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Eduardo F. Costantini, 80 anni, di fronte al Malba, Museo de Arte Latinoamericano di Buenos Aires

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Eduardo F. Costantini, 80 anni, di fronte al Malba, Museo de Arte Latinoamericano di Buenos Aires

Eduardo F. Costantini e l’assoluta latinità dell’arte: 25 anni del Malba

Di opere iconiche e di scommesse: incontro con il collezionista e imprenditore argentino, fondatore del museo di Buenos Aires, in occasione dell’anniversario e all’indomani della monumentale acquisizione della Colección Daros Latinoamerica

Matteo Bergamini

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Dopo l’annuncio dell’acquisizione della Collezione Daros Latinoamerica, a fine 2025, il Malba, Museo de Arte Latinoamericano di Buenos Aires, si prepara a diventare la più importante istituzione del mondo dedicata all’arte di «sangue latino», nel suo stesso territorio: «Un processo che equivale alla rinascita del museo», secondo le parole di Eduardo F. Costantini. Imprenditore argentino nel settore immobiliare e finanziario (nel 2023 il suo patrimonio netto era di 1,6 miliardi di dollari, secondo «Forbes»), nato nel 1946 a Buenos Aires, nel 1995 ha fondato la Fondazione eponima per sostenere iniziative culturali a Buenos Aires. Nel 2001 ha donato oltre 220 opere d’arte latinoamericana e ha inaugurato il Malba, privato e senza scopo di lucro, che oggi raccoglie più di 600 opere di maestri moderni e contemporanei, tra cui Frida Kahlo, Diego Rivera, Candido Portinari, Remedios Varo e Wifredo Lam.

Per chi ancora non la conoscesse, può raccontarci come ha iniziato il suo impegno di collezionista, qual è stata la prima opera acquistata e quali motivi l’hanno spinta in questo percorso? 
Cominciai molto giovane, poco più che ventenne. Lavoravo da poco e vivevo vicino a una gelateria dove andavo spesso; di fronte aveva aperto una galleria d’arte. Un giorno ho visto in vetrina un’opera di Antonio Berni, che mi produsse una emozione immediata. Entrai in galleria, anche se non avevo abbastanza soldi per comprarla. La gallerista così mi offrì due opere a rate, una di Leopoldo Presas e l’altra di Luis Barragán. È stato così che ho comprato i primi pezzi. Non ci fu un piano né una strategia: fu una reazione emozionale, quasi istintiva. Nella mia famiglia non c’era una tradizione di collezionismo, e in quel momento non potevo immaginare che avrei dedicato buona parte della mia vita all’arte. Però quel giorno si risvegliò qualcosa che non si è mai più fermato. Da allora l’arte è diventata una presenza costante, e comprare opere è divenuto una forma di «essere» nel mondo.

La storia della sua collezione, e del Malba, viene sempre raccontata come un percorso di successo e perfezione. Quali sono state le maggiori difficoltà della sua attività di collezionista, specialmente a partire dalla volontà di costruire il Museo de Arte Latinoamericano e, oggi, con l’acquisizione della Collezione Daros.
In America Latina c’è ancora una bassa consapevolezza rispetto all’importanza del supporto continuativo ai musei, e in generale non disponiamo di quadri normativi che incentivino in modo chiaro il mecenatismo privato. Costruire un’istituzione come il Malba ha implicato, e implica, pensare a lungo termine, assumere rischi e sostenere un impegno che va molto al di là del collezionismo individuale. Un museo è una struttura complessa, con responsabilità pubbliche molto concrete: conservazione, ricerca, accessibilità. Questo equilibrio tra pubblico e privato è sempre delicato, però è anche quello che dà senso al progetto. La scommessa più grande è continuare a supportare il museo nel tempo e che sempre più imprese e famiglie lo sostengano a loro volta.

Ancora a proposito dell’acquisizione della Collezione Daros, qual era la sua relazione con i precedenti proprietari, Ruth e Stephan Schmidheiny? Vi conoscevate, vi scambiavate opinioni?
L’acquisizione si è realizzata con la famiglia di Ruth Schmidheiny, che non sono arrivato a conoscere personalmente (è scomparsa nel 2019, Ndr). Però, ci fu un episodio istituzionale antecedente importante: nel 2014, il Malba presentò la mostra «Le Parc Lumière», con opere storiche di Julio Le Parc appartenenti alla Collezione Daros Latinamerica. Il ritorno di queste opere in America Latina e la loro incorporazione a un museo di arte latinoamericana, ha una forza simbolica molto grande. In un certo modo dà continuità, e un lieto fine, al sogno che Ruth aveva rispetto a questa collezione. È una riaffermazione chiara della nostra volontà e del nostro sforzo sostenuto per diffondere l’arte latinoamericana a partire dalla sua propria regione.

In un’intervista al quotidiano argentino «La Nación» ha dichiarato, quasi scherzando, che comprare la Daros Latinoamerica è stato come acquisire un’«importante» opera di Frida Kahlo. Oltre al valore economico, questa affermazione ci lascia con l’idea che questo processo sia stato come incontrare un «classico» che non poteva restare fuori dalla raccolta...
L’incorporazione della Collezione Daros Latinoamerica è un momento unico, paragonabile con l’inaugurazione del Malba: io lo considero una rifondazione del museo. È una gioia immensa e un passo storico nella crescita dell’istituzione. Sono sempre stato guidato dalla qualità. Cerco i «grandi maestri dell’arte latinoamericana» e, dentro i loro percorsi, le opere più significative. Ogni volta che appare un pezzo superlativo, cerco di averlo. In questo caso, c’erano alcune opere che mi interessavano singolarmente, come quelle di Doris Salcedo, Hélio Oiticica, Cildo Meireles. Però, quando è sorta l’opportunità di acquisire tutta la collezione, non ho dubitato. Questa acquisizione riposiziona il Malba come la principale collezione di arte latinoamericana contemporanea aperta al pubblico nell’intero continente, una caratteristica che il museo già aveva nel campo dell’arte moderna. Quello che mi ha interessato è stata l’opportunità di associare grandi pezzi contemporanei con opere maestre già presenti nella collezione, perché permette di realizzare un vero salto di scala, proprio ora che il Malba si prepara a compiere 25 anni a settembre. Per me, è un sogno che si avvera.

Tarsila do Amaral, «Abaporu», 1928 (Donazione Costantini, 2001)

A proposito di Salcedo, Oiticica, Meireles e, in genere, degli artisti presenti nella collezione di Ruth Schmidheiny che entreranno nel Malba, completando la collezione, lei ha dichiarato che l’aspetto più importante è il valore simbolico. Come lo intende, questo valore?
Come dicevo, in un certo senso, l’integrazione della Collezione Daros rappresenta una rifondazione del museo, riaffermando la missione pubblica del Malba, il suo impegno con l’arte contemporanea e con il nostro pubblico in crescita. In termini quantitativi, la collezione quasi raddoppia, ma al di là dei grandi nomi e del numero di opere, ciò che è fondamentale è il valore simbolico e curatoriale della collezione. L’arrivo delle opere che ho menzionato, e di tutte le altre, amplia in modo significativo la rappresentanza della fotografia, del video e dell’installazione nella collezione. E amplia anche la sua portata geografica, arricchendo la rappresentanza di Paesi come Colombia e Cuba, e aggiungendo opere da Costa Rica, Honduras, Giamaica, Panama e Repubblica Dominicana, insieme ai nuclei già consolidati di Argentina, Messico e Brasile. Questa diversità permetterà di realizzare mostre panoramiche e rafforzerà la ricerca sull’arte latinoamericana contemporanea. Ciò avrà un impatto molto positivo anche per Malba-Puertos, perché il consolidamento della collezione nutrirà le mostre di entrambe le istituzioni.

Lo studio Atelman-Fourcade-Tapia ha realizzato il progetto architettonico del Malba «originario», mentre Juan Herreros ha guidato il restauro successivo del museo e l’apertura, a settembre 2024, del Malba-Puertos a Belén de Escobar, a nord di Buenos Aires. Possiamo rivelare chi saranno i progettisti che amplieranno l’attuale edificio, secondo i piani previsti per la fine del 2026?
Il nuovo progetto architettonico non è ancora definito. Sicuramente chiederemo proposte a diversi studi latinoamericani, seguendo le nostre necessità e cercando il meglio. Il mio obiettivo è avere il progetto del nuovo museo a settembre, in occasione del gala internazionale che realizzeremo per i nostri 25 anni. Quello che posso anticipare è che l’espansione risponderà a una necessità reale: accompagnare la crescita della collezione e approfondire il ruolo pubblico dell’istituzione.

Ha già un’idea di quante opere della Collezione Daros saranno esposte nel futuro Malba, tra le oltre mille della raccolta? Sarà creata una sezione a parte?
No, la Collezione Daros si integrerà pienamente alla Collezione Malba-Costantini, superando un totale di 3mila opere di arte latinoamericana tra moderno e contemporaneo. Ancora non è definito come sarà l’ambiente, ma l’idea è che dialoghi armonicamente con l’insieme delle opere. Fino a giugno la collezione sarà a Zurigo, in deposito. Porteremo a Buenos Aires alcune opere per l’inaugurazione di settembre: alcuni highlight come le opere emblematiche che citavo: «Misión/Misiones (Cómo construir catedrales)» (1987) di Cildo Meireles, «Relevo espacial» (1959) di Hélio Oiticica e opere eccezionali di Doris Salcedo, Lygia Clark, Jesús Rafael Soto, Carlos Cruz-Diez, Antonio Dias, Luis Camnitzer, Luis Fernando Benedit, tra gli altri.

Dall’apertura del Malba, 25 anni fa, è molto cambiato il modo in cui il pubblico fruisce dei musei, così come le questioni della storia dell’arte; sono emerse non solo nuove voci, così come artisti prima invisibili. Come vede il futuro delle istituzioni museali?
Negli ultimi decenni, i musei sono divenuti luoghi enormemente popolari. Oggi sono spazi di incontro, di emozione, anche di un certo rituale. Con lo sviluppo tecnologico hanno incorporato la virtualità, però, appunto, continuano a essere spazi di incontro tra le persone. Oggi una delle scommesse dei musei ha a che vedere con la necessità di aprirsi a pubblici sempre più diversi, con uno sguardo più amplio e inclusivo, anche in relazione al nostro pianeta. Per questo, come Malba, rivediamo quali voci poco visibili o marginalizzate è necessario includere, quali nuove letture possono essere date alle mostre alla luce dei nuovi dibattiti contemporanei. E per questo insisto sul fatto che la chiave resta il contenuto. Se si offre un contenuto solido, rigoroso e rilevante, il pubblico si interessa e si avvicina. Non sempre si può aspirare a un grande blockbuster, ma deve esserci sempre una programmazione pensata con criterio: la qualità delle opere, la ricerca che le accompagna e il lavoro con i visitatori, affinché possano relazionarsi in modo significativo con ciò che propone l’istituzione.

Chi l’ha ispirata? 
Il mio grande mentore nel collezionismo è stato Ricardo Esteves (1949-2024, imprenditore, a cui il Malba ha anche dedicato una sala, Ndr). Insieme cercavamo le migliori opere dei migliori artisti latinoamericani. Andavamo alle aste di Christie’s o di Sotheby’s, studiavamo i cataloghi. E lui mi consigliava. Ci sono state molte opere che se non fosse stato per lui, io non avrei comprato. L’esempio più iconico è «Abaporu» (1928) di Tarsila do Amaral, l’opera più importante dell’ultimo secolo del Brasile, che oggi è al Malba. Come istituzione, il MoMA di New York è da sempre un grande esempio per me. Quando fondai il Malba, avevo pensato di chiamarlo «Museo Costantini». Andai a New York e parlai con Glenn Lowry, all’epoca il direttore del MoMA, e fu lui a raccomandarmi fermamente di non collocare il mio nome e usarne uno generico, perché altrimenti sarebbe stato molto difficile che la comunità si legasse all’istituzione. Seguii il suo consiglio, e si chiamò «Malba-Colección Costantini». Successivamente, passò a essere una fondazione, la «Fundación Costantini», e oggi è «Fundación Malba». Bisogna mettere da parte l’ego.

Occhi al futuro: quali sono gli artisti su cui oggi scommette?
Non faccio pronostici; ma vedo bene la dinamica dell’arte, della creatività degli artisti e del parere di un gruppo molto prezioso di curatori, storici e specialisti che mi circondano.

Frida Kahlo, «Autorretrato con chango y loro», 1942 (Donazione Eduardo F. Costantini, 2001). Courtesy Malba

Matteo Bergamini, 25 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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