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A sinistra una veduta di «In Interludes and Transitions», Diriyah Contemporary Art Biennale 2026; a destra «Pacita Abad, Asian Abstractions», 1983-92

Foto: Alessandro Brasile, courtesy of the Diriyah Biennale Foundation

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A sinistra una veduta di «In Interludes and Transitions», Diriyah Contemporary Art Biennale 2026; a destra «Pacita Abad, Asian Abstractions», 1983-92

Foto: Alessandro Brasile, courtesy of the Diriyah Biennale Foundation

Il ritmo pulsante della terza Diriyah Contemporary Art Biennale

In un percorso curatoriale non sempre leggibile, ci sono però opere particolarmente riuscite: da Petrit Halilaj alla performace di Mohammed Alhamdan, noto come 7amdan

Micaela Deiana

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Siamo ormai giunti alla terza edizione di questa giovane Biennale (fino al 2 maggio) curata dalla Diriyah Art Foundation, che annualmente alterna la sua proposta fra l’arte contemporanea pura a Riyadh, come quest’anno, e il format ibrido della Biennale d’arte islamica a Gedda. Tre edizioni che fotografano sei anni, ma che sembrano molti di più se si considera la velocita con cui l’Arabia Saudita sta riconfigurando la sua società e, di conseguenza, il rapporto con le arti. 

La sede è sempre quella di JAX, il distretto culturale della capitale, una vasta area dal sapore industriale, in cui magazzini diventano la casa per le industrie creative locali, fra mostre, gallerie commerciali, studi d’artista, studi cinematografici e music club. Un’oasi di innovazione e informalità in un Paese che tende a presentare le sue proposte culturali con una certa postura istituzionale.

Per «Interludes and Transitions», entrambi i curatori provengono dal contesto regionale. Noran Razian, libanese, è Deputy Director e Head of Exhibition di Art Jameel, istituzione privata nata dalla generosità del collezionista saudita Fadi Jameel, le cui attività si articolano su una doppia sede, a Dubai e Gedda. Sanih Ahmed, curatore ed educatore, è attualmente advisor per l’Ishara Art Foundation di Dubai, di cui è stato anche direttore dal 2020 al 2025, e ha un passato da Senior Researcher presso AAA-Asian Art Archive. Già dal profilo dei curatori possiamo intuire che il bacino di interesse sia, oltre a quello regionale, quello asiatico e agli intrecci che si possono creare fra le diverse culture di quello che noi europei identifichiamo come Medio ed Estremo Oriente.

Sei ambienti in totale, tre snodi tematici. Il primo è dedicato alla processione, come esperienza reale e come metafora interpretativa. Il movimento collettivo diventa la lente attraverso cui guardare geografie e culture (avvenga questo per commercio, sentimento religioso, immigrazione economica o climatica) incluso quello antispecista, degli uccelli e degli insetti. Il secondo abbraccia tutto ciò che è suono: la poesia, le storie familiari, la trasmissione orale della conoscenza, la musicalità come modalità esplorativa (concetto che ritroviamo chiaramente nel titolo della Biennale). Il terzo guarda alle collaborazioni e alle forme di creazione che nascono dall’unione di diversi pensieri. I tre macrotemi si articolano poi nelle sezioni della mostra anche se, a dire il vero, non sempre il percorso curatoriale è leggibile. La scenografia ha una firma italiana, quella dei Formafantasma. La gestione dello spazio allestitivo promuove un percorso fluido nei capannoni, con elementi geometrici dai toni neutri che collegano visivamente le opere più che suddividere l’ambiente in spazi più ridotti. Lo sguardo corre perlopiù piuttosto libero, senza imporre grandi contrappunti per il fruitore, a cui rimane la libertà della visita.

Una veduta dell’opera di Théo Mercier, «House of Eternity», 2026. Foto: Alessandro Brasile, courtesy of the Diriyah Biennale Foundation

Venendo alle opere, alcune gemme valgono il cammino. La prima opera che troviamo all’ingresso è quella di Petrit Halilaj («Very Vulcanic over this Green Feather»), una trasposizione su grande scala dei disegni che Halilaj ha realizzato all’età di 13 anni, quando viveva da rifugiato in Albania, negli anni della guerra in Kosovo. Nelle figure animali, negli elementi del paesaggio c’è l’entusiasmo e la fantasia di chi lascia l’infanzia per entrare nell’adolescenza; in mezzo a questi, però, ci sono anche gli aspetti cupi della realtà che l’artista stava vivendo, a spezzare l’idillio del mondo incantato e riportarlo nella violenza in atto. Gioia e paura convivono, l’immaginazione diventa il porto sicuro in cui rifugiarsi. Nella seconda sezione, dedicata al ritmo e ai canti, emerge la ricca sezione di opere di Samia Halaby, incluse le sperimentazioni digitali degli anni Ottanta, e le pitture di Kamala Ibrahim Ishage, sudanese con base a Sharjah, con lavori di metà anni Duemila che seguono alla sua attiva partecipazione al modernismo della Khartoum School e del movimento postmoderno dei Crystalists. Trova qui spazio anche un’interessante proposta di Kayfa ta («How to publish»), un’installazione multimediale che esplora il tema della trasmissione e della produzione culturale, fra processi e tradizionali e tecnologia, in questo caso nel mondo arabo contemporaneo. Tematiche che risuonano anche nell’intervento dei Raqs Media Collective («Something Rare to Lose»), in cui però il tema della tecnologia incontra quello della corporeità e delle ricerche mediche e spirituali di Ibn Sina e Al Beruni, figure cruciali della cultura islamica storica. Su tutt’altra nota, nella sezione dedicata agli strumenti con cui ci relazioniamo al presente, il poetico lavoro video di Ismaïl Bahri («Apparition»), uno svelamento intimo della storia di indipendenza tunisina attraverso l’archivio fotografico del padre. L’artista sovraespone l’immagine, negandocela, e restituendocela solo parzialmente grazie al movimento della sua mano che si frappone fra la luce e la fotografia, restituendoci dolcemente la memoria dell’evento.

Nei giorni dell’inaugurazione, la tematica proposta dai curatori è stata celebrata grazie alla performance di Mohammed Alhamdan, noto come 7amdan, artista transmediale che si muove fra musica e moda, design, arti visive e filmiche, perfetto rappresentante di una nuova generazione di creativi che non ha paura di fondere gli elementi della cultura saudita tradizionale con le estetiche più contemporanee della cultura visuale urbana postinternet. L’azione si è sviluppata a partire dal canyon di Wadi Hanifaa, la valle che attraversa longitudinalmente la fascia ovest di Riyadh e taglia in due il distretto di JAX. Un gruppo di auto pick-up storiche, cammelli e uomini è risalito dal fondo della valle a ritmo di tamburo fino a imboccare le strade che uniscono i magazzini. Se da una parte il movimento richiama le narrazioni sui pellegrinaggi e sulle carovane nel deserto di cui abbiamo già parlato, l’estetica messa in movimento da 7amdan richiama i video che troviamo sui social (snapchat, in particolare, è quello che va per la maggiore in Arabia Saudita) del life-style di una comunità festante che ancora vive il deserto con naturalezza, come luogo in cui cercare rifugio dalla città e riunirsi a bere un caffè preparato sulla sabbia e godersi le chiacchiere sotto le stelle. E lo fa proprio con questo tipo di auto. La processione si è snodata poi inglobando via via le persone della stessa comunità del distretto, oltre che i visitatori della Biennale, per concludersi davanti all’ingresso della mostra con un concerto rap. 

Un momento che racchiude perfettamente cos’è il Saudi oggi, il suo essere stratificato nelle influenze e talvolta stridente per visioni differenti che scivolano l’una sull’altra. Un Paese in cui l’età media è di circa 28 anni, in cui fino al 2019 non si poteva fare turismo e che oggi diventa un crocevia per tante persone interessate a scoprire che cosa si muove sotto i rigidi preconcetti. Sicuramente il ritmo è pulsante, che sia quello del rajaz, il metro della poesia tradizionale araba, o quello della new wave techno.

Una veduta dell’opera di Petrit Halilaj, «Very volcanic over this green feather», 2021. Foto: Alessandro Brasile, courtesy of the Diriyah Biennale Foundation

Micaela Deiana, 06 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Il ritmo pulsante della terza Diriyah Contemporary Art Biennale | Micaela Deiana

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