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Carola Allemandi
Leggi i suoi articoliIl 18 giugno inaugura la stagione espositiva per l’estate di Camera-Centro Italiano per la Fotografia, a Torino, sotto la nuova direzione artistica di François Hébel. Fino al 4 ottobre, «Retrospettiva» sarà la prima grande mostra antologica, in Italia, dedicata al fotografo belga e membro dell’agenzia Magnum Harry Gruyaert (1941), mentre la Project Room ospita circa 70 manifesti del graphic designer svizzero Werner Jeker (1944) nella mostra «Photo Typo». «Con queste due mostre inauguriamo innanzitutto il ritmo che manterranno le proposte di Camera, ovvero tre stagioni all’anno in cui verranno organizzate due, o anche tre mostre», afferma il direttore Hébel.
La mostra di Harry Gruyaert ci porta dentro l’immaginario di uno dei fotografi che, tra gli anni Settanta e Ottanta, ha portato al suo apice l’espressività del colore in fotografia, scostandosi dall’imperativo del bianco e nero e dalla necessità di imporre una logica narrativa ai propri progetti. Come racconta lo stesso François Hébel, «Gruyaert non ha mai cercato di raccontare storie, né ha mai voluto lavorare per le riviste, perché pensava che gli avrebbero imposto una struttura, quella appunto della storia, mentre lui è stato sempre e soltanto interessato a guardare», specificando la distanza, per esempio, di questo approccio alla fotografia rispetto a quello di matrice documentaristica, maggiormente radicato nella tradizione fotografica statunitense.
Il colore, per Gruyaert, è il modo che hanno i luoghi di rivelarsi, e dunque di esercitare la propria presenza sulla vita delle persone che ci vivono, e nel percorso di mostra ritroviamo anche il tema del viaggio, così importante nello sviluppo del linguaggio visivo del fotografo. «Il perno di tutta la sua carriera è stato la ricerca delle forme geometriche, delle ombre, delle luci che costruiscono l’immagine, prosegue Hébel. Più che cercare il racconto, Gruyaert ha costruito una palette cromatica a seconda dei Paesi che ha visitato, sviluppando un vero e proprio tropismo per il Sud da quando rimase folgorato dalle luci del Marocco».
La mostra ci conduce attraverso i lavori e le svolte più significative del percorso di Gruyaert: dal ciclo «TV Shots», in cui l’autore, mentre si trovava a Londra, approfittò degli strani effetti coloristici che si verificavano nello schermo del televisore muovendone l’antenna (dando una lettura inedita dei maggiori eventi trasmessi in quel tempo in televisione, e dunque di un’intera epoca), fino alle immagini di «Rivage», in cui Hébel scorge la vera grandezza del fotografo belga: «Quando fotografi il mare, non ci sono tanti elementi, né colori, e lui da questo poco ha inventato le sue immagini: il fotografo si vede in questo, quando con niente crea la fotografia».
La volontà del neodirettore è di proporre al pubblico una fotografia diversa rispetto a quella che negli ultimi anni ha transitato maggiormente negli spazi di Camera (in bianco e nero, appartenente al XX secolo e perlopiù legata alla tradizione del reportage), dando spazio al contemporaneo e a linguaggi che possano avvicinare il pubblico ai differenti modi d’essere che conosce oggi l’immagine fotografica.
«Ogni volta ci sarà una piccola sorpresa in dialogo con la fotografia, e la piccola sorpresa, in questo caso, è la mostra su Werner Jeker, vero maestro dell’interpretazione della fotografia attraverso la grafica, che ha anche curato l’allestimento della propria esposizione», prosegue Hébel.
L’incontro con la parola, presenza che altera e riformula il contenuto dell’immagine, nell’opera di Jeker non avviene su piani separati, bensì riesce a prendere forma nella fotografia stessa, rendendola materia non statica, bensì mobile e aperta a nuove letture. Autore di oltre 800 manifesti, Jeker ha lavorato con le immagini dei grandi maestri del ’900 come René Burri, Ugo Mulas, Bill Brandt, Raymond Depardon e Henri Cartier-Bresson.
Il 18 giugno è organizzato da Camera un primo incontro con Harry Gruyaert, in settembre con Werner Jeker. Un aspetto cruciale, per François Hébel, è proprio la possibilità di creare un contatto reale tra gli autori in mostra e il pubblico: «Per me è molto importante. In questi 45 anni di lavoro nel mondo della fotografia, ho appreso moltissimo dagli artisti stessi, parlandoci insieme, ascoltandoli. Per questo ho il desiderio di portarli qui, da Camera, più volte che sarà possibile, durante i tre mesi delle mostre».
© Werner Jeker
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