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Marcel Duchamp, «Fountain», 1950 (replica dell’originale del 1917), Filadelfia, Philadelphia Art Museum

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Marcel Duchamp, «Fountain», 1950 (replica dell’originale del 1917), Filadelfia, Philadelphia Art Museum

Dopo oltre cinquant’anni, Marcel Duchamp torna protagonista di una grande mostra negli Stati Uniti

Al MoMA e poi al Philadelphia Museum 300 opere illustrano l’evoluzione e la portata rivoluzionaria delle idee dell’artista francese naturalizzato statunitense

Maurita Cardone

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A oltre cinquant’anni dall’ultima grande retrospettiva nordamericana dedicata a Marcel Duchamp, il MoMA di New York (dal 12 aprile al 22 agosto) e il Philadelphia Museum of Art (da ottobre) tornano a confrontarsi con la sua eredità in una nuova grande mostra dedicata all’artista francoamericano. La mostra riunisce quasi 300 opere e attraversa oltre sei decenni di attività, includendo pittura, scultura, film, fotografia, disegni e materiali stampati.

Organizzata da Ann Temkin e Michelle Kuo del MoMA insieme a Matthew Affron del Philadelphia Museum of Art, la retrospettiva segue un percorso cronologico che intende mostrare l’evoluzione radicale dell’artista e la portata delle sue idee, che hanno trasformato il modo stesso in cui definiamo l’arte. In questa intervista, Temkin e Kuo illustrano come presentare Duchamp a un pubblico contemporaneo, com’è stata costruita la mostra e perché le domande poste dall’artista restano ancora attuali.

Il lavoro di Duchamp è stato rivoluzionario, ma oggi per molti artisti e spettatori le sue idee sono ormai quasi scontate. Come avete affrontato questa tensione nel presentare Duchamp a un pubblico del XXI secolo?
Ann Temkin: In un certo senso oggi tutti respiriamo aria duchampiana. Molte delle idee su che cosa possa essere l’arte derivano da Duchamp. Ma allo stesso tempo vediamo visitatori nei musei che incontrano opere come la «pala da neve» o la «ruota di bicicletta» e restano completamente perplessi: «Perché è qui? Come può essere arte?». È sorprendente che, più di cento anni dopo, Duchamp possa ancora essere così destabilizzante.

In che modo la mostra incoraggia il pubblico a ripensare il ruolo di Duchamp nella nascita del dibattito su che cosa è arte e perché il suo approccio è ancora rilevante?
A.T.: Anche chi pensa di conoscere Duchamp spesso conosce le sue idee più che le opere, perché i lavori non sono così frequentemente visibili nei musei. Il nostro obiettivo è quindi molto semplice: mostrare che cosa ha fatto, fase dopo fase, dall’adolescenza sino a fine carriera. Quando si vede questa storia dispiegarsi davanti agli occhi, si osserva qualcuno che inizia come un artista d’avanguardia piuttosto «normale» e poi decide di buttare tutto all’aria per inventare qualcosa di completamente diverso.

Come avete trovato un equilibrio tra la necessità di fornire spiegazioni per evitare che il pubblico resti disorientato e lasciare spazio all’esperienza diretta delle opere?
Michelle Kuo: Ci saranno testi di sala, ma vogliamo mantenerli il più possibile precisi e sintetici. Alcune opere richiedono un minimo di spiegazione, altrimenti si rischia di restare completamente disorientati. L’aspetto principale, però, è proprio la progressione cronologica. A un certo punto si comincia a vedere Duchamp replicare le proprie opere o farle replicare da altri. Per alcuni visitatori contemporanei potrà sembrare quasi che il suo lavoro diventi «virale»: certe immagini ricompaiono più volte man mano che si attraversano le sale. È come se Duchamp inserisse idee nella circolazione dei media e della comunicazione di massa, creando una serie di effetti a catena.

Marcel Duchamp, «To Be Looked at (from the Other Side of the Glass) with One Eye, Close to, for Almost an Hour», Buenos Aires 1918, New York, The Museum of Modern Art

Marcel Duchamp, «L.H.O.O.Q.», 1919, collezione privata

La mostra è organizzata congiuntamente dal MoMA e dal Philadelphia Museum of Art. Come si è sviluppata concretamente la collaborazione tra le due istituzioni?
A.T.: Abbiamo lavorato davvero come un’unica squadra. Anche per le due presentazioni, a New York e a Filadelfia, siamo in dialogo continuo. Abbiamo scritto insieme i saggi del catalogo e sviluppato la mostra collettivamente.

M.K.: Il Philadelphia Museum presta quasi 200 opere della propria collezione, cosa davvero straordinaria. Il MoMA ha a sua volta opere fondamentali. Quindi la collaborazione è anche uno scambio di oggetti senza precedenti.

Nell’ideare il percorso espositivo avete dovuto confrontarvi con una grande varietà di media. Come avete organizzato questa pluralità nelle gallerie?
A.T.: Non abbiamo creato gerarchie tra i media. Anche se Duchamp stesso ignorava queste categorie, molte mostre in passato continuavano a separare disegni, sculture e fotografie. Qui invece ogni cosa appare nel contesto storico in cui è stata prodotta. I disegni preparatori sono accanto ai dipinti, le pubblicazioni accanto ai ready made o alle sculture dello stesso periodo. In questo modo cerchiamo di essere fedeli alla sua stessa apertura verso diversi tipi di pratica artistica.

M.K.: Per Duchamp un foglio con uno scarabocchio poteva essere importante quanto una grande scultura. Oppure un dispositivo ottico poteva essere sia un’opera sia quasi un giocattolo. Lui stesso confonde deliberatamente questi confini.

La mostra affronta anche questioni di riproduzione e autorialità. In che modo questo può risuonare oggi, nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale?
M.K.: Nella mostra si fa esperienza dell’opera attraverso diverse forme di riproduzione. Duchamp lavorava spesso con macchine, collaboratori e media stampati, e permetteva ad altri di replicare i suoi lavori. In questo senso ha anticipato molte domande che oggi emergono con l’arte generata dalle macchine: può una macchina fare arte? E che cosa significa autorialità? 

Qual è l’aspetto più importante dell’eredità di Duchamp e perché può essere ancora urgente oggi per artisti e pubblico?
A.T.: L’assoluta apertura su che cosa possa essere l’arte e quale possa essere il ruolo dell’artista. Anche se si reinventa radicalmente il modo di dipingere, si sta comunque lavorando dentro una tradizione antica di secoli. Duchamp invece pone una domanda diversa: «Come si può fare un’opera che non sia “d’arte”?». Questa idea apre molte possibilità per gli artisti di oggi. 

M.K.: Duchamp invita anche gli altri a partecipare. L’opera non è pensata come un capolavoro sacro ma come qualcosa che provoca domande e nuovi modi di vedere.

C’è qualcosa di particolare che sperate emerga dalla mostra? 
A.T.: Una cosa importante per Duchamp era il piacere: il divertimento, l’umorismo, il gioco, perfino una certa malizia, facevano parte del suo modo di intendere l’arte, sia per l’artista sia per lo spettatore. Speriamo che dalla mostra emerga non solo Duchamp come grande innovatore o pensatore radicale, ma anche come qualcuno che portava divertimento e giocosità nel suo mondo e, speriamo, anche nel nostro.

Può servire un po’ di quella giocosità nel mondo dell’arte?
M.K.: La serietà verso sé stesso e la pomposità erano nemici di Duchamp e probabilmente ancora oggi c’è bisogno di antidoti contro entrambe.

Marcel Duchamp, «Box in a Valise (From or by Marcel Duchamp or Rrose Sélavy)», 1935-41, New York, The Museum of Modern Art

Maurita Cardone, 10 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Dopo oltre cinquant’anni, Marcel Duchamp torna protagonista di una grande mostra negli Stati Uniti | Maurita Cardone

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