Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Anne de Carbuccia, serie «Sergente S.N.A.F.U.».

Courtesy l'artista e Brun Fine Art | Pilar Pandini.

Image

Anne de Carbuccia, serie «Sergente S.N.A.F.U.».

Courtesy l'artista e Brun Fine Art | Pilar Pandini.

Il linguaggio come «campo di battaglia»: potere, immagine e controllo nella contemporaneità

La serie «Sergente S.N.A.F.U.» di Anne de Carbuccia, esposta da Brun Fine Art | Pilar Pandini a Campo della Carità, trasforma l’immaginario militare in una riflessione sul potere del linguaggio. Le sculture cromate, tra soldatini e microfoni, non rappresentano la guerra ma ne mostrano la logica interna: un sistema dove comunicazione, propaganda e percezione coincidono

Nicoletta Biglietti

Leggi i suoi articoli

Michel Foucault si chiedeva cosa ci fosse di pericoloso nel fatto che la gente «parli». La risposta non sta nella parola in sé, ma nel modo in cui il discorso viene prodotto, ordinato e regolato da sistemi che ne definiscono i confini. In questo spazio si inserisce il lavoro di Anne de Carbuccia con la serie «Sergente S.N.A.F.U.» -- allestita da Brun Fine Art| Pilar Pandini, a Campo della Carità, Dorsoduro 1051 e visitabile dal 6 maggio al 30 settembre 2026 – che non rappresenta la guerra ma la smonta dall’interno, osservandola come «sistema».
Il titolo stesso della mostra si inserisce in questa logica. Il riferimento all’acronimo militare S.N.A.F.U. (“Situation Normal, All Fucked Up”) descrive una condizione di disordine informativo ormai sistemico, stabilizzato come normalità. Le sculture, realizzate in cromo, lavorano su superfici riflettenti che non si limitano a rappresentare ma interagiscono con lo spettatore e con l’ambiente, richiamando l’estetica dei sistemi mediatici contemporanei. La forma del soldatino giocattolo, combinata con il simbolo del microfono, produce una tensione immediata tra innocenza percepita e complessità del messaggio.

L’immaginario militare resta riconoscibile, ma viene subito spostato. Il punto di rottura non è infatti l’arma, è il microfono. Perché oggi la guerra è «linguistica» e questo significa controllo e potere invisibile.

Qui si apre un confronto diretto con Claes Oldenburg e Jeff Koons. Oldenburg ha trasformato oggetti quotidiani in presenze monumentali, spostando il banale su una scala che ne altera il significato. Carbuccia riprende questa logica nel soldatino, che diventa monumento e perde la sua dimensione ludica. Anche i suoi «proposed colossal monuments» trovano un’eco nel microfono ingigantito, che suggerisce la monumentalizzazione non dell’oggetto, ma dello strumento di comunicazione.

Jeff Koons entra invece sul piano della superficie. Le finiture cromate e lucide delle sculture richiamano una estetica di attrazione immediata, dove l’oggetto seduce prima ancora di essere letto. Come nei «Balloon Dog», la brillantezza non è decorativa ma strategica: crea ambiguità tra ciò che appare innocuo e ciò che invece esercita controllo percettivo.

In questa struttura il microfono diventa il punto centrale. Se Foucault aiuta a leggerlo come dispositivo che non trasmette soltanto il discorso, ma lo produce e lo organizza – non è uno strumento neutro, ma una forma di potere che definisce ciò che può essere detto e ciò che resta fuori campo – Guy Debord completa questo quadro: lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto socialetra le persone, mediato dalle immagini. Le superfici specchianti delle opere non rappresentano semplicemente, ma inglobano chi guarda, trasformandolo in parte del sistema che osserva.

In questa prospettiva il microfono non è «solo» un simbolo, ma un punto di condensazione: seleziona, amplifica, orienta. Nel Novecento era leggibile come strumento della propaganda e della mobilitazione di massa. Oggi si dissolve in una rete diffusa, quotidiana, incorporata nella comunicazione stessa.

Il lavoro di Anne de Carbuccia decontestualizza questo dispositivo e lo inserisce in una forma che richiama il giocattolo e la figurina militare, come nei soldatini di piombo o nei frammenti di propaganda storica. Ma qui la logica si inverte: ciò che sembrava domestico o innocuo diventa il supporto di un conflitto continuo, senza fronte, dove la guerra non è più separata dalla comunicazione ma coincide con essa.

La domanda finale non riguarda più, infatti, chi parla, ma chi controlla le condizioni «del parlare». E chi, dentro queste condizioni, crede ancora di essere fuori dal sistema.

Anne de Carbuccia, serie «Sergente S.N.A.F.U.». Courtesy l'artista e Brun Fine Art | Pilar Pandini.

Nicoletta Biglietti, 29 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Il linguaggio come «campo di battaglia»: potere, immagine e controllo nella contemporaneità | Nicoletta Biglietti

Il linguaggio come «campo di battaglia»: potere, immagine e controllo nella contemporaneità | Nicoletta Biglietti