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Chiara Caterina Ortelli
Leggi i suoi articoliDal 12 febbraio al 10 maggio la Schirn Kunsthalle di Francoforte ospita la grande personale di Thomas Bayrle (Berlino, 1937) intitolata «Be Happy». La retrospettiva offre uno sguardo sull’intero arco della riflessione condotta dall’ottantottenne artista tedesco sui meccanismi della cultura di massa, della tecnologia e dell’esperienza quotidiana. Abbiamo intervistato il curatore della mostra, Matthias Ulrich.
Com’è iniziata la collaborazione con Thomas Bayrle?
L’idea è nata mentre discutevamo di un programma per questo nuovo spazio che occupiamo da circa tre o quattro anni. Tuttavia, con la ristrutturazione del vecchio edificio, ci siamo trasferiti in un’ex fabbrica, più precisamente, un’ex tipografia. Nel XIX secolo quell’edificio produceva carte da gioco e successivamente anche un giornale socialista chiamato «Volksstimme» (La voce del popolo). Quando è diventato chiaro che la Schirn si sarebbe trasferita in quell’edificio, ho subito pensato a Thomas Bayrle, che agli inizi della sua vita artistica lavorava come tipografo. Ed è interessante notare che la sua ultima mostra in città risale al 2006, al Mmk-Museum für Moderne Kunst. Dopo allora ha però prodotto moltissime opere nuove e se non si è stati a New York, a Tokyo o a Berlino (dove ha spesso esposto con la sua galleria neugerriemschneider), non si è avuto modo di vedere questi lavori. Il punto di partenza della mostra è stato proprio questo: la sua assenza da Francoforte per circa vent’anni.
Bayrle ha iniziato la sua carriera dedicandosi a diversi tipi di attività artistiche. Che ruolo hanno avuto queste esperienze?
Da giovane Bayrle lavorò in un’azienda tessile. Il passo successivo fu lo studio all’Accademia di Arti Applicate, a Offenbach. Dopo o durante gli studi lavorò anche come editore. Insieme a un amico fondò una propria casa editrice, con la quale produssero principalmente libri di Poesia concreta, ma anche libri d’arte. Un capitolo successivo, quasi una nota a margine, riguarda una sua azienda attiva nel settore della produzione di allestimenti. Lavorò quindi anche in ambito commerciale, realizzando elementi espositivi per aziende come Nestlé e molte altre. Direi che il punto cruciale del suo lavoro, dagli inizi fino ad oggi, è il rapporto tra gli elementi o gli individui e il collettivo, ovvero la società. Ad esempio, le opere che lui chiama «Superform» sono grandi immagini create a partire da molte più piccole e per lo più identiche, come un rossetto, una scarpa o uno smartphone. È la moltitudine di elementi identici a costruire l’immagine complessiva.
Vivendo a Francoforte, Bayrle era particolarmente esposto al dibattito filosofico del tempo, alle riflessioni sul consumismo, sulla produzione di massa e sulle trasformazioni della società industriale. In che modo si colloca all’interno di questo contesto?
Nella sua opera è sempre presente una forma di giustapposizione. Bayrle ha costantemente cercato di cogliere il presente, il tempo in cui stava lavorando. All’inizio il suo lavoro rifletteva fortemente temi come il consumismo e la produzione di massa; in seguito, compaiono anche riferimenti politici, dal Maoismo e dalla politica cinese fino alla politica tedesca del secondo dopoguerra. Tuttavia, per come lo intendo io, nel suo lavoro non c’è mai una presa di posizione netta tra due poli opposti. Piuttosto, c’è l’idea di trasformare queste opposizioni, che siano politiche, scientifiche o legate alla vita reale, in qualcosa di nuovo. E l’idea centrale è una fiducia quasi elementare, da artista e da essere umano, nell’individuo, anche all’interno di una visione collettiva in cui l’individuo diventa produttivo.
Ci sono opere in particolare che rappresentano in modo emblematico questa esplorazione della tensione tra individuo e collettività?
Thomas Bayrle ha realizzato molte serie di lavori che non sono mai chiuse o autosufficienti: si tratta piuttosto di insiemi di opere collegate tra loro da un’idea o un motivo ricorrente. Una di queste serie prende spunto dal San Matteo di Caravaggio e viene realizzata a partire dallo smartphone come motivo (pattern) individuale. Quando si trovava a Roma per vedere il dipinto originale di Caravaggio, si rese conto che le persone fotografavano l’opera per poi condividerla con altri. Ma che tipo di comprensione del dipinto produce questo gesto? Condividere un’immagine permette davvero di capire l’opera? Lo smartphone è generalmente concepito come un processo, ma anche come uno strumento di comunicazione e di connettività, una sorta di macchina per stare nella società. Allo stesso tempo, però, emergono dei dubbi sul modo in cui questa connettività viene costruita. Tuttavia, Bayrle non ne fa una critica diretta, non offre nessuna risposta definitiva. Di fronte a quest’opera ci si ritrova piuttosto a riflettere sull’interrelazione tra tecnologia e spiritualità, tra individuo e collettività.
In che modo questa mostra ci aiuta a leggere il mondo contemporaneo e la nostra esperienza attuale della realtà?
Credo che la cosa migliore sia sempre diventare, in qualche modo, artisti a propria volta, per capire che si tratta di un processo di creazione, di produzione: qualcosa che mantiene la vita in equilibrio. Provare, fare tentativi. Quello che cerchiamo di fare è spiegare, o rendere comprensibili, questi aspetti: gli atteggiamenti, le idee, il motivo per cui Bayrle fa ciò che fa, e tutto ciò che questo implica a livello individuale. Per molti, Bayrle è noto come professore. Lui è stato una sorta di comunicatore, di figura influente e questo aspetto è strettamente legato alla concezione stessa della sua arte. Bayrle non assume una posizione rigida, non impartisce ordini, ma piuttosto apre porte, indica strade, come farebbe un insegnante: offre piste e poi lascia al pubblico, o agli studenti, il compito di fare il lavoro da sé, di arrivare autonomamente alla comprensione.
Thomas Bayrle, «Weaving», 2010. © Thomas Bayrle, VG Bild-Kunst, Bonn 2025. Courtesy the artist and neugerriemschneider, Berlin. Foto: Wolfgang Günzel