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Maurita Cardone
Leggi i suoi articoliSempre più, ambiente e clima entrano nell’arte contemporanea. Mostre, biennali, programmi pubblici: anche intorno alla Giornata della Terra del 22 aprile, ricorrenza nata negli Stati Uniti negli anni Settanta e oggi globale, il pensiero ecologico ispira pratiche artistiche e fruizione. Ma mentre artisti e istituzioni moltiplicano contenuti «green», il sistema che li sostiene continua a funzionare come una macchina globale ad alta intensità energetica: voli, spedizioni, fiere, edifici energivori. Uno studio del 2021 condotto da Julie’s Bicycle, organizzazione per la sostenibilità nel settore culturale, stima a 70 milioni di tonnellate di CO2 equivalente l’impatto annuale del settore dell’arte, pari alle emissioni dell’Austria. Secondo i dati della Gallery Climate Coalition, raggruppamento fondato nel 2020 e oggi composto da oltre 2mila membri in sei continenti, in tutti i settori del comparto artistico globale, i voli di lavoro, il trasporto delle opere e il consumo elettrico rappresentano tra l’80 e il 95% delle emissioni operative. Non è solo ciò che l’arte esprime e intende comunicare: il problema è come esiste. Può denunciare la crisi climatica mentre opera dentro un sistema che contribuisce alle emissioni globali?
Il problema non è in dubbio; come risolverlo è la questione. Ma ridurlo a un tema tecnico rischia di nascondere il livello politico. Per lo storico dell’arte T. J. Demos, «la contraddizione riflette una condizione fondamentale: il sistema artistico globale resta pienamente integrato nel capitalismo fossile (basato cioè sulla dipendenza strutturale dai combustibili fossili come carbone, petrolio e gas per la produzione, il trasporto e la crescita, Ndr). Concentrarsi solo sulle infrastrutture dell’arte può essere una distrazione dai più ampi sistemi di devastazione. Il compito più urgente è affrontare il capitalismo fossile stesso e chiedersi in che modo la pratica artistica può contribuire a questa lotta». Non si tratta quindi solo di coerenza, ma di rimettere in discussione economie e politiche del sistema. Demos aggiunge: «Molte istituzioni artistiche collaborano con il capitalismo fossile e con le catene globali del complesso militare-industriale. Eppure l’arte può ancora offrire analisi critiche, sostenere le lotte per la giustizia e chiamare a rendere conto chi profitta dalla violenza: la distruzione del mondo non può più essere redditizia».
Serve una trasformazione profonda, culturale. Lucia Pietroiusti, fondatrice del progetto «General Ecology» e dirigente delle attività di ricerca per Hartwig Museum, intende l’ecologia come modalità di indagine: «Essere un’istituzione ecologica non riguarda solo il riciclo o il “carbon footprint”, riguarda l’etica e la politica dell’essere in relazione». Il cambiamento quindi deve coinvolgere l’intero sistema: cioè «missione, modalità di lavoro, infrastrutture, processi decisionali». E la programmazione è centrale: «Un programma non è una decorazione. È una tesi su ciò che un’istituzione crede siano conoscenza e coscienza. Ma se struttura e contenuti non coincidono si rischia di avere un contenuto ecologico sviluppato da un’organizzazione che si contraddice». Il rischio, conclude, è che «l’ecologia diventi un tema piuttosto che una condizione di pensiero e azione». Se le istituzioni sono parte del sistema, gli artisti vivono una posizione ambivalente. Il duo Ackroyd & Harvey lo dice chiaramente: «La posta in gioco è troppo alta per non impegnarsi concretamente. La politica non può essere elusa se vogliamo costruire un sistema equo. La cultura è una delle forze più potenti per il cambiamento, gli artisti hanno la responsabilità di usarla». Impegno concreto che può venire da tutti gli attori del settore e che la Gallery Climate Coalition (Gcc) incoraggia, accompagna e registra. «Esistono molti modi pratici per ridurre l’impatto continuando a realizzare programmi ambiziosi, ci ha detto il direttore Heath Lowndes. Il punto di partenza è il monitoraggio: Le organizzazioni che ottengono le riduzioni più significative sono quelle che redigono report annuali e hanno team dedicati». Secondo i dati della Gcc, il 79% di quelle che hanno iniziato a monitorare le emissioni nel 2019 è in linea con l’obiettivo di riduzione del 50% entro il 2030.
I risultati sono visibili anche tra le istituzioni. Caso virtuoso è la Tate di Londra che, dopo aver dichiarato l’emergenza climatica nel 2019, ha superato il proprio obiettivo di riduzione del 50% e punta ora alla neutralità entro il 2030. E accanto agli aspetti operativi emerge anche una trasformazione etica. «Uno dei cambiamenti più significativi è il nuovo codice etico della Museums Association che invita a interrompere le sponsorizzazioni legate ai combustibili fossili, osserva Chris Garrard, condirettore dell’associazione britannica Culture Unstained che contesta la sponsorizzazione delle istituzioni culturali e artistiche da parte delle aziende produttrici di combustibili fossili. Ora ci aspettiamo che anche fiere e gallerie adottino politiche altrettanto ambiziose».
Che sia esplicitamente ambientale o meno, l’arte può essere parte del cambiamento a condizione che rinunci all’illusione di neutralità. Il sistema non sarà forse mai coerente, ma può trasformarsi intervenendo sulle proprie infrastrutture, economie e immaginari. Il punto non è solo rendere l’arte sostenibile, ma capire se può contribuire a immaginare e realizzare un sistema diverso da quello che ha prodotto la crisi.
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