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Giorgia Aprosio
Leggi i suoi articoliQuest’anno, per la prima volta nella sua storia, Paris Internationale ha lasciato la Francia e ha scelto Milano, nei giorni di miart, per il suo debutto internazionale. E, allo stesso tempo, per la prima volta miart si è trovata a fare i conti con la presenza in città di un vero competitor. Un innesto che sembra aver già smosso qualcosa nella fiera milanese.
Con l’edizione 2026 - l’ultima diretta da Nicola Ricciardi - miart conferma la sua natura di fiera costruita sull’asse tra moderno e contemporaneo. E per contemporaneo, qui, si intendono soprattutto artisti già affermati, con scelte spesso prudenti da parte di gallerie attente ad assecondare il gusto e il mercato meneghino.
Questa edizione, però, ha lasciato intravedere una maggiore apertura verso ricerche giovani o ancora in fase di consolidamento. E in un modo meno scontato di quanto si possa pensare. La novità, infatti, non riguarda tanto la sezione Emergent, dove la presenza di giovani artisti e giovani gallerie è quasi prevista per definizione. La vera sorpresa è trovarli negli stand delle gallerie Established, dentro programmi storicizzati e assetti commerciali più solidi.
In parte è certamente un effetto del mercato: in una fase non semplice, offrire ai collezionisti opere più accessibili può diventare una scelta quasi obbligata. Ma diversi stand raccontano anche un’altra storia, fatta di un’attenzione più consapevole verso una nuova generazione e, forse, uno sguardo finalmente più internazionale sulla scena.
Ne abbiamo scelti sette che vale la pena continuare a seguire anche dopo la fiera.
Matisse Mesnil, Loitering or leaving, 2026. Acciaio, 185 x 79 x 47. Courtesy l’artista e Galerie Romero Paprocki. Foto: Ilaria Maiorino
Matisse Mesnil (1989)
Galleria: Romero Paprocki
La pratica di Matisse Mesnil si concentra sul metallo, materiale che l’artista affronta come campo di sperimentazione tecnica e formale, tra artigianato e industria. Attraverso saldatura, smerigliatura e altri procedimenti legati alla lavorazione industriale, Mesnil riprende generi tradizionali come paesaggio e natura morta, riducendoli a un lessico essenziale di linee, moduli e minime variazioni. Ne nasce un lavoro che sfiora il minimalismo senza aderirvi del tutto, mantenendo una tensione tra rigore formale, dimensione contemplativa e presenza fisica del materiale. Centrale è anche l’attenzione allo spazio: le opere sono pensate in rapporto al corpo dello spettatore e alla loro installazione, come nel caso dell’ampia monografica che la stessa galleria gli ha di recente dedicato nella nuova sede milanese. Matisse Mesnil vive e lavora tra Francia e Italia, con atelier a POUSH e Gate 44. Ha esposto, tra gli altri, al Centre Pompidou-Metz, Collection Lambert, Zhi Art Museum, Mucem e Musée Jean-Honoré Fragonard.
Sofia Silva, Il pomodoro di De Pisis [De Pisis’ Tomato], 2026 11 3/4 x 16 7/8 inches (30 x 43 cm). Courtesy l’artista e Andrew Kreps Gallery
Sofia Silva (1990)
Galleria: Andrew Kreps
La pittura di Sofia Silva si muove in una dimensione insieme narrativa e mentale, dove figure, posture e dettagli sembrano affiorare da una trama emotiva fatta di memorie, ambivalenze e leggere dissonanze. I suoi lavori non cercano mai una frontalità immediata: costruiscono piuttosto una prossimità inquieta, in cui il soggetto resta esposto ma mai del tutto decifrabile. C’è nei suoi dipinti una qualità psicologica molto sottile, che tiene insieme intimità, ironia, vulnerabilità e una forma di straniamento sempre controllata. A sostenerne il profilo è un percorso che negli ultimi anni l’ha vista esporre tra Italia, Regno Unito, Germania e Stati Uniti, con personali da Andrew Kreps a New York, Barbati a Venezia e Rolando Anselmi a Roma, oltre alla presenza in mostre collettive come Pittura Italiana alla Triennale Milano.
Jack O’Brien, Nife, 2026. Bottiglie di vino, resina, corno da caccia, rotoli di nastro adesivo, cellophane, coltello da pesce, staffe, 33 x 59 x 16 cm. Courtesy l’artista e Ginny on Frederick
Jack O’Brien (1993)
Galleria: Ginny on Frederick
La pratica di Jack O’Brien attraversa scultura, disegno e pittura, ma si concentra soprattutto su oggetti e costruzioni essenziali. Le sue opere combinano tecniche industriali, architettoniche e legate al fashion design per interrogare la produzione del desiderio e le storie del consumo. Per O’Brien gli oggetti sono “testi eloquenti”, capaci di incorporare significati culturali e storici. Da qui nasce un lavoro che mette in tensione queerness e neoliberalismo, mostrando come il desiderio prenda forma dentro spazi, materiali e logiche già codificate. Negli ultimi anni ha avuto personali da Maureen Paley, Capitain Petzel, Camden Art Centre, Matthew Brown, Aro, Sans Titre e Ginny on Frederick, affiancate da collettive in sedi come Van Abbemuseum, Fondation CAB Saint-Paul de Vence, Hauser & Wirth, CAPC Bordeaux e Kunsthalle Bratislava. Nel 2023 ha ricevuto il Camden Art Centre Artist Prize a Frieze London. A Milano ha esposto da Ordet.
Veduta dello stand di Galleria Giò Marconi a miart 2026, con opere di Alice Visentin e Jorge Pardo. Courtesy Galleria Giò Marconi.
Alice Visentin (1993)
Galleria: Giò Marconi
La ricerca di Alice Visentin attraversa pittura, disegno e installazione, intrecciando narrazione orale, letteratura e immaginari popolari con un’attenzione costante al paesaggio e alle tradizioni montane delle sue origini piemontesi. Nei suoi lavori affiorano figure, storie e presenze che sembrano nascere da una zona di confine tra umano e non umano, tra memoria collettiva, dimensione fantastica e osservazione del mondo naturale. È una pratica che costruisce immagini e situazioni come piccoli ecosistemi narrativi, dove il dato biografico si apre sempre a una dimensione corale. A sostenerne il profilo è un percorso che negli ultimi anni l’ha vista esporre dal Castello di Rivoli al Palazzo delle Esposizioni, vincere il Premio d’arte internazionale Collective per il Castello di Rivoli, essere fellow all’American Academy in Rome, svolgere una residenza a Gasworks a Londra nel 2024 e tenere nello stesso anno una personale da Gió Marconi a Milano.
Veduta dello stand di Galleria Sébastien Bertrand con opere di Sang Woo Kim a miart 2026. Courtesy l’artista e Sébastien Bertrand.
Sang Woo Kim (1994)
Galleria: Sébastien Bertrand
La pratica di Sang Woo Kim nasce da una riflessione molto personale sull’identità, sulla percezione e sulla sensazione di scarto che si produce crescendo tra codici culturali diversi. Nato a Seoul e trasferitosi molto presto nel Regno Unito, l’artista lavora su una condizione di frattura che attraversa pittura, installazione e autoritratto: le sue immagini hanno una qualità introspettiva e insieme esposta, come se il soggetto fosse sempre preso tra il desiderio di affermarsi e quello di sottrarsi allo sguardo. Negli sviluppi più recenti della sua ricerca, proprio l’autoritratto diventa un modo per riappropriarsi della propria immagine e rimettere in discussione i meccanismi con cui identità e persona vengono costruite, guardate e consumate. Negli ultimi anni ha esposto tra Londra, Ginevra, Tokyo e Venezia, con personali da Herald Street e Galerie Sébastien Bertrand, mentre sue opere sono già entrate in collezioni come MAMCO, X Museum, Fondation AMA Venezia e Musée d’Art Moderne de Paris.
Christine Safa, Deaux maisons, un arbre, 2026. Olio su tela, 100x100cm. Courtesy l'artista e Bortolami Gallery
Christine Safa (1994)
Galleria: Bortolami Gallery
Christine Safa dipinge paesaggi di memoria. Le sue immagini nascono da un processo di riduzione: montagne, profili, orizzonti, interni e figure vengono portati all’essenziale fino a coincidere in uno stesso spazio mentale. È una pittura misurata ma intensa, costruita su una tavolozza calda e su una luce che rimanda con evidenza a un immaginario mediterraneo. Più che descrivere un luogo, Safa lavora su ciò che di un luogo resta: una forma, una presenza, un’emozione trattenuta. A sostenerne il profilo è un percorso già solido e un’attenzione internazionale, con mostre personali da Praz Delavallade, ICA Milano e Frac Auvergne e presenze istituzionali in sedi come Centre Pompidou-Metz, MUCEM e Fondation Pernod Ricard; nel 2024 ha ricevuto il Prix Jean-François Prat.
Roberto de Pinto, Girasoli, 2026. Encausto, pastelli, carboncino e olio su tela, 135×90 cm. Foto: Andrea Rossetti. Courtesy l’artista e Galleria Francesca Minini.
Roberto de Pinto (1996)
Galleria: Francesca Minini
La pittura di Roberto de Pinto ruota attorno a un alter ego maschile ricorrente, quasi un autoritratto dislocato, attraverso cui l’artista mette in scena identità, erotismo e mascolinità in una chiave insieme intima e sospesa. Corpi nudi o semivestiti, dettagli epidermici, fiori, ombre e frammenti naturali costruiscono un lessico sensuale ma trattenuto, dove la pelle diventa il vero campo di tensione del dipinto. Centrale è anche l’uso dell’encausto rielaborato “a freddo”, con cera, pigmenti e carbone, che dà alle superfici una qualità tattile, opaca e quasi affrescata. Il suo è un percorso recente, ma già molto riconoscibile: dalla personale Ostinato attualmente in corso in galleria da Francesca Minini, in parallelo alla fiera, fino alle presenze in contesti istituzionali come l’ultima Quadriennale di Roma, Palazzo Reale, Fondazione Giuseppe Iannaccone, Casa Testori e Triennale Milano.
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