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Corrado Benigni
Leggi i suoi articoliDa almeno quarant’anni il paesaggio è il tema elettivo della nostra fotografia. Nessun altro Paese come l’Italia si è misurato in modo così pervicace su questo motivo.
Numerosi i fotografi, dagli anni Settanta ai giorni nostri, hanno posto al centro del loro lavoro la riflessione sulle grandi trasformazioni che hanno investito il paesaggio contemporaneo e sulla mutata condizione sociale ed esistenziale che ne consegue. Se per certi aspetti questo tema può apparire troppo insistito, va riconosciuto che l’opera di molti autori, che hanno fatto proprio questo motivo stilistico, ha influito sugli sviluppi non solo della fotografia, ma più in generale della cultura visiva e, in una certa misura, della cultura urbanistica e letteraria italiana.
Certamente a fare scuola è stata l’esperienza seminale di Viaggio in Italia ideata da Luigi Ghirri nel 1984. Attraverso il lavoro di venti autori, questo progetto ha inaugurato una nuova stagione della nostra fotografia (una «scuola di paesaggio italiana», anche se la definizione è dibattuta), segnando al contempo la presa di coscienza di un modo diverso di guardare. Nella fotografia italiana odierna, il paesaggio rimane al centro della produzione artistica, se non del dibattito teorico, e diventa il tema sul quale si confrontano sperimentazioni linguistiche e diverse modalità di lavoro: sono molti i progetti e le mostre che compongono questo scenario e che vedono misurarsi nuovi autori, provenienti da storie anche diverse. Difficile, quasi impossibile, dare conto qui di tutte le esperienze.
Concentrandosi sommariamente sugli autori nati dalla seconda metà degli anni Sessanta, un contributo fondamentale è il lavoro innovativo di Francesco Jodice (1967), che con Cartoline dagli altri spazi (1998) ha segnato una prima importante cesura rispetto a Viaggio in Italia, a cominciare dalla scelta di misurare lo spazio confrontandolo direttamente con l’uomo che viene così reintrodotto nelle sue fotografie, nel tentativo di provare a intessere una nuova relazione con i luoghi che abita. Sulla stessa linea, intrecciando come Jodice diversi saperi e discipline, il quasi coetaneo Armin Linke (1966), autore italo-tedesco, ma di formazione milanese, dalla fine degli anni Novanta ha documentato le profonde metamorfosi in corso nel paesaggio urbano e naturale. Jodice e Linke operano con diverse modalità una lettura politica del paesaggio a scala globale. Paesaggio dopo paesaggio è invece il titolo del volume (Silvana Editoriale, 2024) e dell’omonima mostra al Munaf (ex Mufoco), a cura di Matteo Balduzzi, che presenta le ricerche su questo tema di sei autori nati tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta: Andrea Botto, Claudio Gobbi, Stefano Graziani, Giovanni Hänninen, Sabrina Ragucci e Filippo Romano. Artisti mid-career, che si sono formati all’interno della tradizione italiana di paesaggio e al contempo protagonisti di ricerche inedite per pratiche e linguaggi.
Tra questi, Andrea Botto (1973), analizzando l’uso degli esplosivi in ambito civile, ci mostra il paesaggio da una prospettiva nuova, in forma di performance, ovvero nel momento della sua trasformazione, dissoluzione, evocando così metaforicamente la fine stessa di una certa idea di rappresentazione romantica del paesaggio.
Tra gli autori nati nella metà degli anni Settanta, di particolare interesse è la ricerca di Marcello Galvani (1975), maturata anche nell’alveo dell’esperienza di Linea di Confine di Reggio Emilia. Con uno sguardo riflessivo e di sottile ironia, Galvani esplora il paesaggio, soprattutto dell’Emilia-Romagna, ma non solo, realizzando immagini di grande forza evocativa. Romagnola è anche Silvia Camporesi (1973), il cui lavoro, che si caratterizza anche per la forte consapevolezza teorica, si muove tra documentazione e interpretazione, con una particolare attenzione al territorio italiano, alla sua trasformazione e vulnerabilità. «C’è un tempo e un luogo» è il titolo della sua mostra in corso nei nuovi spazi del Centro della Fotografia di Roma.
Andrea Botto, «KA-BOOM #17, Feste di Luglio, Rapallo», 2009
Il paesaggio è anche racconto dell’impossibilità di rappresentarlo, come nell’originale e raffinata ricerca di Moira Ricci (1977), che nell’opera È in gioco la verità mette in discussione la possibilità di descrivere lo stato delle periferie in espansione, prendendo il piccolo comune siciliano di Pietraperzia come esempio.
La più giovane, ma già riconosciuta, Marina Caneve (1988) nella sua ricerca visiva sperimenta l’utilizzo della fotografia come strumento di osservazione autonomo all’interno di pratiche interdisciplinari, dove il paesaggio diventa il pretesto per riflettere sui grandi temi come complessità, conoscenza, catastrofi, equilibrio e vulnerabilità. On the ground among the animals del 2024 è un’esplorazione sulle criticità dell’ecosistema. Interdisciplinare è anche l’approccio di Claudio Beorchia (1979), artista-fotografo che dal 2009 realizza lavori site specific, sfruttando pratiche partecipative e relazionali. Emblematico è il progetto Tra cielo e terra del 2019, in collaborazione con il Museo di fotografia di Cinisello Balsamo: una raccolta dei paesaggi della Lombardia, ripresi dall’inconsueto punto di vista delle figure sacre. Un lavoro che ha coinvolto centinaia di persone in una ricerca collettiva e in una riflessione sui luoghi.
Anche Lorenzo Vitturi (1980), indifferente alla separazione delle discipline, si muove sul confine tra fotografia, scultura e performance. Nella sua esplorazione la fotografia è concepita come uno spazio di trasformazione, dove i differenti linguaggi si fondono assieme per rappresentare una sempre più complessa realtà urbana e il difficile rapporto tra uomo e natura, come avviene nell’opera Anthropocene.
In una nozione più estesa, il tema del paesaggio non è solo misura della relazione imprescindibile tra uomo e ambiente, ma anche agente attivo nell’azione di immaginare il mondo, fisico e sociale, mantenendo così una sua inevitabile attualità.
La comparsa del digitale e degli algoritmi in tutti gli ambiti della società, oltre a rivoluzionare la natura stessa dell’immagine fotografica, contribuisce a spostare l’interesse da un’idea di paesaggio fisico alle trasformazioni più immateriali della società stessa.
Tra i lavori più interessanti in questa direzione, ci sono senz’altro quelli di Teresa Giannico (1985), la cui ricerca cammina sul filo che separa realtà e virtualità, natura e artificio, e di Irene Fenara (1990), da sempre attenta a esplorare il tema del guardare nelle sue varie sfaccettature.
Nell’opera Paesaggio mobile, per esempio, raffigura un luogo turistico di montagna, osservandolo e indagandolo in maniera ossessiva. Qui l’esplorazione dell’immagine è guidata da un movimento in parte umano, prima l’occhio poi la mano, e in parte meccanico, tramite l’uso di uno scanner.
Tra i lavori più sperimentali sul tema del paesaggio vanno menzionati anche i progetti non convenzionali di Filippo Minelli (1983), Fabrizio Bellomo (1982) e Antonio Ottomanelli (1982), ma anche di The Cool Couple (Niccolò Benetton e Simone Santilli) che esplorano, attraverso fotografia e video, il complesso rapporto tra società contemporanea e paesaggio.
Infine, tra i più giovani, merita una segnalazione Alessandro Manfrin (1997), le cui immagini, evadendo i limiti del medium fotografico, sono un invito a percepire lo spazio urbano in modo nuovo, a leggere nelle città le tracce del vissuto umano e le sue cicatrici, inserendosi nel confine tra selvaggio e addomesticato.
Il tema del paesaggio resta dunque ancora molto vivo nella pratica e nella ricerca fotografico-artistica degli autori italiani, anche delle ultime generazioni, al centro del dibattito e di molti festival. Oggi, tuttavia, rispetto al passato, si assiste sempre meno a progetti collettivi. Sembra piuttosto prevalere una narrazione autobiografica, introspettiva e per frammenti del paesaggio.
D’altronde, il concetto stesso di paesaggio si rivela sempre più sfumato e di riflesso anche in ambito fotografico diventa impossibile o irrimediabilmente difficile definirlo in maniera univoca.
Ma proprio qui, come abbiamo visto, si cela una grande opportunità creativa, dando avvio a nuove forme di rappresentazione, che avvicinano definitivamente la fotografia all’arte, e che, tra passato che non passa e contemporaneità difficile da conquistare, i più giovani sembrano avere già fatto propria.
Moira Ricci, «È in gioco la verità», 2024
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