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Fondazione Dries Van Noten, Palazzo Pisani Moretta, Venezia

Foto Camilla Glorioso

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Fondazione Dries Van Noten, Palazzo Pisani Moretta, Venezia

Foto Camilla Glorioso

Il lavoro paziente e continuativo della Fondazione Dries Van Noten

Lo stilista sceglie la Laguna e inaugura il suo ente non profit per sostenere la città con un’attività fatta anche di residenze, formazione, collaborazioni e persino un negozio 

Arianna Testino

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In un ecosistema culturale stratificato come quello veneziano, che subisce e al contempo influenza il destino di una città strutturalmente e socialmente fragile, l’arrivo di un nuovo interlocutore può contribuire a ridisegnare le traiettorie di urgenze ormai endemiche – spopolamento, overtourism, perdita del senso di comunità. Se le istituzioni pubbliche e private faticano a intercettare le necessità di una cittadinanza ridotta all’osso, preferendo attirare un pubblico fugace o di settore, le realtà indipendenti, pur distinguendosi per spirito di iniziativa e consapevolezza critica, trovano poco spazio in un tessuto urbano sempre più disabitato ed eroso da masse turistiche fuori controllo. Le aspettative verso le nuove voci che si uniscono al discorso culturale sono dunque alte e Dries Van Noten sembra intenzionato a non deluderle. Due anni dopo il congedo dal ruolo di direttore creativo della propria maison, lo stilista belga sceglie Venezia e Palazzo Pisani Moretta come dimora per la Fondazione ideata insieme a Patrick Vangheluwe. Inaugurata il 25 aprile 2026 con «The Only True Protest is Beauty» – una ricognizione sul potenziale innovativo della bellezza attraverso i linguaggi dell’artigianato – la Fondazione Dries Van Noten individua nel saper fare uno strumento di dialogo con chi decide di rimanere a Venezia. 

Quali ambiti, nel sistema culturale veneziano, ritiene più adatti all’intervento di chi ha scelto Venezia per creare un nuovo spazio dedicato all’arte e alla creatività? E quali urgenze e punti di forza ha individuato in questo contesto?
Venezia offre una continuità viva tra passato e presente che si percepisce fisicamente, nelle pietre, nella luce, nel ritmo della vita quotidiana. L’artigianato qui non è confinato negli archivi, ma è ancora praticato, è oggetto di discussione ed è in continua evoluzione. Per chiunque stia sviluppando uno spazio creativo, questo è un punto di partenza straordinario. La comunità universitaria, i giovani veneziani che stanno silenziosamente tornando, gli artisti internazionali che scelgono di stabilirsi qui piuttosto che limitarsi a esporre, tutto questo crea una densa atmosfera di curiosità che sembra genuinamente viva e pronta al dialogo. L’urgenza, a mio avviso, è garantire che questa energia abbia una direzione. Venezia rischia di diventare una città che si ammira dall’esterno piuttosto che una città in cui si possa davvero vivere e costruire. Nel tempo, la pressione del turismo, il costo degli spazi, la difficoltà di sostenere una pratica sono ostacoli reali per le giovani generazioni. Ciò che le istituzioni culturali possono fare, e ciò che cerchiamo di fare alla Fondazione, è creare le condizioni affinché rimanere a Venezia non solo sia possibile, ma abbia anche un senso. Non preservando la città come una cartolina, ma trattandola come un ambiente vivo, in cui la conoscenza viene condivisa, le competenze trasmesse e le nuove idee hanno spazio per mettere radici accanto a quelle vecchie.

Il sistema culturale veneziano ha le sembianze di un arcipelago di isole, al pari della città che lo contiene. Istituzioni, fondazioni pubbliche e private, gallerie, realtà indipendenti. In quale modo la Fondazione Dries Van Noten si inserisce in questo contesto?
La scena culturale veneziana è straordinaria perché ogni istituzione ha sviluppato una propria identità. Ci presentiamo con grande rispetto, senza alcuna ambizione di ridefinire ciò che già funziona così bene. Speriamo di offrire semplicemente la nostra particolare sensibilità, un’attenzione all’artigianato nel senso più ampio del termine, come filo conduttore in grado di collegarsi naturalmente con molte delle conversazioni già in corso qui, tra arte, design, moda, musica, gastronomia e altro ancora, il tutto fondendosi con le tradizioni vive della città stessa. I ponti si costruiranno da soli, credo, attraverso la curiosità condivisa piuttosto che una strategia formale. Quando si crea uno spazio in cui il fare viene preso sul serio attraverso discipline e generazioni, le persone trovano il modo di avvicinarsi l’una all’altra. Questo è ciò che speriamo.

Il tessuto sociale veneziano è fragile: la comunità residente si assottiglia anno dopo anno e il peso del turismo schiaccia e rimodella le caratteristiche di un’offerta culturale sempre più polarizzata attorno ai grandi eventi. Nel Manifesto della Fondazione, Venezia è definita «un organismo vivo e in continua evoluzione». Cosa intende fare per mettersi in ascolto della comunità che contribuisce in maniera determinante a tenere in vita questo organismo?
È una questione che affrontiamo con grande serietà. Una fondazione che si limita a partecipare al circuito internazionale dei grandi eventi, per quanto brillanti, rischia di diventare parte integrante proprio di quella pressione a cui dovrebbe opporsi. Venezia come centro vitale ha senso solo se le persone che vivono qui, gli artigiani, gli studenti, le famiglie che da generazioni mantengono viva questa città, sentono che ciò che facciamo li riguarda. La nostra risposta vuole essere una presenza discreta e costante. Collaborare con le scuole locali, coinvolgere gli studenti nelle nostre attività, dare spazio nel nostro negozio ai giovani creatori veneziani, costruire relazioni con gli artigiani nel tempo piuttosto che farvi ricorso per una singola occasione. Ascoltare, in pratica, significa tornare dalle stesse persone, seguire il loro lavoro, lasciare che siano le loro esigenze a plasmare ciò che facciamo, piuttosto che il contrario. Siamo ancora all’inizio di questo processo, ma l’impegno c’è e intendiamo onorarlo attraverso le scelte che facciamo.

Il programma di attività annunciato dalla Fondazione punta sull’artigianato e sul saper fare. È un’occasione per riportare stabilmente in città maestranze vittime dello spopolamento e di una grave carenza di investimenti e opportunità nel settore?
Lo spero, e penso che sia uno dei contributi più significativi che una fondazione come la nostra possa dare. Non con gesti eclatanti, ma creando le condizioni affinché un artigiano possa effettivamente portare avanti la propria attività. Commissioni, residenze, un negozio che generi reali opportunità economiche, collaborazioni che mettano in contatto i giovani con maestri ancora in attività. Si tratta di strumenti modesti se considerati singolarmente, ma che insieme possono iniziare a cambiare le cose. Quello che ho imparato in una vita di lavoro con gli artigiani è che la conoscenza scompare silenziosamente, non tutta in una volta. Un laboratorio chiude, un apprendista non si materializza mai, una tecnica che ha richiesto secoli per svilupparsi smette di essere trasmessa. Siamo disposti a prendere impegni a lungo termine piuttosto che organizzare eventi occasionali. Se tra dieci anni una manciata di artigiani avrà trovato nella Fondazione un motivo per restare, o un motivo per tornare, sarà un successo.

Gli studenti e le giovani generazioni sono una risorsa preziosa per la vita di Venezia, eppure non sempre gli attori del sistema culturale sanno intercettarne e salvaguardarne le esigenze. Qual è la chiave per instaurare un dialogo duraturo con loro?
La chiave è nell’ascoltare prima di pianificare. I giovani sono sensibili alla differenza tra l’essere coinvolti in modo autentico e l’essere usati come pubblico o, peggio ancora, come simbolo di rilevanza. Se li inviti a partecipare, ma le decisioni sono già state prese, se ne accorgono e se ne vanno. Ciò che crea un dialogo duraturo è affidare loro un ruolo reale, qualcosa che abbia peso e conseguenze, in cui il loro punto di vista influenzi effettivamente il risultato. Per noi significa coinvolgere gli studenti non come visitatori ma come partecipanti, nel negozio, nel modo in cui la Fondazione si presenta alla città. Le loro esigenze sono spesso molto pratiche: spazio per lavorare, accesso a materiali e maestri, opportunità economiche che rendano il soggiorno a Venezia una scelta praticabile più che un sacrificio romantico. Se riusciamo ad affrontare anche solo in parte tutto questo in modo concreto, il dialogo viene da sé. I giovani non hanno bisogno di essere convinti che l’artigianato e la creatività siano importanti. Hanno bisogno che venga loro dimostrato che qualcuno è disposto a investire su di loro in modo serio e costante.

Spesso, in una città complessa come Venezia, le istituzioni culturali finiscono per esacerbare il concetto di nicchia, rivolgendosi a un pubblico specializzato e di passaggio, mentre fuori dalle proprie mura imperversano l’overtourism e l’inevitabile indebolimento della comunità locale. 
È una tensione che ogni istituzione qui deve affrontare con onestà e non penso che esistano risposte facili. Credo, però, che la differenza tra un’istituzione responsabile e una indifferente spesso si riduce a qualcosa di piuttosto semplice: se si vede la città come un contesto o come una comunità. Se Venezia è semplicemente uno splendido sfondo per ciò che avresti fatto comunque, inevitabilmente aumenterai la pressione anziché alleviarla. Se consideri sinceramente le persone che vivono qui come parte di ciò che stai costruendo, le scelte che fai cominciano ad assumere un aspetto ben diverso. In termini concreti, questo si traduce in una programmazione che si estende per tutto l’anno e non solo durante i momenti di punta della vita culturale, in prezzi e formati che non escludono il pubblico locale, in collaborazioni con scuole e artigiani che generano opportunità concrete piuttosto che una visibilità simbolica, e in un negozio che sostiene economicamente i giovani creatori locali. Nessuna di queste azioni è spettacolare; la responsabilità verso un luogo si costruisce attraverso l’accumulo, attraverso le piccole scelte coerenti che nel tempo segnalano se si fa veramente parte di una comunità o se la si sta semplicemente attraversando.

Moodboard con composizioni visive delle diverse opere esposte per «The Only True Protest is Beauty». Courtesy Fondazione Dries Van Noten

Arianna Testino, 02 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Il lavoro paziente e continuativo della Fondazione Dries Van Noten | Arianna Testino

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