Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Guglielmo Gigliotti
Leggi i suoi articoli«Bernini e i Barberini» è una mostra, aperta dal 12 febbraio al 14 giugno a Palazzo Barberini, sulle origini della grandiosa stagione del Barocco. Assunto di base dei due curatori, Andrea Bacchi, docente all’Università di Bologna e tra i maggiori studiosi di Bernini, e Maurizia Cicconi, storica dell’arte delle Gallerie nazionali d’arte antica-Palazzo Barberini, è che nel sodalizio umano e culturale che unì Gian Lorenzo Bernini a Maffeo Barberini (papa col nome di Urbano VIII dal 1623 al 1644), si debba scorgere la base concettuale di una rivoluzione plastica, pittorica e architettonica che caratterizzerà il secolo. Un’amicizia, quindi, e relativo confronto di idee, come fattore propulsivo, tra gli altri, di uno snodo fondamentale della storia dell’arte. Oltre 60 le opere in mostra, con prestiti dai maggiori musei d’Europa e d’America, accompagnate nel catalogo Allemandi da saggi dei maggiori specialisti del settore. Main Partner è Intesa Sanpaolo. La Fabbrica di San Pietro offre il sostegno alla mostra con il patrocinio e il prestito di alcune opere. Molte infatti quelle in mostra sulle imprese berniniane nella Basilica di San Pietro, dallo spettacolare Baldacchino a colonne tortili al monumento funebre di Urbano VIII. La carriera di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) è illustrata dai precoci esordi alla piena maturità. Di grande significato le collaborazioni giovanili con il padre Pietro, valente scultore tardomanierista, da cui però si discosterà con i busti di papa Paolo V Borghese, in mostra, o dello stesso Urbano VIII. Tra le opere, anche di Guido Reni, Alessandro Algardi, Giuliano Finelli e François Duquesnoy, rifulgono i ritratti dell’amata Costanza Bonarelli o il capolavoro dell’effigie di Thomas Baker, proveniente dal Victoria and Albert Museum di Londra. Prestito tra i vari dei Musei Vaticani è invece il «Ritratto di giovane», dipinto tra i più preziosi all’interno dello sparuto novero di affondi dello scultore barocco nella pittura: anche questo versante di un’inesauribile creatività venne suffragato dal papa Barberini, amante di tutte le arti.
Abbiamo intervistato i due curatori.
Professore Bacchi, come descriverebbe le peculiarità umane di questi due fari del Seicento?
Maffeo Barberini, ovvero Urbano VIII, fu uno tra i più colti e raffinati papi del Seicento, un grande intendente di pittura, scultura e architettura, un appassionato di scienze naturali e anche un abile poeta. Questo sincero amore per tutte le arti, per la creatività umana nel senso più ampio del termine, insieme alla sua grande volontà e determinazione fecero di lui il mecenate per eccellenza, un committente deciso ma anche capace di affidarsi al talento di chi godeva della sua stima. Bernini, proprio come il suo grande protettore, divenne ben presto un uomo pienamente sicuro di sé, e questo, insieme ovviamente al suo smisurato talento, gli permise di tenere dietro alle richieste, ai desiderata del pontefice, che misero Gian Lorenzo di fronte a sfide del tutto nuove per lui.
Quali sono le precipue caratteristiche del Barocco scaturite dal contatto tra le due menti geniali di Bernini e papa Barberini?
Innanzi tutto la grandiosità, la scala dimensionale delle opere intraprese al tempo del pontificato di Urbano VIII, soprattutto nel cantiere di San Pietro. La forza persuasiva e retorica delle arti figurative, chiamate più che mai a smuovere gli animi dei fedeli nella stagione successiva alla Controriforma, non poteva che essere esaltata dalle proporzioni senza precedenti delle sculture e delle architetture realizzate sotto la direzione di Bernini. E questa grandiosità era sempre congiunta a una semplicità d’invenzione, come si osserva chiaramente nel celebre Baldacchino sopra la tomba di Pietro. Il rapporto diretto con lo spettatore, obiettivo che il pontefice aveva chiaro in mente, venne conseguito e realizzato anche con un nuovo naturalismo, al quale il pontefice era chiaramente incline fin dall’inizio del secolo, quando egli aveva guardato con grande interesse alla rivoluzione di Caravaggio.
Quali sono i contributi principali di questa mostra agli studi su Bernini e alla conoscenza della figura di Maffeo Barberini?
Questa mostra porta per la prima volta all’attenzione del pubblico e della critica alcune opere riferite alla giovinezza di Bernini che non sono mai state viste in Italia (come il «San Sebastiano» di Jouy-en-Josas) o non sono mai state esposte in un contesto museale (come il «Busto di Giovanni Angelo Frumenti» di Santa Maria Maggiore). Sebbene il grande pubblico in genere associ la prima attività di Gian Lorenzo al mecenatismo di Scipione Borghese, questa mostra sottolinea come fin dall’inizio del 1618 Bernini venne protetto e seguito anche e soprattutto da Maffeo Barberini (allora ancora cardinale), che pochi anni dopo avrebbe fatto dell’artista il suo braccio destro per la costruzione di un’inedita e articolata politica delle immagini.
Gian Lorenzo Bernini, «Ritratto di Costanza Bonarelli», 1637-38 ca, Firenze, Museo Nazionale del Bargello. Su concessione del Ministero della Cultura-Galleria dell’Accademia di Firenze e Mu
Arte e potere: sono dimensioni agli antipodi, o esistono sotterranei legami, che non siano connessi alla necessità pratica dell’artista di incontrare sostegno materiale e successo sociale?
La questione è complessa, e non è facile per noi oggi calarci nei panni, nell’habitus mentale di un artista del Seicento, per il quale doveva essere assolutamente naturale assecondare i desideri dei propri committenti, tanto più se si trattava del pontefice! Allo stesso tempo questa mostra cerca di mettere in evidenza quelle che furono le pressioni esercitate da Urbano VIII nei confronti di Bernini, non sempre con pieno successo. Il papa voleva che Gian Lorenzo diventasse il Michelangelo del suo tempo, in tutti i sensi, e sebbene si possa oggi affermare che l’impresa praticamente gli riuscì, è pur vero che il suo protetto non diventò mai un pittore nel senso pieno del termine, eseguendo grandi opere pubbliche, come egli avrebbe voluto. Bernini, insomma, almeno in quel caso resistette al potere del pontefice. Di contro, magari se Gian Lorenzo non avesse mai incontrato un committente così deciso e risoluto come Urbano VIII, magari egli non avrebbe mai lavorato a progetti architettonici così importanti come il Baldacchino di San Pietro, continuando a lavorare esclusivamente come scultore: da questo punto di vista possiamo dire che il potere agì positivamente, sollecitando l’artista a un’evoluzione che ci ha regalato un capolavoro che è forse l’immagine iconica del Barocco.
Dottoressa Maurizia Cicconi, nel 2023 è stata cocuratrice della mostra, sempre a Palazzo Barberini, «L’immagine sovrana. Urbano VIII e i Barberini», sull’influenza del papa-intellettuale sulle concezioni artistiche, scientifiche e politiche del suo tempo. Che cosa ci racconta a riguardo il focus su Bernini?
«L’immagine sovrana» nel 2023 celebrava il quarto centenario dell’elezione al soglio pontificio di Maffeo Barberini (1623-44), il pontificato più lungo del XVII secolo. La finalità della mostra era di illustrare al grande pubblico come l’intreccio inestricabile tra politica e cultura fosse al centro di ogni iniziativa messa in campo da Urbano VIII e dai suoi nipoti. Anche la mostra «Bernini e i Barberini» nasce da una ricorrenza, la consacrazione di San Pietro, avvenuta l’8 novembre 1626. Gian Lorenzo Bernini fu il regista dello straordinario programma visivo di esaltazione del primato universale della Chiesa o, per meglio dire, della Chiesa affermata, difesa e propagandata dai Barberini. Per questo, una delle sezioni della mostra è dedicata a questo evento e all’approfondimento dei lavori di risistemazione di San Pietro promossi da Urbano VIII.
Quali sono i principali punti di contatto biografici tra Gian Lorenzo Bernini e Maffeo Barberini?
Come divulgò Domenico Bernini nella biografia dedicata al padre, il giorno stesso della sua elezione Urbano VIII chiamò a sé Gian Lorenzo per rallegrarsi che il suo pontificato potesse avere un artista del suo calibro: «Gran fortuna è la vostra, o Cavaliere, di veder Papa il Cardinal Maffeo Barberino, ma assai maggiore è la nostra, che il Cavalier Bernino viva nel nostro Pontificato». La più antica attestazione del riconoscimento delle eccezionali qualità di Gian Lorenzo Bernini da parte dei Barberini risale al 1618, quando per la cappella di famiglia in Sant’Andrea della Valle richiesero esplicitamente l’intervento dell’enfant prodige per l’esecuzione di quattro putti affidati da contratto al padre dell’artista, Pietro Bernini. Altrettanto precoci sono le attestazioni nelle raccolte di famiglia delle opere di Gian Lorenzo, come nel caso del «San Sebastiano» Thyssen o del «Putto con drago» del Getty, unanimemente riconosciuti come sue opere, ancorché pagati al padre. Non appena eletto pontefice nel 1623, Urbano VIII coinvolse direttamente Bernini nei lavori di sistemazione della basilica vaticana, ignorando di fatto il ruolo di architetto ufficiale della Fabbrica di San Pietro di Carlo Maderno, al quale Gian Lorenzo subentrò nel 1629. Se San Pietro rappresenta il teatro sacro dei Barberini, il palazzo di famiglia ne costituisce il teatro profano: Bernini intervenne, sempre per volere di Urbano VIII, anche in quel cantiere dove, nuovamente, le soluzioni architettoniche di Carlo Maderno furono gentilmente scartate a favore delle brillanti intuizioni di un team di giovani artisti, composto da Pietro da Cortona e Francesco Borromini, oltre a Gian Lorenzo. La figura di Urbano VIII di fatto accompagna tutto il percorso artistico di Gian Lorenzo Bernini che divenne architetto e pittore sempre per volontà del Barberini. Ma il sodalizio intellettuale tra i due sconfinò finanche nella vita privata dell’artista. Mi riferisco naturalmente al celebre episodio in cui Gian Lorenzo Bernini sfregiò per gelosia il volto della sua amante Costanza Bonarelli, scoperta a flirtare col fratello Luigi. Una vicenda che, come facilmente intuibile, fece clamore in tutta Roma, creando scandalo sia per la facilità di costumi della donna, sposata, sia soprattutto per la reazione violenta e riprovevole del Bernini, che ricevette comunque l’assoluzione di Urbano VIII.
Questa è anche una mostra sul rapporto tra arte e potere. Che idea si è fatta di questa connessione storica tra dimensioni così distanti dello scenario umano?
Dal mio punto di vista la risposta è semplice, perché l’arte è sempre espressione di una forma di potere. Per quanto riguarda il pontificato di Urbano VIII, l’ambizioso disegno di rilancio e consolidamento della monarchia pontificia, l’erudizione storica e antiquaria, la promozione delle arti, di tutte le arti, il cerimoniale che regolava i riti sacri, le feste pubbliche, o la diplomazia, diventano nelle mani del papa e dei suoi nipoti strumento di dimostrazione attiva di potere. Il tutto accade nel complesso scenario politico della Guerra dei Trent’anni e dell’affermazione delle grandi monarchie europee di Francia, Spagna e Inghilterra.
Gian Lorenzo Bernini, «Busto di Paolo V», 1621, Los Angeles, The J. Paul Ghetty Museum
Altri articoli dell'autore
A promuoverlo il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni: «Cominceremo dal coinvolgimento di persone affette da patologie neurodegenerative o che soffrono di stati depressivi»
La programmazione espositiva nelle due sedi del Museo nazionale delle arti del XXI secolo propone sia affondi su grandi artisti (da Kentridge ad Ai Weiwei e Fabio Mauri) sia su grandi temi, spaziando dall’arte italiana dal secondo Novecento ad oggi all’architettura
Il decimo Fantatalk, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, con Nicolas Ballario, Jacopo Veneziani e Francesco Stocchi, prende spunto dalla sezione curata da quest’ultimo, «Senza titolo», per confrontarsi su significati e dinamiche dell’arte contemporanea, e per fare un primo bilancio della mostra concepita da Luca Beatrice
Il curatore romano, oggi impegnato in Arabia Saudita, racconta le sue esperienze in giro per il mondo: «Stanno entrando nuovi attori e stanno scomparendo vecchie logiche»



