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Ibrahim Mahama

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Ibrahim Mahama

Ibrahim Mahama è il primo artista africano a raggiungere la vetta della classifica Power 100 di ArtReview

È l'artista ghanese a conquistare il primo posto nell’edizione 2025 dell’ArtReview Power 100, la più longeva e autorevole classifica internazionale dedicata alle figure che hanno maggiormente inciso sull’ecosistema dell’arte contemporanea negli ultimi dodici mesi.

Sophie Seydoux

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È il ghanese Ibrahim Mahama a conquistare il primo posto nell’edizione 2025 dell’ArtReview Power 100, la più longeva e autorevole classifica internazionale dedicata alle figure che hanno maggiormente inciso sull’ecosistema dell’arte contemporanea negli ultimi dodici mesi. Già noto per le monumentali installazioni realizzate con sacchi di juta e tessuti di scarto, spesso residui dell’industria del cacao del Ghana, Mahama ha progressivamente trasformato la propria pratica in un laboratorio di infrastrutture culturali. Il suo primato nella lista non premia soltanto la forza dell’immaginario visivo, ma soprattutto la sua capacità di modellare nuove istituzioni e ridefinire il rapporto tra produzione artistica, pedagogia e comunità locale.

A Tamale, la città dove è cresciuto, Mahama reinveste i proventi delle proprie vendite in un sistema articolato di spazi e programmi: Red Clay Studio, Savannah Centre for Contemporary Art (SCCA) e Nkrumah Volini. Strutture che ospitano residenze, mostre, workshop per bambini e progetti didattici, divenendo modelli alternativi ai musei e alle gallerie tradizionali, oggi in evidente fase di assestamento a livello globale. Il suo lavoro, nato da riflessioni su lavoro, sfruttamento ed estrattivismo, si traduce così in una politica culturale autonoma. Mahama incarna un paradigma sempre più diffuso: artisti che non solo producono opere, ma creano le condizioni materiali e istituzionali affinché l’arte possa essere condivisa e trasmessa.

Una top ten che riscrive le regole.

Un orientamento analogo attraversa l’intera parte alta della classifica:

l’egiziano Wael Shawky (4°) arriva a “curare” una fiera d’arte;

il singaporiano Ho Tzu Nyen (5°) firma la direzione di una biennale;

artisti come Mark Bradford (12), Yinka Shonibare (14) e Tracey Emin (100) sviluppano programmi di residenza;

altri ancora, da Wolfgang Tillmans (10) a Theaster Gates (16) e Marina Abramović (28), fondano scuole, centri culturali o interi ecosistemi artistici.

Accanto a loro, collettivi come Forensic Architecture (9), blaxTARLINES (69) e il Cercle d’Art des Travailleurs de Plantation Congolaise (82) ripensano i modelli di diffusione e i confini dei pubblici, operando spesso in contesti lontani dai tradizionali poli di potere economico e culturale.

Il peso crescente del Golfo

L’ascesa dei Paesi del Golfo è un altro dei segni di questo tempo. In seconda posizione figura Sheikha Al-Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al-Thani, seguita da Sheikha Hoor Al Qasimi (3°) e da Badr bin Abdullah Al Saud (21°). L’imponente investimento nell’arte e nella cultura rispecchia la volontà di queste nazioni di riscrivere la propria identità post-carbonio e di affermarsi come nuovi centri di produzione culturale, mentre Stati Uniti, Germania e Regno Unito attraversano una fase di instabilità tra guerre culturali e austerità.

Parallelamente, molti grandi collezionisti – da Miuccia Prada (32) a Bernard Arnault (56), François Pinault (58) e Han Nefkens (78) – preferiscono sostenere direttamente la produzione artistica attraverso fondazioni e fondi dedicati, riducendo il peso dei galleristi, i cui margini economici si sono fortemente assottigliati nell’ultimo anno.

Un sistema in trasformazione

La fotografia che emerge dal Power 100 2025 è quella di un mondo dell’arte in profonda trasformazione: musei in stallo finanziario e curatoriale, gallerie di fascia media in crisi strutturale, mega-gallerie costrette a diversificare (editoria per Zwirner al 67°, ibridazioni pop per Perrotin all’87°, programmi educativi per Hauser & Wirth al 57° e per Experimenter al 59°).

In questo scenario, emergono con forza figure capaci di affrontare temi urgenti: censura, controllo delle immagini, tecnologia, conflitti. Non più soltanto autori di opere, ma agenti in grado di plasmare nuove reti di relazioni, nuovi pubblici, nuovi modi di intendere l’arte.

Un ritratto dell’arte del presente

La lista, elaborata da un comitato internazionale di circa 30 esperti, considera l’influenza globale, l’attività effettiva nell’ultimo anno e la capacità di oltrepassare la dimensione locale. Ne scaturisce un ritratto dell’arte contemporanea come sistema sociale complesso, fatto di cooperazioni, economie alternative e nuove infrastrutture culturali.

Pubblicato per la prima volta nel 2002, il Power 100 rimane la classifica più riconosciuta nel panorama internazionale. Negli ultimi anni ha visto al primo posto Sheikha Hoor Al Qasimi (2024), Nan Goldin (2023), ruangrupa (2022) ed ERC-721, sigla che rappresenta gli NFT, nel 2021.

L’edizione 2025 conferma che il baricentro del mondo dell’arte è in movimento, e che oggi, più che mai, a guidarlo sono coloro che inventano nuovi modi di fare arte e nuovi luoghi in cui farla vivere.

Sophie Seydoux, 04 dicembre 2025 | © Riproduzione riservata

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