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Santa Nastro (foto di Emilia Giorgi)

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Santa Nastro (foto di Emilia Giorgi)

Il mito del sistema progressista: maternità e lavoro nell’arte contemporanea. Sulle infinite fragilità strutturali del settore, intervista a Santa Nastro

Dalla maternità come esperienza individuale a lente critica sul lavoro culturale. Nel suo ultimo libro «Mamme nell'arte. Artiste e operatrici culturali nella sfida della maternità» (Castelvecchi Editore), Santa Nastro analizza un sistema che si dichiara inclusivo ma riproduce fragilità strutturali, tra precarietà, assenza di welfare e disponibilità totale richiesta agli operatori. Il libro mette in luce una contraddizione profonda tra narrazione progressista e condizioni concrete, interrogando il ruolo delle istituzioni e le possibilità di cambiamento.

 

 

 

Luca Zuccala

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Nel sistema dell’arte contemporanea la maternità continua a essere trattata come una questione privata, marginale rispetto alle dinamiche professionali. Il libro di Santa Nastro (con prefazione di Caroline Corbetta) ribalta questa prospettiva, assumendo la genitorialità come dispositivo di analisi capace di rendere visibili le strutture profonde del lavoro culturale: precarietà contrattuale, assenza di tutele, richiesta implicita di disponibilità continua. A partire da un’indagine che intreccia esperienza personale e testimonianze di artiste, curatrici e operatrici del settore, emerge un quadro segnato da una frattura persistente tra l’immagine progressista che il sistema dell’arte produce di sé e le condizioni materiali in cui si svolge il lavoro. In questo contesto, la maternità amplifica contraddizioni già esistenti, rendendo evidente la difficoltà del settore nel confrontarsi con i tempi della vita, della cura e della discontinuità.

L’intervista si inserisce in un dibattito più ampio sul lavoro culturale, riportando al centro una questione che attraversa trasversalmente il sistema: la capacità (ancora estremamente limitata) delle istituzioni e delle pratiche professionali di riconoscere la dimensione umana del lavoro nell’arte e di tradurla in forme concrete di sostegno e trasformazione.

Il suo libro nasce da un’esperienza personale ma assume rapidamente la forma di un’inchiesta sul lavoro culturale. In quale momento ha capito che la maternità nel sistema dell’arte non è solo una questione privata ma un nodo strutturale del settore?

Mi ero già interessata al tema nell’ambito di un precedente libro da me scritto che evidenziava come diversi aspetti legati alla vita delle persone diventino un “ospite scomodo” nel momento in cui si affrontano le problematiche più fattuali del lavoro culturale. Il tema della genitorialità, come dimostrano anche le cronache politiche recenti, è chiaramente un nodo strutturale nella società in cui viviamo, con un carico effettivo più oneroso sulla donna: pertanto il settore non ne è esente. Ciò che sorprende è che un ambito professionale e di discussione che si autodefinisce progressista, sensibile alla questione di genere, liberale in realtà mutui poi comportamenti scorretti dall’intero impianto sociale. Tornando al “quando” penso che la pandemia sia stata il momento in cui l’intero settore, io compresa, ha cominciato a interrogarsi – e il rapporto AWI ne è una dimostrazione importante – su un sistema a più livelli fragile.

Nel volume la maternità diventa una lente per osservare il funzionamento del lavoro culturale contemporaneo. Che cosa rivela questo tema sulla reale organizzazione del sistema dell’arte?

C’è innanzitutto un settore che solo di recente, almeno in Italia, ha cominciato realmente a confrontarsi con la questione di genere nell’ambito di un Novecento che è stato lunghissimo, protraendosi inesorabile, con tutti i suoi malcostumi fino alla pandemia, il vero spartiacque degli anni 2000. In fin dei conti l’arte è stata perlopiù una questione “da maschi” e come tale non ha mai visto la genitorialità come un vero tema. C’è un evidente passaggio generazionale su come questo argomento viene affrontato, con tutte le sue debolezze, anche sul lavoro, ad esempio dai cosiddetti Millennials. A livello organizzativo c’è poi una mancanza strutturale di sostegni alla genitorialità in un ambiente professionale dove l’esserci è tutto, nel quale una assenza seppur temporanea (vale anche per altri aspetti della vita delle persone, con o senza figli) viene percepita come uno “sparire”.  Il rapporto AWI ha poi evidenziato – non solo per quanto riguarda la maternità – che c’è pochissima consapevolezza sugli aspetti legati al welfare tra gli operatori del settore. E anche questo è un fatto.

L’arte contemporanea tende a presentarsi come ambiente progressista e inclusivo. Dalle testimonianze raccolte emerge invece una realtà più complessa. Dove si colloca la frattura tra narrazione pubblica e condizioni concrete di lavoro?

In maniera molto coraggiosa e lucida, Caroline Corbetta ha evidenziato nella sua prefazione come molto spesso le donne professioniste del settore percepiscano a livello non dichiarato ma implicito che la maternità nel mondo dell’arte sia qualcosa da scoraggiare, come “vestali che devono offrire la propria fertilità all’altare dell’arte”. E d’altra parte in un settore che ha fatto della flessibilità e della assiduità a volte anche fuori misura al lavoro, senza interruzioni, uno dei suoi cavalli di battaglia, non potrebbe essere altrimenti. Ci tengo a dire – e lo ribadisco fin dalle prime pagine – che questo libro non è una apologia della maternità, quanto del, come scrive sempre Corbetta, “libere donne, libera scelta”. E la scelta per essere libera non deve avere alcuna pressione, anche autoindotta, di nessun tipo.

C’è poi da dire che alle volte si ha come l’impressione che il “bambino” non sia proprio contemplato se non nei recinti della didattica dell’arte. Vi basterà guardarvi intorno durante alcune inaugurazioni o esplorare con maggiore attenzione i luoghi della cultura per capire quanto il tema dell’accessibilità (non solo per bambini e famiglie) sia ancora qualcosa di importante su cui dibattere e un obiettivo da perseguire, anche a livello istituzionale.

Il libro si inserisce nel dibattito più ampio sulle condizioni di lavoro nel settore culturale, già affrontato nel suo precedente volume Come vivono gli artisti?. La maternità rappresenta una criticità specifica oppure rende semplicemente più visibili fragilità già esistenti del sistema?

È esattamente così. La maternità è un evento gioioso, è la vita. Ma proprio perché è un tema universale che si inserisce in un dibattito più ampio che riguarda la vita delle persone. È come se - andandosi nel tempo a configurare come fenomeno glamour - l’arte avesse rimosso l’idea che possa esistere nella vita delle persone uno “stop” alla performance. Lo spettacolo deve continuare e se pensiamo ad esempio alle questioni legate alla malattia – in Come vivono gli artisti? ci sono le ultime interviste ad artisti seminali come Laura Cionci e Salvatore Iaconesi che affrontano in maniera deliberata nella loro pratica questo argomento -, della salute mentale, del caregiving, della disabilità, e potrei proseguire, il settore non è molto più avanti nell’affrontarle.

Nel sistema dell’arte internazionale il lavoro si fonda su mobilità costante, precarietà contrattuale e disponibilità totale. In che modo questa struttura entra in tensione con la genitorialità?

Sulla disponibilità totale dovremmo fare tutti un ragionamento a parte perché credo che sia una forma di “lavoro tossico” e ingiustificata anche quando le persone non hanno figli. Anche tenendo presente una cosa che sostengo da sempre, cioè che noi “persone dell’arte” ci lasciamo avvolgere totalmente nella vita, nel pensiero, nel tempo libero da ciò di cui ci occupiamo senza staccare con il cervello realmente mai. Mobilità e precarietà contrattuale potrebbero non essere un ostacolo alla genitorialità. Ad esempio? Con maggiori forme di sostegno, ambienti – penso alle residenze d’artista – maggiormente kids friendly, rispetto degli orari, e la questione della cura affrontata non come esclusivo appannaggio femminile.

La precarietà contrattuale (se parliamo di rapporti di lavoro temporanei) peraltro esiste nel nostro settore anche a livelli altissimi e dirigenziali, per molti di noi è una scelta di vita. È nel momento in cui a questa corrispondono invece rapporti di forza, rapporti da dipendenti mascherati da libera professione, esclusive non pagate, nessuna forma di tutela dagli imprevisti, compensi non congrui e carichi di lavoro non giustificati che abbiamo un problema.

Molte delle intervistate parlano di strategie individuali per conciliare maternità e lavoro. Esiste oggi una dimensione collettiva o istituzionale capace di affrontare la questione?

Intanto ci sono le reti, e ci sono anche all’estero, come The Glorious Mothers, che di recente hanno lanciato un appuntamento aperto a tutti di condivisione su Zoom, intitolato Cambio di stagione e che dalla pandemia stanno sottolineando cosa significa essere artiste e genitori. Come per tutt* c’è lo smartworking, ci sono i tetris organizzativi con i partner, con le famiglie, con i supporti a pagamento (asili nido, scuole, baby-sitter). Il problema reale però è che c’è ancora molto pregiudizio sul lavoro femminile e sulle donne madri al lavoro, almeno nel nostro Paese. Un’artista come Francesca Grilli racconta inoltre che in Belgio, nel Paese dove vive, le artiste godono di maternità, malattia, pensione. Bisogna cacciarsi in testa che questo non è un riconoscimento alle “donne” e alle “madri” ma al mestiere dell’artista. A livello istituzionale c’è ancora molto da lavorare, siamo anche in un Paese dove – dati Save the Children – una donna su cinque lascia il lavoro dopo il primo figlio. L’arte non è un mondo a parte, fa parte del mondo. 

Una parte del libro affronta la rappresentazione della maternità nella storia dell’arte. Che rapporto vede tra queste iconografie e l’immaginario contemporaneo che ancora condiziona il modo in cui pensiamo il ruolo delle donne nell’arte?

Il cuore del problema risiede nella rappresentazione che gli artisti uomini fanno della maternità almeno fino alle Avanguardie storiche con una visione che anche nei casi più spericolati prosegue l’impianto della Natività mutuato dalla tradizione cristiana e storico artistica. L’iconografia sulla maternità cambia in maniera radicale quando le donne si appropriano del tema, penso all’Angelo Strangolatore di Meret Oppenheim, o alla rappresentazione della maternità come fatto intimo e della paternità fuori dalle dinamiche dinastiche e di potere da parte di Berthe Morisot, la cura come lavoro (almeno secondo le ultime interpretazioni del Philadelphia Museum of Art) in Mary Cassat, la maternità come origine del mondo, ma senza sessualizzazione, in Antonietta Raphael, la madre bestia di Grossi Maglioni, la maternità come femminismo in Milli Gandini e come corpo politico in Candice Breitz. Una grande mostra nel 2015 (La Grande Madre, Fondazione Trussardi) aveva fatto il punto; all’estero se ne sta occupando la curatrice Hettie Judah con la mostra itinerante Acts of Creation.

Il libro raccoglie un ampio coro di voci: artiste, curatrici, critiche, operatrici culturali. Che tipo di differenze emergono tra i diversi ruoli del sistema dell’arte?

Sicuramente il lavoro delle artiste è quello più fragile, perché ha pochissime tutele e si svolge nell’ambito di un tempo di ricerca che è spesso imprevedibile e imponderabile. Il lavoro di galleria è un lavoro di cura ma è totalizzante e assorbente, la direzione di un museo costringe a ripensarsi ad ogni mandato, la curatela come la comunicazione richiedono una visione relazionale importante e una presenza costante. Ma più o meno i problemi sono comuni e sono comuni anche alle lavoratrici che operano in ambiti diversi dal sistema dell’arte, con una specifica. 

L’arte è una industria dell’entertainment e come tale spesso si concretizza nei momenti di tempo libero altrui: serate, week end, vacanze estive, momenti che non sono coperti dalle scuole, ad esempio. In cui è più difficile o costoso trovare una baby-sitter. Questo richiede alle operatrici e alle loro famiglie uno sforzo notevole, a volte anche economico. O spesso una rinuncia che il più delle volte è femminile.

Alcune testimonianze parlano apertamente di discriminazioni più o meno esplicite. Si tratta di episodi isolati o di dinamiche strutturali ancora presenti nel settore?

Non direi che sono episodi isolati – alcune interviste lo attestano - né che siano una costante nel settore, diciamo che la verità sta nel mezzo e purtroppo dove mancano regolamentazioni effettive sta tutto nella buona volontà delle persone (e per fortuna nel mondo dell’arte poi ci sono molti professionisti responsabili). Nel mio caso, ad esempio, ho avuto dalla maggior parte delle collaborazioni in essere quando sono diventata madre, un grande sostegno e il lusso di una grande serenità. 

Di conseguenza posso dire che da quando sono diventata madre la qualità del mio lavoro è solo migliorata, anche per la grande energia fisica e mentale che spesso la maternità dona. Ciò che invece è costante sono gli stereotipi intorno al tema maternità-lavoro, che vanno di pari passo con tentativi di diminuzione del ruolo professionale e che sono parte di una questione culturale e di linguaggio che sono ancora duri a morire, non solo nell’arte.

Il sistema dell’arte contemporanea è sempre più competitivo e globalizzato. Che peso hanno le condizioni economiche (reddito instabile, carriere intermittenti) nelle scelte legate alla maternità?

È evidente che un peso ce l’hanno perché infatti l’età si è spostata molto in avanti e il numero dei figli pro-famiglia è quasi sempre limitato a uno, saltuariamente a due. C’è anche da dire che giustamente le persone oggi credono nella necessità di una affermazione e realizzazione personale prima di intraprendere un percorso di famiglia. Il problema è però che la realtà sociale in cui viviamo ci fa credere che le due cose siano in antitesi. Ancora una volta si tratta di un problema culturale che scelte politiche come la bocciatura del congedo parentale paritario amplificano.

Negli ultimi anni si è sviluppato un dibattito internazionale sul lavoro culturale e sul welfare degli art workers. Il tema della maternità sta finalmente entrando in questa discussione?

Sicuramente nel già citato rapporto AWI-Art Workers Italia questi temi erano già stati sollevati e proprio il vostro giornale ha ospitato uno splendido dibattito sul tema, stracitato nel mio libro, tra The Glorious Mothers, Camilla Mozzato, Fabiola Fiocco, Alessandra Salvetti che segnalano in maniera lucida e senza autocensure le problematiche del settore, offrendo soluzioni, strategie e modelli dall’estero da copiare urgentemente. Nel Regno Unito se ne sta occupando ampiamente Hettie Judah con How Not to Exclude Artist Mothers (and other parents), che mappa anche le reti genitoriali esistenti nel mondo dell’arte all’estero: M/others Who Make, fondato da Matilda Leyser, nato nel 2014 presso il Battersea Art Center, in UK, ma con hub in diversi paesi del mondo; a Seoul esiste The Artist Parenting Social Club cofondata da Dani Daeun Kim, che ha scritto inoltre diversi libri sul tema; in USA esiste Artist/Mother, nato nel 2018 da un podcast, che si è evoluto durante la pandemia in una mostra online e così via.

Quali sono, secondo lei, i cambiamenti più urgenti che le istituzioni culturali dovrebbero affrontare?

Credo che si debba aprire un tavolo di confronto intersezionale. La genitorialità è un tema di genere e come tale va affrontato nell’ambito di questo processo di cambiamento che comunque il settore sta affrontando autointerrogandosi e io penso che tutto sia connesso. Credo però anche che una conversazione ci dovrebbe essere anche a livelli più alti, in questo il lavoro che sta svolgendo AWI è davvero interessante. Detto questo poi ci sono le piccole grandi azioni: rendere i luoghi dell’arte sempre più kids friendly e gender free, lavorare sul linguaggio, incoraggiare la partecipazione dei bambini ai momenti dedicati, non fa sentire in difficoltà una donna nel suo doppio ruolo di professionista e di madre sono gesti concreti.

Dopo questa ricerca, come immagina l’evoluzione del dibattito nei prossimi anni?

Ho timore che non ci sarà, se non nei casi isolati di attiviste che si stanno già muovendo sul tema e se non nell’ambito dei movimenti femministi, una nuova evoluzione del dibattito. Anche perché purtroppo il nostro mondo sta subendo una svolta reazionaria e una delle piattaforme costanti sui cui queste introversioni, anche a livello macro, si incuneano è proprio il corpo delle donne. Con conseguenze che abbiamo già visto nei corsi e ricorsi della nostra storia. La speranza è che il mondo dell’arte saprà svincolarsi e farsi avanguardia.


«Mamme nell'arte. Artiste e operatrici culturali nella sfida della maternità»
di Santa Nastro
Prefazione di Caroline Corbetta
Castelvecchi Editore

 

Santa Nastro (foto di Emilia Giorgi)

Eva Frapiccini, Untitled dalla serie Punto di stacco (The takeoff), 2025

Luca Zuccala, 22 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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