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Luca Zuccala
Leggi i suoi articoliNel momento in cui gran parte della produzione culturale si consuma in forma smaterializzata e intercambiabile, come può imporsi la rivista cartacea? Come oggetto critico, dispositivo curatoriale, spazio di costruzione di comunità? L’esperienza di Anna Frabotta, fondatrice di Frab’s Magazine e di Mag to Mag, offre una lettura concreta dello stato e delle trasformazioni dell’editoria periodica. Dall’edicola di provincia come primo luogo di alfabetizzazione culturale alla costruzione di uno dei principali punti di riferimento europei per i magazine indipendenti, il suo percorso rende visibili le tensioni che attraversano oggi il settore: la crisi dei luoghi di accesso, la fragilità dei modelli economici, il ruolo crescente della curatela, la costruzione di archivi, la funzione sociale dello spazio fisico. L’intervista si sviluppa su due piani. Da un lato la realtà di Frab’s, nata come e-commerce e divenuta nel tempo store, archivio, piattaforma critica e luogo di incontro. Dall’altro una riflessione sul magazine contemporaneo come forma di resistenza alla standardizzazione del presente: un oggetto che continua a richiedere lentezza, attenzione, selezione e presa di posizione. Ne emerge una mappa precisa di un settore piccolo, internazionale, ancora economicamente vulnerabile, ma tutt’altro che marginale nei processi attraverso cui si costruiscono immaginari, linguaggi e comunità culturali. Parola a Anna Frabotta.
L’edicola perduta, il magazine ritrovato. Cosa significa, per te, lo spazio, il concetto, l'oggetto edicola fin da quando hai avuto la possibilità di accedervi? Sei cresciuta tra preziose edicole di provincia, nel Sannio, in un contesto lontanissimo dai centri dell’editoria. In che modo quell’esperienza ha costruito il tuo sguardo sulla carta stampata?
L’edicola, per me, ha prima di tutto una funzione sociale e culturale e in questo senso ne sono una testimonianza diretta. Crescendo in provincia, in Molise, tra gli anni Novanta e i primi Duemila, l’unica vera finestra sul mondo era la televisione, e ricordiamo bene che tipo di televisione fosse in quegli anni. Internet non era ancora diffuso, lo streaming non esisteva, e la carta stampata rappresentava una sorta di via di fuga, un modo per sentirsi parte di qualcosa che andava oltre i confini molto stretti di un paese di poche centinaia di abitanti. La mia alfabetizzazione culturale, quella contemporanea e internazionale, non quella scolastica, è avvenuta lì, tra le pagine delle riviste dentro le quattro mura di un’edicola. Per me è stato uno spazio fisico ma anche mentale, un luogo in cui costruirmi una prima visione delle cose.
L’edicola, prima ancora delle librerie, come spazio di accesso culturale: cosa resta oggi di quella funzione? Cosa è andato perduto?
Dove sopravvivono - e purtroppo i dati ci dicono che sono in netto calo, con poco più di 10.000 chioschi attivi in Italia - le edicole continuano a svolgere una funzione importante, soprattutto sociale. Questo è ancora più evidente in provincia e nelle periferie, dove restano presidi culturali accessibili e quotidiani. Esistono esempi virtuosi di edicole che oggi, forse più di ieri, fanno cultura anche attraverso eventi e momenti di aggregazione, ampliando il proprio ruolo oltre la semplice vendita. Allo stesso tempo, però, molte sono state progressivamente svuotate della loro funzione originaria, trasformandosi in vetrine per brand, in una logica da pop-up store che finisce per mortificare la loro identità. È una trasformazione che non è neutra, perché ridefinisce cosa può essere accessibile e cosa no ed è molto in linea, purtroppo, con quell’idea di “esclusività” a cui le nostre città stanno andando incontro. In questo passaggio si perde la funzione pubblica dell’edicola come luogo di accesso alla pluralità per diventare uno spazio filtrato, orientato, spesso per l’appunto esclusivo.
Frab’s nasce come progetto digitale per poi diventare poi spazio fisico. Quale necessità ha imposto questa trasformazione? Quando la scintilla che ha tradotto in concreto il pensiero, il sogno, di rendere concreto un mondo?
Frab’s nasce quasi come un controsenso: vendere online, quindi in uno spazio digitale, uno dei prodotti culturali più analogici che esistano. L’e-commerce è stato in realtà una scelta necessaria, dettata da ragioni economiche, ma anche coerente con un obiettivo preciso: ampliare la portata divulgativa di una cultura, quella dei magazine indipendenti, che io e il mio socio, Dario Gaspari, volevamo rendere più accessibile. L’esigenza di uno spazio fisico è arrivata dopo, ed è stata una conseguenza naturale. I magazine sono, per loro natura, comunità virtuali, mettono in relazione persone che non si conoscono, che spesso non sanno nemmeno di condividere gli stessi interessi. A un certo punto è emersa la necessità di dare forma a quella comunità, di creare un luogo in cui potesse riconoscersi, incontrarsi, semplicemente avere un luogo che sia un punto di riferimento. Ecco, la scintilla è stata questa.
In un contesto prevalentemente dominato da libro e catalogo, hai scelto di concentrarti sul magazine. È una scelta di campo o una lacuna da colmare nel sistema?
L’imprenditrice ti risponderebbe che si è trattata di una precisa scelta di campo, ma la verità è che nasce da un’esigenza molto concreta, che era prima di tutto personale: poter trovare con facilità riviste che all’estero non avevo difficoltà a reperire e che invece in Italia erano introvabili. In questo senso, più che colmare una lacuna del sistema, ho cercato di risolvere una mia mancanza mia che poi ho scoperto essere condivisa da molti. La passione ha fatto il resto.
Come definiresti oggi Frab’s: negozio, archivio, piattaforma critica, curatoriale, un dispositivo di ricerca?
Potrei dirti che è tutte queste cose insieme. Al livello più superficiale e visibile, Frab’s è un negozio specializzato in riviste di nicchie, ma dietro però c’è ben altro. Innanzitutto, un lavoro enorme di curatela che portiamo avanti dal 2019 e che ci ha resi uno dei punti di riferimento europei dell’editoria periodica indipendente, con una selezione di oltre mille titoli da tutto il mondo. Ma Frab’s è anche un archivio, un giorno spero pubblico e accessibile e non chiuso tra le pareti di casa mia, e un dispositivo analogico di ricerca, che ogni giorno viene abitato da studenti e creativi in cerca di ispirazioni e strumenti. È anche una piattaforma critica, perché attraverso la selezione e le attività culturali facciamo informazione e restituiamo una visione che prova a essere il più possibile plurale. E poi, forse soprattutto, è un luogo di incontro e condivisione, uno spazio vivo fatto di eventi e persone che li animano.
Com’è composta la libreria di Frab’s?
Da Frab’s ce n’è un po' per tutti i gusti, per noi la cosa più importante è la qualità dei magazine, ma come topic in catalogo trattiamo un po' di tutto: si va dall’arte alla moda, dal design alla grafica, passando per letteratura, attualità, sport e anche qualche rivista all’apparenza no sense - come i fotoromanzi con protagoniste delle lumache.
Qual è il fruitore tipo?
Il cliente tipo rispecchia un po' questa selezione: il nostro target è costituito per lo più da professionisti delle industrie creativi, mondo della moda in primis, ma anche da collezionisti e amanti di carta stampata. Ogni tanto si parla di noi in radio o su qualche quotidiano e vediamo per qualche giorno il nostro pubblico cambiare e attirare la curiosità di insospettabili lettori. È così che ti ritrovi, per esempio, con ottantenni che entrano per cercare un numero di Lost In magazine dedicato a Milano.
Il “corner Ufo” e le attivazioni ibride suggeriscono una volontà di uscire dal formato retail. Quanto pesa oggi la dimensione esperienziale rispetto a quella commerciale?
In un mondo dove quasi tutta la cultura è dematerializzata e non ha bisogno di supporti fisici, con informazioni, musica, film e la stessa socialità, che si svolgono a portata di streaming, la dimensioni esperienziale è fondamentale. Oserei dire che il magazine stesso è un’esperienza: richiede tempo, attenzione, presenza. Le attivazioni come il corner da Ufo o quello nel nuovo caffè di Golden Goose, vanno in questa direzione. Sono tentativi di far dialogare l’editoria indipendente con contesti diversi, di spostarla fuori dai suoi luoghi più prevedibili. Ti aspetti di trovare questo tipo di riviste in un museo, un po' meno in spazi polifunzionali mentre bevi un caffè o assisti a un viniyl set. Il magazine così smette di essere solo un prodotto e diventa parte di un contesto, di un momento, di una relazione.
Il magazine è una forma di resistenza?
Decisamente sì. Fare magazine significa resistere in tutti i sensi, ma principalmente significa non arrendersi a facili semplificazioni per abitare con consapevolezza la complessità in cui siamo immersi. La carta impone un tempo diverso, più lento, che è anche il tempo necessario per approfondire, per costruire uno sguardo, per elaborare un pensiero. Ma è anche resistenza a un certo modello economico e culturale, che spinge verso un’informazione sempre più veloce, semplificata, spesso usa e getta, un infotainment, come lo definirebbero quelli bravi, progettato più per creare dipendenza che per generare conoscenza e pensiero critico. In questo senso, fare editoria su carta non è solo una scelta di formato, ma una vera presa di posizione.
Che cosa distingue oggi un magazine indipendente rilevante da un prodotto editoriale destinato a scomparire?
Esattamente quello che dicevo prima, la necessità di offrire un panorama, una visione, in un contesto frammentato in cui i contenuti vengono consumati e dimenticati nel giro di pochi secondi. Approfondimento, riflessione, spirito critico, visione e qualità - di contenuti e di design editoriale - credo siano alla base di un prodotto editoriale che può durare nel tempo.
Il lettore contemporaneo è meno abituato al magazine. Come si costruisce una nuova educazione alla lettura periodica?
Purtroppo, posso confermare che spesso i lettori più giovani sono “infedeli”, non tendono a collezionare ogni edizione della stessa rivista, ma tendono a scegliere cosa leggere in base ai contenuti senza necessariamente legarsi a una testata specifica. In questo senso il magazine viene approcciato come fosse un libro. Resta però centrale il concetto di magazine come forma di comunità che va nutrita, informata e anche incuriosita nell’attesa dell’uscita di un nuovo numero. In questo i social network svolgono un ruolo chiave non solo come strumenti di promozione, ma come spazi attraverso cui mantenere vivo il dialogo e rafforzare il legame con i lettori.
Il magazine come oggetto da collezione, coffee table, status symbol. È una deriva estetizzante o una nuova forma di valore?
Il magazine può essere tutte queste cose in base al lettore che c’è dietro. Per molti è una moda, per qualcuno un elemento d’arredo e sì, questa cosa un po' mi fa storcere il naso, per altri un feticcio e decisamente il magazine è anche uno status symbol, nel senso che leggere una certa rivista significa avvicinarsi a un immaginario preciso, a riferimenti estetici e culturali che, in qualche modo, contribuiscono a definire anche chi sei. In un contesto dominato dalle apparenze, una deriva estetizzante è in parte inevitabile. Ma non è necessariamente un male, finché non esaurisce il senso dell’oggetto. Il punto è che il magazine resta, prima di tutto, un prodotto culturale e il suo valore sta proprio nella capacità di produrre contenuto, visione, e di sviluppare riflessioni.
Quando un magazine perde identità? Quali sono oggi i segnali più evidenti di questa crisi nei prodotti editoriali mainstream?
Sembra quasi scontato dirlo, ma succede quando rincorre il mercato, quando si lascia influenzare troppo dagli inserzionisti perdendo visione e in parte linea editoriale. Quando, per dirla in breve, somiglia più a Postalmarket che ad una rivista. I lettori però non sono stupidi e cercano qualità, riconoscono quando c’è un pensiero dietro. Alla fine, il punto resta sempre quello: senza visione, non c’è identità e, senza identità, un magazine smette semplicemente di essere necessario.
Quanto conta oggi il design editoriale rispetto al contenuto? Esiste ancora una gerarchia?
Design editoriale e contenuto vanno di pari passo. Questo è particolarmente evidente nei progetti indipendenti, dove anche le strutture redazionali riflettono questo equilibrio: Editor in Chief e Art Director lavorano sullo stesso piano, contribuendo entrambi alla costruzione del senso. Il design editoriale comunica e anticipa il contenuto, ci sono esempi di magazine che rendono esplicito questo concetto cambiando layout o formato a ogni numero, proprio per adattarsi a ciò che vogliono raccontare, come ad esempio Buffalo Zine o Viscose Journal.
Ci sono casi studio – anche fuori dall’Italia – che ritieni paradigmatici per capire dove sta andando l’editoria indipendente?
Potrei citarne davvero molti. Dai più sperimentali ed estremi, come Rubbish, una rivista annuale che arriva da Singapore che somiglia più a un libro d’artista per la stravaganza del formato, il concept e la cura semi artigianale con cui è prodotta, fino a riviste con tirature importanti ma che hanno fatto e continuano a fare scuola. Parlo di testate come Purple, che dal 1992 costruisce un dialogo tra moda, arte, filosofia e attualità, offrendo ogni sei mesi uno spaccato della contemporaneità attraverso un tema preciso. Oppure a Butt magazine, dal 2001 punto di riferimento per la comunità queer. Si tratta di esempi in cui ritroviamo tutte le caratteristiche che dovrebbe avere un buon magazine: qualità, una forte identità, la capacità di costruire comunità e, soprattutto, qualcosa da dire, con una voce chiara e riconoscibile.
Mag to Mag nasce come festival gratuito e unico nel suo genere in Europa. La gratuità è una scelta strategica?
Più che strategica è una scelta guidata dalla volontà di rendere questo mondo accessibile, democratico e soprattutto di fare cultura del magazine. Il festival non è pensato come strumento di profitto, anche per questo non lo definiamo “fiera”, è più la festa e il punto di ritrovo della comunità dei magazine di nicchia. La gratuità è un modo per abbattere quello che potrebbe essere un primo filtro e permettere a chiunque di avvicinarsi a questo universo.
La selezione è limitata agli editori indipendenti e verticali sul magazine. Che tipo di mappa del settore emerge da questa curatela?
Quello che emerge è un ecosistema estremamente vivo seppure in un certo senso fragile perché in gran parte fatto di realtà piccole, ma molto identitarie. Sicuramente non è un panorama omogeneo come lo è invece il settore mainstream, dove a volte si fa fatica a distinguere una testata dall’altra. Camminando tra gli espositori di Mag to Mag ci si rende conto che il mondo degli indiemag è attraversato da linguaggi, formati e approcci anche molto distanti tra loro che rivelano proprio questa voglia di continuare a sperimentare, specializzarsi, approfondire e prendere posizione. La curatela da parte nostra diventa un po’ la bussola di questo settore così variegato, quello che vogliamo fare è offrire una panoramica che si discosta sia dal mainstream che dall’autoproduzione pura, per raccontare uno spaccato di editoria di cui molti ignorano l’esistenza.
In quattro edizioni, come è cambiata la geografia degli editori e dei pubblici che partecipano?
Non direi che è cambiata, ma solo che è cresciuta diventano sempre più internazionale. Editori e pubblico di Mag to Mag riflettono molto quelli che sono i magazine e il pubblico del nostro negozio: dietro c’è soprattutto il mondo legato alle industrie creative, ma anche tanti studenti grazie al dialogo che apriamo ogni anno con Università e Accademie.
Il legame con realtà come BASE Milano o con eventi come Club to Club suggerisce un dialogo con altri ecosistemi culturali. Quanto è importante uscire dal perimetro editoriale puro?
Sicuramente è importante dialogare con altre realtà e ogni anno contaminiamo la proposta del festival con altri linguaggi, come proiezioni o djset. Allo stesso tempo, però, per noi resta essenziale preservare uno spazio che sia interamente dedicato al magazine. Proprio perché i formati ibridi esistono già e sono sempre più diffusi, sentiamo la necessità di difendere un momento specifico in cui il magazine non sia un elemento accessorio, come spesso accade, ma il centro del discorso.
Hai costruito il progetto anche attraverso viaggi, fiere e contatti internazionali, da Offprint alla Tate a molte altre piattaforme. Che ruolo hanno oggi queste reti nella sopravvivenza dell’editoria indipendente?
Il magazine, e tutto ciò che gli ruota intorno, può esistere solo se si riconosce come parte di un ecosistema. Reti come quelle che si attivano tra fiere, festival e piattaforme internazionali sono fondamentali non solo per la visibilità, ma per la sopravvivenza stessa dei progetti. Nel caso di Mag to Mag, per esempio, si mette in moto una macchina che coinvolge editori, distributori, tipografie, associazioni internazionali, altri festival e store in diverse parti del mondo. Soprattutto fuori dal’Italia, c’è una forte tendenza a condividere risorse, contatti, opportunità, più che a competere ed è proprio questa dimensione relazionale a fare la differenza: senza queste reti, molti progetti indipendenti semplicemente non riuscirebbero a esistere o a durare nel tempo.
L’editoria indipendente vive su margini fragili. Quali modelli economici vedi oggi realmente sostenibili?
Purtroppo, è esattamente così, l’editoria indipendente vive su equilibri molto fragili ed è importante esserne consapevoli soprattutto se si vuole avviare un proprio progetto editoriale. La maggior parte dei magazine oggi nascono all’interno di agenzie creative o come progetto parallelo di un lavoro che permette di sostenere la parte editoriale. Sicuramente la diversificazione è fondamentale, perché difficilmente un magazine riesce a reggersi solo sulle vendite. In molti casi, il prodotto editoriale è solo una parte di un sistema più ampio. Allo stesso tempo, però, c’è anche un tema di scala e di aspettative: molti progetti indipendenti sono sostenibili proprio perché rimangono piccoli, controllati, molto consapevoli delle proprie possibilità.
Il rapporto tra produzione, distribuzione e visibilità resta il nodo critico. Dove si concentra oggi la maggiore fragilità del sistema?
Ci sono delle criticità che riguardano un po’ ogni aspetto del sistema. Lato produzione, i costi sono sempre più alti e questo rende molto difficile mantenere una qualità elevata senza alzare troppo il prezzo finale. La visibilità, invece, è un terreno ambivalente: da un lato i social hanno reso tutto più accessibile, dall’altro hanno aumentato la competizione e reso più difficile emergere in modo organico. La distribuzione però è secondo me il nodo più critico, il sistema è spesso inefficiente o poco accessibile per i piccoli editori. Entrare nei circuiti tradizionali implica compromessi economici che non sempre sono sostenibili come potrebbe non essere la scelta più sensata quella di essere distribuiti indiscriminatamente ovunque, anche in posti dove non verrebbe valorizzato, capito o apprezzato. Resta il fatto che puoi avere un ottimo prodotto, ma se non riesci a farlo circolare nel modo giusto, il progetto non regge.
Il collezionismo di magazine è una nicchia o può diventare una leva economica più ampia?
Credo resti una nicchia. Il collezionismo di magazine esiste ed è molto attivo, ma riguarda un pubblico specifico, con un interesse profondo per l’editoria e una certa disponibilità economica. Non è qualcosa che può facilmente ampliarsi su larga scala.
Hai accennato all’idea di intervenire sulle edicole, trasformarle, risemantizzarle. Che ruolo possono avere oggi nello scenario urbano?
Le edicole possono avere ancora un ruolo molto importante nello scenario urbano, ma non possono più essere solo luoghi di vendita, perché quel modello, da solo, oggi non regge. Possono però tornare a essere presidi culturali di prossimità. La loro forza sta proprio nella posizione che occupano: sono diffuse, radicate nei quartieri, potenzialmente in grado di attivare micro-comunità. In questo senso, risemantizzarle significa restituire loro una funzione pubblica, non solo commerciale.
Ha senso immaginare un museo o un archivio permanente dell’editoria indipendente? E in quale forma?
Ha assolutamente senso, e credo sia anche necessario. Non solo perché esistono decine di piccoli progetti, spesso con tirature limitate, che rischiano di scomparire senza lasciare traccia, ma perché i magazine stessi sono un archivio della nostra società: la raccontano oggi e la racconteranno tra qualche decennio, senza il filtro di una narrazione successiva, ma per quello che è. Ovviamente non è un “museo” semplice da costruire proprio considerando la mole enorme di materiale che potenzialmente si ha a disposizione. Anche qui la curatela diventa fondamentale perché non si tratta di conservare tutto, ma di costruire un racconto, una lettura possibile. E credo sia importante che questo avvenga in uno spazio fisico. Non basta digitalizzare: il magazine è un oggetto, e come tale va conservato e vissuto. Anche perché, paradossalmente, la carta ha spesso una durata maggiore di un file appoggiato su un cloud.
Se guardi ai prossimi cinque anni, quale direzione immagini per l’editoria indipendente?
L’editoria indipendente la immagino abbastanza coerente con sé stessa, continuando a lavorare su qualità, lentezza, approfondimento e a fare da megafono per talenti emergenti o storie che spesso restano in secondo piano. Sono elementi che non sono una tendenza, ma fanno parte della sua natura. Quello che invece sta già cambiando è l’editoria mainstream. Si vedono sempre più segnali di avvicinamento ai linguaggi dell’indipendente: versioni collectible con meno pubblicità e maggiore attenzione all’oggetto, ma anche nuovi prodotti che, pur facendo capo a grandi gruppi editoriali, adottano estetiche e modalità narrative tipiche dei magazine di nicchia. Il rischio, se vogliamo, è una sorta di appropriazione di quel linguaggio, ma allo stesso tempo è anche il segnale che quel modello funziona
Il magazine resterà una forma centrale o diventerà sempre più un oggetto di nicchia?
Difficile dirlo. Probabilmente resterà entrambe le cose: una forma centrale per chi lo produce e lo legge davvero e allo stesso tempo sempre più di nicchia in termini di diffusione. Non credo tornerà mai a essere un mezzo di massa, il che non necessariamente è un limite o un male. Essere nicchia significa anche essere uno spazio di libertà, in cui sperimentare, approfondire, prendere posizione senza dover rispondere a logiche troppo ampie.
Qual è oggi, per te, la funzione culturale più urgente dell’editoria indipendente?
In un contesto saturo di contenuti, il punto non è aggiungere altro, ma selezionare, approfondire, prendere posizione. L’editoria indipendente ha ancora la possibilità di farlo senza dover rispondere a logiche troppo semplificate o a dinamiche puramente commerciali. Può permettersi di essere più lenta, più radicale, più precisa. Ed è esattamente questa la sua funzione culturale, ma anche la sua urgenza: costruire uno spirito critico e una capacità di analisi dove tutto sembra appiattirsi e semplificarsi.
Foto Simone Pelatti
Frab’s Magazine. Foto Simone Pelatti
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