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Luana De Micco
Leggi i suoi articoli«Cinque corpi maschili nudi attraversati da emozione e vitalità», accolgono i visitatori della mostra «Michelangelo-Rodin. Corpi vivi», che il Louvre propone dal 15 aprile al 20 luglio: sono lo «Schiavo morente» e lo «Schiavo ribelle» di Michelangelo, scolpiti tra il 1513 e il 1515, e «L’âge d’airain» (1875-77), «Adamo» (1880-81) e «Jean d’Aire nu» (1886 ca), uno studio per i «Bourgeois de Calais», di Auguste Rodin. Il percorso, articolato in cinque sezioni, curato a quattro mani da Chloé Ariot e Marc Bormand, conservatori rispettivamente del Musée Rodin di Parigi e del Louvre, mette in scena uno dei confronti più interessanti della storia della scultura: quello tra il genio del Rinascimento e il padre della modernità plastica. Più di 200 sono le opere in mostra tra marmi, bronzi, terrecotte, modelli in gesso e disegni, attinte soprattutto dalle collezioni dei due musei, a cui si aggiungono prestiti di istituzioni internazionali.
Se il dialogo tra Michelangelo e Rodin non è un’invenzione recente della storiografia, ma comincia già all’epoca dello scultore francese, il progetto del Louvre propone di andare oltre gli approcci esistenti e più tradizionali, centrati spesso sul solo «rapporto di filiazione»: «Per comprendere davvero la pertinenza di questo accostamento, suggeriscono i curatori, non possiamo superare l’idea di un legame lineare rivendicato da Rodin con Michelangelo e analizzare invece, opera per opera, i legami estetici, formali, stilistici e concettuali che si intrecciano con sorprendente evidenza a quattro secoli di distanza? La mostra si pone l’obiettivo di esplorare la loro preoccupazione comune: rappresentare il corpo non come semplice forma, ma come espressione della vita». Tra i primi studi comparativi, Chloé Ariot e Marc Bormand ricordano quello del filosofo tedesco Georg Simmel che, nel 1911, dedicò ai due scultori un celebre saggio incluso nella raccolta Philosophische Kultur, arrivando a una visione profondamente diversa delle due poetiche. Come spiegano i curatori nel catalogo, la teoria di Simmel «riposa sulla dualità apparentemente inconciliabile tra l’essere fisico e l’essere spirituale che costituisce l’umano e che irriga le arti plastiche. Simmel riconosce a Michelangelo il merito di aver unito questi due fondamenti grazie al più alto grado di stilizzazione classica. A sua volta Rodin, scrivono, cerca di risolvere questa contraddizione attribuendo al corpo, l’essere fisico, la potenza del movimento, che per Simmel appartiene alla dimensione psichica: ciò che in Michelangelo rimaneva il “corpo puro”, struttura plastica astratta, diventa in Rodin il movimento. Materializzando il divenire, soprattutto nei suoi marmi, Rodin dà forma all’anima moderna. Forma chiusa e apogeo del Classicismo in Michelangelo; forma aperta e nascita della modernità in Rodin».
Il confronto prosegue negli anni successivi. Del 1953 è Rodin und Michelangelo dello storico dell’arte svizzero Joseph Gantner, il quale si interessa al non finito, ovvero a «comprendere le ragioni dell’“incompiutezza” che caratterizza molte opere dei due maestri. Gantner rifiuta l’idea di una differenza di natura tra opera finita e opera non finita: l’incompiutezza non è un difetto artistico, ma un’estetica che permette allo scultore di lavorare l’opera a diversi gradi di realtà». I curatori ricordano che la «coppia» Michelangelo-Rodin occupa un posto centrale anche nella storiografia statunitense, citando in particolare gli scritti di Leo Steinberg e di Albert Alhadeff, che si concentrò sull’impatto del viaggio del 1876 in Italia nello sviluppo dello stile di Rodin. Ci fu poi la mostra «Rodin and Michelangelo: A Study in Artistic Inspiration» organizzata da Christopher Riopelle e Flavio Fergonzi nel 1996-1997 tra il Philadelphia Museum of Art e la Casa Buonarroti di Firenze.
Tornando a Parigi, la mostra del Louvre propone ora un «confronto inedito» tra le due opere scultoree, cogliendo tra loro «continuità e rotture». Il percorso prende le mosse dallo studio della Natura e dal confronto con l’Antico. Disegni e schizzi testimoniano in entrambi una comprensione profonda dell’anatomia del corpo umano e una costante sfida con la tradizione classica: «In entrambi i casi, sottolineano i curatori, questo lavoro getta le basi per una nuova estetica. Con i suoi corpi possenti e allungati, senza esitare a mescolare elementi maschili e femminili, Michelangelo inventa la buona maniera. Rodin abolisce l’aspetto realistico dei corpi, concentrandosi sulla loro vitalità. Le sue proposte plastiche, come la figura parziale e il torso, hanno avuto una grande influenza sulla scultura del XX secolo». Il cuore della mostra è dedicato a ciò che sembra legare più profondamente i due artisti: la pratica del non finito, l’estetica emblematica del maestro rinascimentale che Rodin fece propria. I corpi incompiuti sembrano organismi vibranti: «Nelle loro opere i corpi pensano, sognano, vivono e muoiono, scrivono ancora i curatori. Sono attraversati da emozioni, soffrono, si trasformano. In questa prospettiva, il Giudizio Universale della Cappella Sistina e la “Porte de l’Enfer” di Rodin, evocati in mostra attraverso studi e copie, rappresentano la quintessenza di una ricerca sul destino umano tradotta nella materia». Il Louvre ha ottenuto da Casa Buonarroti di Firenze il prestito del «Cristo crocifisso», la piccola scultura in legno di tiglio lasciata da Michelangelo in stato di abbozzo, una delle espressioni più liriche del non finito michelangelosco durate i suoi ultimi anni. Il Musée Rodin ha prestato invece la «Mano di Dio» (1896-98), in cui lo scultore di Meudon rappresenta nel marmo la mano divina che modella nell’argilla il corpo di Adamo. L’ultima sezione esplora i mezzi plastici attraverso i quali i due artisti danno forma all’energia e alla vitalità del corpo, il ruolo dell’erotismo, la tensione dei muscoli, l’espressione della forza, come nei due colossi del «Mosè» di Michelangelo e del «Balzac» di Rodin. La mostra guarda anche oltre i due maestri. La storia della scultura che si scrive tra Michelangelo e Rodin trova infatti un «prolungamento» nella creazione contemporanea a partire dagli anni Sessanta. Quattro artisti sono stati scelti per testimoniare questa eredità: Joseph Beuys, Bruce Nauman, Giuseppe Penone e Jana Sterbak. Le loro opere dimostrano quanto le questioni poste dai due giganti della scultura, il corpo, la materia e l’energia vitale, restino ancora straordinariamente attuali.
Michelangelo, «Uomo nudo visto di fronte», 1501-4 ca. © Musée du Louvre, dist. GrandPalaisRmn/Suzanne Nagy
Auguste Rodin, «Adam». © Musée Rodin. Foto: Christian Baraja