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Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliNel 1919, nella Germania appena uscita dalla Prima guerra mondiale, nasce il Bauhaus: scuola, laboratorio e manifesto di una nuova idea di modernità. Fondato a Weimar da Walter Gropius, non propone soltanto un’estetica, ma un diverso modo di pensare il rapporto tra arte, industria e vita quotidiana, superando la separazione tra artista e artigiano, pittura e progettazione, opera unica e oggetto d’uso, con l’obiettivo di costruire un linguaggio capace di unire forme essenziali, sperimentazione sui materiali, architettura e design. Meno conosciuta è però la storia di chi, dentro quella rivoluzione destinata a cambiare il Novecento, sceglie una strada diversa.
Max Peiffer Watenphul (Weferlingen, 1896 – Roma, 1976) arriva a Weimar nel 1919, nello stesso anno della fondazione della scuola, ma invece di abbandonare la pittura ne fa il centro della sua ricerca. Tra lezioni, sperimentazioni e il confronto con alcuni dei grandi protagonisti dell’avanguardia europea costruisce un linguaggio autonomo fatto di colore, composizione e memoria dei luoghi.
È a questa figura solitaria e ancora poco indagata del Novecento europeo che la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma dedica la mostra «Max Peiffer Watenphul. Pittore del Bauhaus», visitabile fino al 23 agosto 2026. Curata da Gregor H. Lersch, direttore del Museo Casa di Goethe di Roma, l’esposizione ripercorre la traiettoria dell’artista tedesco dagli anni della formazione al Bauhaus fino al lungo rapporto con l’Italia.
Il progetto nasce anche come primo passo pubblico della Fondazione Max Peiffer Watenphul ETS, creata per tutelare, studiare e diffondere l’opera dell’artista. Accanto ai dipinti, agli acquerelli, alle fotografie e ai materiali d’archivio, l’esposizione presenta per la prima volta alcune opere della fase giovanile, insieme a lettere e documenti provenienti dal lascito. Il percorso si apre inoltre in dialogo con i maestri custoditi nelle collezioni della Galleria Nazionale, da Kandinskij a Klee, da Itten ad Albers, restituendo il contesto in cui Peiffer Watenphul si formò e la distanza della sua ricerca rispetto all’immagine più nota del Bauhaus.
Al Bauhaus, Peiffer Watenphul entra in un laboratorio in cui le distinzioni tradizionali tra le discipline vengono messe in discussione. Frequenta un ambiente attraversato dalle ricerche di Paul Klee, Johannes Itten, Oskar Schlemmer e degli altri maestri della scuola, instaurando con Klee un rapporto particolarmente importante, ma senza rinunciare mai alla propria autonomia e alla dimensione figurativa. Il suo Bauhaus non è quello delle forme industriali e della produzione seriale: è un luogo di libertà sperimentale in cui studiare equilibrio, colore e struttura dell’immagine.
Max Peiffer Watenphul, «Paesaggio persiano»
Testa romana
La mostra segue questa traiettoria con un’ottantina di opere tra dipinti, acquerelli, fotografie e opere su carta, articolate in cinque sezioni che accompagnano il visitatore dagli anni della formazione fino alla stagione italiana. Si parte dal giovane Peiffer Watenphul immerso nel clima delle avanguardie tedesche e del primo Bauhaus di Weimar, dove tra il 1919 e il 1922 entra in contatto con una nuova idea di creazione aperta al dialogo tra pittura, fotografia, artigianato e arti applicate. Tra le opere che raccontano questa fase c’è anche l’arazzo del 1921, testimonianza concreta di come la ricerca bauhausiana non riguardasse solo l’immagine dipinta ma il rapporto tra materiali, colore e costruzione della forma.
Da quel laboratorio eredita soprattutto l’attenzione per il colore, la composizione e la libertà di sperimentare tecniche differenti, ma sceglie di restare pittore. Nei dipinti e negli acquerelli Peiffer Watenphul continua infatti a misurarsi con il mondo visibile. Città, paesaggi, fiori, interni e nature morte rimangono riconoscibili, ma vengono trasformati attraverso la lezione moderna. Nelle composizioni floreali e negli oggetti raccolti sulle tavole degli atelier il soggetto perde il valore di semplice rappresentazione: vasi, tessuti e superfici diventano occasioni per studiare rapporti cromatici, pieni e vuoti, equilibrio tra forme.
Gli oggetti non scompaiono, ma vengono semplificati e inseriti in un ordine visivo costruito, dove superfici, volumi, luce e ombra diventano elementi della composizione. Nelle vedute urbane, architetture, finestre e prospettive vengono organizzate in piani cromatici e geometrie essenziali. Il colore descrive ma soprattutto costruisce l’atmosfera dell’opera, segnando la distanza dall’immagine più conosciuta del Bauhaus legata all’astrazione geometrica, all’industria e al progetto funzionale: Peiffer Watenphul porta quella ricerca dentro una pittura più silenziosa, sospesa tra memoria e osservazione.
Accanto alla pittura, il percorso dedica spazio alla fotografia, un capitolo meno noto ma fondamentale della sua ricerca. Attraverso l’obiettivo l’artista studia dettagli architettonici, tagli improvvisi, giochi di ombre e composizioni rigorose che ritornano anche nelle tele. La fotografia non è un linguaggio separato, ma un esercizio dello sguardo.
La mostra racconta poi il viaggio e il rapporto con il Mediterraneo. L’Italia diventa presto uno dei grandi territori della sua immaginazione: Venezia, Roma e il Sud non sono soltanto luoghi da rappresentare, ma spazi in cui luce, architettura e paesaggio trasformano il suo modo di guardare. Dopo gli anni delle avanguardie tedesche e le fratture della storia europea, Peiffer Watenphul trova nel nostro Paese uno dei centri della sua ricerca, fino alla morte a Roma nel 1976.
Venezia, in particolare, diventa nel secondo dopoguerra uno dei luoghi della maturità. Peiffer Watenphul non cerca la veduta riconoscibile della città, ma ne isola elementi e atmosfere: le facciate, i canali, gli scorci architettonici e la luce della laguna diventano strutture di colore. Le forme vengono semplificate, i dettagli ridotti, mentre il rapporto tra superfici e tonalità costruisce un’immagine sospesa tra osservazione reale e memoria. La lezione del Bauhaus, basata su equilibrio e composizione, incontra la tradizione del paesaggio e della luce mediterranea.
La mostra restituisce così il percorso di un artista cresciuto nel cuore di una delle esperienze più radicali del Novecento, ma capace di trasformarne gli insegnamenti in una direzione autonoma. Peiffer Watenphul ha portato fuori dal Bauhaus la ricerca sull’equilibrio, sulla forma e sul colore, trasferendola dagli oggetti della nuova società industriale ai paesaggi, alle città, alle nature morte e ai frammenti del mondo osservato. Una modernità più silenziosa, in cui la rivoluzione dello sguardo passa ancora attraverso la pittura.
Max Peiffer Watenphul, «Natura morta con caraffa»