarezza sui legami di Degas con il gruppo dei Macchiaioli a Firenze e su quanto questo abbia orientato Degas verso la pittura di realtà, evidenziando l’inedito ruolo del gruppo del Caffè Michelangiolo nel percorso artistico del pittore francese. Abbiamo intervistato la curatrice.

Quali rapporti aveva Degas con l’Italia?
Degas torna a Napoli nel 1856, città dove viveva il nonno, figura di spicco della società borbonica e dov’era nato il padre, per completare la sua formazione, approfondita poi all’Accademia di Francia a Roma e infine a Firenze, dove giunge insieme a Gustave Moreau per studiare i pittori rinascimentali. Mentre Moreau resterà affascinato dalla pittura veneziana prendendo la via del Simbolismo, Degas imbocca una strada diversa e sembra impensabile che non sia entrato in contatto con il gruppo che si raccoglieva al Caffè Michelangiolo, con l’effervescenza di quel luogo che in quel momento era il centro del mondo artistico e dove si tessevano i fili di una grande rivoluzione.

Quali sono i punti di contatto tra Zandomeneghi e Degas?
Sono due artisti che non sono mai stati messi a confronto in maniera così organica, un confronto reso qui possibile grazie alla presenza di una quindicina di opere di Degas tra dipinti e sculture. Mentre finora Zandomeneghi in Francia è sempre stato considerato un pittore minore, questa mostra non solo ribadisce la sua statura, ma anche assegna un nuovo significato e valore all’amicizia che lega i due artisti, nata a Parigi e foriera di conseguenze: a tenerli uniti è anche la medesima scelta di essere pittori della realtà. Una scelta che consideriamo debitrice verso i Macchiaioli e che inizia dal ritratto della famiglia di Gennaro Bellelli, patriota rifugiato a Firenze a casa del quale Degas soggiorna tra il 1858 e il 1859, un grande dipinto dal valore centrale su cui l’artista tornerà a lungo. Degas era tra gli impressionisti un’anomalia: non tanto interessato alla pittura di luce, porta nel gruppo altre novità, legate alla composizione, ai tagli fotografici, alle prospettive sfuggenti. 

Come si articola la mostra?
La prima sezione si apre sul Caffè Michelangiolo e qui Degas è messo in dialogo con capolavori di Borrani, Fattori e Boldini. Nella seconda è invece Zandomeneghi a essere messo in rapporto con i Macchiaioli: a Firenze lui ci sarà nel 1862. Figlio di una famiglia di importanti scultori di scuola canoviana, autori del Monumento a Canova e di quello a Tiziano nella Chiesa dei Frari, il giovane pittore veniva quindi da una famiglia prestigiosa, ma non sceglie la strada della scultura. Per le sue scelte patriottiche (fece parte del seguito di Garibaldi) il Veneto, per la cui indipendenza Zandomeneghi prese parte alle battaglie del 1866, gli sarà a lungo precluso: tra il 1861 e il 1862 ritrova a Firenze i compagni di battaglia nella prima Esposizione nazionale dell’Italia unita. Intuisce qui, con i Macchiaioli, la via della modernità che vuole perseguire.

E Parigi?
La terza sezione racconta dello spostamento di Zandomeneghi a Parigi e della sua difficile conversione all’Impressionismo. La mostra prosegue poi con il focus su Diego Martelli, mecenate del gruppo dei Macchiaioli, e con due grandi capolavori a confronto: «L’assenzio» di Degas e «Al Caffè Nouvelle Athènes» di Zandomeneghi, così come la sua «Visita in camerino» introduce al tema caro a Degas, quello delle ballerine. La mostra si chiude su alcuni capolavori di Zandomeneghi, realizzati dopo lo scioglimento del gruppo degli impressionisti, la cui ultima esposizione cade nel 1886, in cui riemerge il mondo cromatico della tradizione italiana; non a caso Degas lo chiamava «il veneziano». Un percorso denso di capolavori, come «En promenade», «Matinée musicale», «Sul divano», «Il  the», «Il risveglio. La lecture», «Bambina dai capelli rossi»...

Federico Zandomeneghi, «Al Caffè Nouvelle Athènes», 1885

Camilla Bertoni, 19 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Edgar Degas e Federico Zandomeneghi, pittori della realtà tra Parigi e Firenze | Camilla Bertoni

Edgar Degas e Federico Zandomeneghi, pittori della realtà tra Parigi e Firenze | Camilla Bertoni