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Carlo Vistoli (Tancredi) e Martina Russomanno (Amenaide) nel «Tancredi» di Gioachino Rossini andato in scena al Teatro dell’Opera di Roma con la direzione di Michele Mariotti e la regia di Emma Dante

Foto Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma

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Carlo Vistoli (Tancredi) e Martina Russomanno (Amenaide) nel «Tancredi» di Gioachino Rossini andato in scena al Teatro dell’Opera di Roma con la direzione di Michele Mariotti e la regia di Emma Dante

Foto Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma

Il «Tancredi» di Emma Dante, fiaba siciliana senza lieto fine

L’opera giovanile di Gioachino Rossini è tornata al Teatro dell’Opera di Roma dopo 22 anni con la direzione di Michele Mariotti e la messinscena della regista palermitana, che il prossimo 12 giugno riceverà il Leone d’Oro alla Carriera alla Biennale Teatro di Venezia  

Sergio Buttiglieri

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Al Teatro dell'Opera di Roma abbiamo assistito alla Prima nazionale del «Tancredi» di Gioachino Rossini, con la direzione musicale di Michele Mariotti e la regia di Emma Dante. Con questa nuova produzione Dante ha incantato tutto il numeroso pubblico, senza ricevere alcuna contestazione finale, come talvolta ancora accade quando le regie innovative concepiscono le scene in maniera inconsueta. La regista palermitana ha inserito nel suo «Tancredi» i Pupi siciliani manovrati dai vari protagonisti del libretto, coerente con le motivazioni della giuria della Biennale Teatro che motiva il premio sottolineando la sua capacità di «portare la Sicilia alla ribalta, innervando la grande lezione di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, come pure di Ciprì e Maresco o Franco Scaldati, affrontando con coraggio una ricerca linguistica unica».

«Tancredi» è la decima fra le trentanove opere di Rossini; si basa su un libretto di Gaetano Rossi tratto dal Tancrède (1760) di Voltaire, tragedia in cinque atti rappresentata in privato a Ferney nel 1759, quindi nel 1760 alla Comédie Française, ove rimase in repertorio per poco meno di un secolo fin quasi a toccare la quattrocentesima recita. La partitura rossiniana, andata in scena dal 19 al 29 maggio, mancava a Roma dal 2004. E Michele Mariotti, per la prima volta a dirigere nel Teatro dell’Opera, ci ricorda come il «Tancredi» sia per lui modernissimo e completamente folle. È il primo capolavoro di Rossini e getta le basi per un nuovo linguaggio. Il compositore pesarese lo mise in scena per la prima volta a Venezia nel febbraio del 1813, per poi modificarlo a Ferrara a poco meno di un mese dal debutto, introducendo fra le altre cose il finale tragico ideato da Voltaire, adottato anche da Emma Dante, con la morte di Tancredi (il fantastico contralto Carlo Vistoli) fra le braccia di Amenaide (interpretata con grande maestria dal soprano Martina Russomanno), scena che, ribadisce la regista, vale l’intera opera.

Siamo a Siracusa, nell’anno 1005. Come pegno per la riconciliazione fra le fazioni cittadine di fronte alla guerra in corso contro i Saraceni guidati da Solamir, Argirio (il tenore Antonino Siragusa), capo di una delle due, promette a Orbazzano (il basso Luca Tittoto), capo dell’altra, la mano della figlia Amenaide. Costei ama invece Tancredi, esule da Siracusa e da tutti creduto alleato dei Saraceni, e proprio un istante prima di conoscere la decisione del padre gli manda in segreto, per mano di uno schiavo e senza scrivere il nome del destinatario, una lettera d’amore con l’invito a ricongiungersi a lei. Tancredi effettivamente torna, ma non in seguito a quel biglietto, mai ricevuto perché intercettato dai Saraceni, che lo hanno creduto diretto al loro capo Solamir. Ai suoi compatrioti Amenaide appare così traditrice della città e a Tancredi infedele; e per il primo di questi motivi è condannata a morte. 

A difenderla si presenta allora un cavaliere sconosciuto, che si offre di battersi in duello con Orbazzano, sostenitore dell’accusa. Il cavaliere è Tancredi. Questi tuttavia, ritenendosi tradito dalla donna, dopo averla liberata uccidendo Orbazzano cerca la morte nella battaglia contro Solamir. Senza trovarla. Chi cade in battaglia è invece Solamir, che in punto di morte scagiona la donna da ogni colpa, riconciliandola così con l’amato. È questo il lieto fine che il librettista Gabriele Ferro ha sostituito allo scioglimento dell’originale di Voltaire, dove invece Tancredi apprende sì la verità, ma troppo tardi, spirando tra le braccia dell’amata.

L’opera di un Rossini appena ventiduenne colpì anche Goethe il quale, assistendo a una sua rappresentazione, commentò di essersi sforzato di dimenticare gli «elmi, armature, trofei» che vedeva in scena per scorgere nel tutto «una favola boschereccia alla maniera del Pastor fido» evocando Battista Guarini. Stendhal parlò di «genio ancora vergine», di «candore verginale». Ed è questo il tono che guida tutta l'opera: le sue avventure non ne sono che incarnazioni diverse, disposte in architetture leggere, secondo un’arte che si direbbe del giardinaggio. In questa giovinezza di Rossini risuonano indubbiamente anche ascendenze settecentesche e «Di tanti palpiti» è destinata a restare per mezzo secolo una delle melodie più cantate e canticchiate del mondo.

Siamo di fronte a una partitura in cui l'apollineo e il dionisiaco si fondono, dove la lucida e astratta struttura rossiniana fa da contenitore a passioni amorose travolgenti. Tancredi e Amenaide sono due ragazzini e, come tali, vivono l'amore con esagerazioni ed esasperazioni. «Tancredi», ci ricorda Mariotti, è un’opera assurda, anche perché, tra l’altro, ci sono due lunghissimi duetti tra gli innamorati e ciononostante i due non riescono mai a chiarirsi. 

La scelta di chiamare Carlo Vistoli nel ruolo di Tancredi (applauditissimo a scena aperta, oltre che nel finale, per la sua notevole ricchezza sonora che ha incantato tutti) anziché, come spesso è avvenuto in passato, un contralto femminile, non significa una bocciatura nei confronti delle grandi cantanti che hanno già interpretato questo ruolo. Semplicemente c’è stata la volontà di proporre qualcosa di nuovo, di non adagiarsi su percorsi già consolidati. E la scelta del direttore, in sintonia con Emma Dante, di adottare il finale tragico della morte di Tancredi è stato ritenuto più idoneo in questa atmosfera rarefatta e straniante. Qui la musica descrive l’allontanarsi progressivo del corpo e dell’anima di protagonista. Non c’è nulla di elementare, ma è meraviglioso. Nella sua modernità questo finale è, a suo modo, una stonatura rispetto all’opera, che è il trionfo dell’assurdo e dove il lieto fine sarebbe coerente. La forza del finale tragico, invece, sta nella sua incoerenza: assume la rassicurante forma della fine d’incubo, ma più manieristico, conforme alla storia, così assurda, se pensiamo alla gelosia di Tancredi. Rossini voleva raccontarci questo rapporto unico, speciale, impossibile, difficile, doloroso come spesso avviene anche in Mozart e Verdi. 

Dante, che seguiamo ormai da venticinque anni, prima con le mitiche regie di prosa («Mpalermu», 2001 e «Carnezzeria», 2004, Premio Ubu), ora da qualche tempo con le impeccabili regie liriche (a cominciare dalla «Carmen», che debuttò alla Scala nel 2009), con «Tancredi» è entrata in questo mondo di epica e di fiaba, ricordando i colori e le immagini dell’isola, che è anche la sua, dove l'opera è ambientata. Attraverso le tradizioni, i costumi, la cultura siciliana, Dante ha voluto svelare l’anima profonda di una partitura che «è un’opera  bellissima, con una musica pazzesca, ma drammaturgicamente è un vero labirinto su cui è necessario mettere le mani. Io l’ho sentita subito molto simile a una di quelle storie ricche di avventure raccontate dai cantastorie. E infatti lo spettacolo inizia come se fosse l’Opera dei Pupi siciliani che tutti conoscono, con gli attori di legno mossi dai fili per dare vita alle avventure dei paladini e delle dame». La regista ha usato il folklore siciliano, ma per demolirlo. Quel ritratto pittoresco di siciliani e Saraceni viene progressivamente scardinato davanti ai nostri occhi, diventando la fotografia di un mondo che crolla. L’atmosfera si fa via via più astratta, onirica, oscura, mostrandoci che cosa c’è dietro quella apparente semplicità. 

«Tancredi» è una fiaba dell'amore e della morte che inizia con i colori del folklore ma finisce nel nero dell’anima. A noi che viviamo ormai chiusi nel nostro isolamento davanti agli schermi dei nostri telefonini, la regista ha voluto mostrare il contrario: quel sentimento di immedesimazione sincera, vera, nell'altro, nel travaglio altrui.  E la musica di Rossini aiuta tanto, così come il dualismo di Tancredi, un uomo con la voce di donna. Ma il fatto che Rossini avesse scritto il personaggio per un contralto «en travesti» era proprio perché pensava non al solito eroe guerriero bensì a un uomo delicato, sensibile. 

Grande successo della direzione musicale di Michele Mariotti che assieme al maestro del coro Ciro Visco hanno contribuito a decretare il buon esito di Emma Dante (che, fra l’altro, il prossimo 12 giugno sarà premiata con il Leone d’Oro alla Carriera alla Biennale Teatro di Venezia) con questa nuova produzione rossiniana. Il merito va anche alle scene di Carmine Maringola e ai costumi curati da Chicca Ruocco insieme alla stessa Dante, nonché alle luci di Luigi Biondi che hanno illuminato egregiamente i movimenti coreografici curati da Manuela Lo Sicco

 

Sergio Buttiglieri, 05 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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