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Erica Roccella
Leggi i suoi articoliIl confine tra arte digitale e arte tradizionale potrebbe non essere mai esistito davvero. A dirlo sono l’artista Trevor Paglen e il digital art strategist Eli Scheinman, co-curatori della nuova sezione di Art Basel, Zero 10. Ha già debuttato prima a Miami (a dicembre), poi a Hong Kong (a marzo), e ora è pronta a conquistare una nuova fetta di collezionisti a Basilea, nella settimana più calda del calendario fieristico contemporaneo. Mentre Parigi s’insinua e fa breccia nei cuori e nelle agende degli addetti ai lavori, ma questa è un’altra storia. E quindi: 20 gli espositori presenti, tra giganti blue-chip e nomi nativo-digitali. The Condition, la condizione attuale, come filo rosso comune. A pochi giorni dal gong di avvio, abbiamo chiesto ai due curatori che cosa aspettarci dalla prima edizione svizzera di Zero 10; ma anche un quadro generale sul collezionismo digitale, e di come si evolve, a dimensione d’uomo.
Trevor, in che modo questo ruolo di co-curatore di Zero 10 ad Art Basel, insieme a Eli Scheinman, amplia la tua prospettiva come artista che lavora all’intersezione tra arte, tecnologia e sistemi della conoscenza?
Trevor: «Curare una mostra ti costringe a costruire un discorso attraverso il lavoro di altre persone, non soltanto attraverso il tuo. Con Zero 10, a Basilea, Eli ed io abbiamo dovuto chiederci qualcosa di più ampio, che in sostanza è: che cosa significa il fatto che oggi una parte così consistente dell’arte sia realizzata a partire da informazioni, codici, segnali e istruzioni? Non sono questioni nuove ovviamente, ma le loro implicazioni continuano ad ampliarsi: ci sono istruzioni che funzionano senza la tua presenza, si possono generare infiniti output a partire da una sola fonte, e le macchine possono eseguire, verificare, valutare. Tutto questo modifica il concetto di autorialità, di originalità e persino la definizione stessa di “opera”. Nella mia pratica artistica stavo già riflettendo su questi temi, ma mettere in dialogo il lavoro di altri artisti mi ha permesso di osservarli con una prospettiva molto più nitida».
Zero 10 arriva tra l’altro in un momento particolarmente interessante: il mercato dell’arte digitale sta cercando una nuova maturità dopo il ciclo speculativo degli NFT, mentre l’intelligenza artificiale sta trasformando l’intero ecosistema creativo. Che cosa dobbiamo aspettarci da questa edizione inaugurale a Basilea?
Eli: «Questa edizione di Zero 10 sarà la più ampia mai realizzata finora e siamo entusiasti della presenza di gallerie veterane di Art Basel a un programma rigoroso che mette in relazione prospettive contemporanee e storiche. Le presentazioni copriranno l’intero spettro delle pratiche artistiche digitali e coinvolgeranno più generazioni di artisti. Ad esempio, Hauser & Wirth porta un’opera recente di Avery Singer, Shit Coin Maxi (2025), che riflette sulla cultura speculativa delle criptovalute attraverso la rappresentazione di due wallet digitali trovati su Twitter (collegandosi così alla recente ricerca pittorica dell’artista sull’intersezione tra gioco d’azzardo, finanza e tecnologia). Allo stesso tempo, la presentazione di Oniris.art e Interface Gallery dedicata a Vera Molnar – pioniera dell’arte digitale che iniziò a utilizzare i computer nel 1968 – mostrerà il corpus di opere intitolato When Algorithms Draw: The Vision of Vera Molnar (2026), evidenziando come il pensiero algoritmico possa diventare uno strumento di espressione artistica. Zero 10 a Basilea vedrà inoltre, per la prima volta, la partecipazione di un’istituzione: HEK (Haus der Elektronischen Künste – House of Electronic Arts), con una mostra (non commerciale) dedicata alla contestualizzazione storica della net art».
Trevor: «Sono completamente d’accordo con Eli. Abbiamo cercato di riunire una pluralità di voci artistiche che rappresentano la lunga storia dell’arte digitale, sviluppatasi nell’arco di diversi decenni. Il tema curatoriale di Zero 10 ad Art Basel 2026 è The Condition, che riflette appunto sul nostro mondo così com’è oggi: saturo di immagini digitali, intelligenza artificiale e sistemi computazionali. In questo contesto, le presentazioni di Zero 10 attraversano decenni di pratiche basate su istruzioni e processi sistemici, per mostrare il digitale come un medium dotato di possibilità proprie. Gli artisti coinvolti si inseriscono così in un dialogo intergenerazionale sul significato di essere vivi nell’era digitale».
Quale tipo di collezionista sperate di coinvolgere attraverso Zero 10, a Basilea?
Eli: «In quanto iniziativa globale di Art Basel dedicata all’arte dell’era digitale, speriamo che Zero 10 dimostri il costante impegno della fiera nel valorizzare le voci artistiche plasmate dalla cultura digital. In questo senso, sia come iniziativa complessiva sia nella sua edizione di Basilea, vorremmo che Zero 10 potesse rappresentare un punto di accesso per i visitatori di Art Basel meno familiari con questo settore, ma anche un’occasione di dialogo con la comunità digitale che ha contribuito a rendere questa forma artistica ciò che è oggi».
Ecco, a questo proposito, vi chiedo: il collezionista di arte digitale tende ancora a restare in qualche modo confinato al proprio settore? Oppure stiamo assistendo sempre più a una convergenza con il collezionismo di arte contemporanea “tradizionale”?
Trevor: «Per molto tempo si è pensato che arte tradizionale e arte digitale appartenessero a categorie separate e indipendenti, sia dal punto di vista dei linguaggi sia da quello degli artisti. Per Zero 10, a Basilea, abbiamo adottato una prospettiva diversa: questa separazione, in realtà, non c’è mai stata. Quasi tutte le opere realizzate negli ultimi decenni nascono in qualche forma digitale. Con la diffusione di nuovi strumenti e risorse, la digital art non esiste in un vuoto isolato. Oggi gli artisti utilizzano software come Photoshop, Blender, Rhino o ZBrush per progettare, modificare o concettualizzare il proprio lavoro, e anche coloro che operano con mezzi analogici spesso partono da una visione concepita digitalmente. Con Zero 10 vogliamo suggerire ai visitatori e ai collezionisti proprio questo: che il confine tra arte digitale e arte tradizionale potrebbe non essere mai esistito davvero».
E in effetti per la prima edizione di Zero 10 avete riunito gallerie blue-chip – come Hauser & Wirth, che menzionavate prima – accanto a piattaforme native digitali. Un segnale che la distinzione tra “arte digitale” e “arte contemporanea” sta effettivamente finalmente scomparendo…
Eli: «Mi aggancio alla riflessione di Trevor. Ciò che stiamo osservando non è tanto la scomparsa delle differenze quanto la maturazione dell’arte digitale come categoria dell’arte contemporanea. Dopo due edizioni di successo di Zero 10 – ad Art Basel Miami Beach nel dicembre scorso e ad Art Basel Hong Kong nel marzo 2026 – è diventato evidente che esiste un interesse crescente, sia da parte delle istituzioni sia dei collezionisti privati, nel comprendere come le pratiche digitali si inseriscano nel più ampio panorama dell’arte contemporanea. In concomitanza con la fiera, Refik Anadol inaugurerà DATALAND a Los Angeles, il primo museo delle arti dell’intelligenza artificiale e dell’ecosistema digitale. Si tratta di un momento simbolico che testimonia il crescente riconoscimento e la progressiva istituzionalizzazione di questo ambito a livello internazionale».
Per concludere: dal punto di vista del mercato, come cambia il concetto stesso di opera d’arte quando ciò che viene collezionato è un processo, un algoritmo o un’esperienza variabile?
Trevor:
«Il mercato dell’arte si è sempre adattato all’emergere di nuovi linguaggi artistici, dalla fotografia al video, fino alla performance e all’arte concettuale. Il modo in cui oggi viene collezionata la digital art riflette un’evoluzione più ampia del nostro rapporto con la cultura, la tecnologia e gli altri individui. In sostanza, la questione non riguarda tanto una ridefinizione fondamentale di ciò che consideriamo un’opera d’arte, quanto piuttosto l’espressione di come le interazioni digitali si siano sviluppate fino a oggi. Che l’opera assuma la forma di un oggetto, di un processo, di un algoritmo o di un’esperienza variabile, il suo valore continua a risiedere nella visione dell’artista e nel significato culturale dell’opera stessa».
Installation view, ‘Avery Singer. run_it_back.exeˇ’, Serralves Museum, 2025. © Avery Singer. Courtesy the artist and Hauser & Wirth. Photo: Filipe Braga
Agnieska Kurant, Sentimentite, 2022 (detail). Mixture of various pulverized objects compacted into a mineral form, powdered stone, resin, digital. NFT, digital display. Sculpture diameter: 9 7/8 in. (25 cm). Screen: 15 1/2 x 15 1/2 x 3 1/2 in. (39.4 x 39.4 x 8.9 cm). Courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery. Photo credit: Alex Yudzon
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