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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliPortare il grande pittore e incisore giapponese Hokusai (Hokusai Katsushika (Edo, 1760 – 1849) in una galleria privata, nel cuore storico di Torino, significa sottrarre il maestro giapponese alla monumentalità del museo e restituirlo a una dimensione più intima, quasi domestica, dove la xilografia torna a essere ciò che era all’origine, ovvero un oggetto di visione quotidiana, un dispositivo narrativo, un frammento di mondo inciso nel legno. È in questo scarto, tra grandezza storica e prossimità fisica, che si gioca il senso profondo della mostra «Hokusai. Il segno che diventa vita» (dal 6 marzo al 24 aprile) allestita alla Galleria Elena Salamon. Il titolo suggerisce una chiave di lettura ambiziosa ma coerente presentando non l’Hokusai iconico e cristallizzato dalla storia dell’arte occidentale, bensì l’artista come processo, come tensione continua tra osservazione e metamorfosi. Il «segno» è qua energia in movimento e ogni linea sembra nascere da una necessità interna, da una fedeltà radicale al vedere. L’ampiezza del corpus esposto, oltre 180 xilografie, consente una lettura stratificata della sua opera, evitando la trappola dell’immagine-simbolo. Hokusai non viene ridotto alla «Grande Onda», ma emerge come autore inquieto, ironico, sperimentatore instancabile. Le stampe delle «Cascate» aprono il percorso con una potenza cromatica che non è mai decorativa: l’acqua diventa struttura, ritmo e architettura naturale. La natura invece è forza attiva, talvolta indifferente, talvolta minacciosa.
Hokusai Katsushika, «Il fantasma Hannya ride, Warai Hannya», 1831 circa. Courtesy of Galleria Elena Salamon
In questo contesto, la presenza rarissima del «Demone Hannya che ride» introduce un registro diverso, perturbante. Qui Hokusai sembra anticipare una sensibilità visiva modernissima, dove il confine tra grottesco e realismo si fa instabile. Il ghigno dello spirito femminile non è solo spaventoso ma anche ambiguo, quasi teatrale, e contiene una vena di umorismo nero che spiazza lo sguardo occidentale. Non è un caso che proprio in opere come questa si possano rintracciare le radici lontane del linguaggio del manga e dell’immaginario pop giapponese contemporaneo. Il percorso acquista profondità quando si entra nella dimensione del viaggio e della serialità. Le vedute del Tōkaidō e del monte Fuji non sono semplici variazioni sul tema ma veri e propri esercizi di percezione. In particolare, le «Cento vedute del monte Fuji» rappresentano il punto più alto della riflessione di Hokusai sul tempo, sulla ripetizione e sulla trasformazione. Il monte sacro, immobile e silenzioso, diventa il perno attorno a cui ruota il caos del mondo. Onde, vento, figure umane ridotte a presenze minime. In alcune tavole, il segno sembra farsi sempre più essenziale, quasi ascetico, come se l’artista cercasse di avvicinarsi a una verità che non può essere detta ma che si può solo intuire.
Di grande interesse è anche la sezione dedicata ai manuali di disegno e alle raccolte più sperimentali, dove emerge con chiarezza la filosofia di Hokusai: non imitare la realtà, ma coglierne lo spirito. Qui il gesto rapido, apparentemente semplice, è il risultato di una disciplina rigorosa e di una conoscenza profonda della forma. La mostra si chiude con le xilografie dedicate ai guerrieri, dove il bianco e nero restituisce una tensione drammatica e una vitalità sorprendente. Anche qui, la narrazione epica è sempre attraversata da un’attenzione acuta al movimento, al corpo e all’istante che precede l’azione. L’esposizione torinese chiede tempo, attenzione e lentezza per essere fruita appieno ricordandoci che Hokusai non è un’icona da consumare quanto piuttosto un artista con cui continuare a dialogare. Un «vecchio pazzo per il disegno» che, a distanza di due secoli, insegna ancora che una sola linea può contenere un intero universo.
«Fu mia nonna a trasmettermi l’amore per Hokusai. Dirigendo la prima galleria al femminile della città, nel 1969 introdusse per prima le stampe giapponesi a Torino», dichiara la curatrice Elena Salamon. «Mi insegnò a cogliere la semplicità essenziale e la poesia di Hokusai, espressa in un linguaggio universale capace di emozionare attraverso i secoli. Questa mostra riunisce esemplari acquisiti negli anni, creando un percorso attraverso i momenti più significativi della sua produzione».
Hokusai Katsushika, «La cascata di Ono sulla strada di Kiso, Kiso-kaido, Ono-no-bakufu», 1932 circa. Courtesy of Galleria Elena Salamon