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Jean-Michel Jarre, Maria Grazia Mattei (Meet Digital Culture Center), Antoine Picon, «Oxyville», Venezia, Arsenale, 19ma Mostra Internazionale di Architettura 2025

Photo: Marco Zorzanello. Courtesy of La Biennale di Venezia

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Jean-Michel Jarre, Maria Grazia Mattei (Meet Digital Culture Center), Antoine Picon, «Oxyville», Venezia, Arsenale, 19ma Mostra Internazionale di Architettura 2025

Photo: Marco Zorzanello. Courtesy of La Biennale di Venezia

Il suono non è più accessorio, ma materia prima dell’architettura

È sempre più comune, tra designer e architetti, progettare spazi per generare un’esperienza sensoriale in cui l’udito diventa guida

Germano D’Acquisto

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Se vi siete mai chiesti che suono abbia una forma, o che rumore faccia il vuoto, forse non avete ancora visitato un’architettura da ascoltare. Non parliamo di installazioni musicali qualunque o di concerti «immersivi», ma di spazi progettati per generare un’esperienza sensoriale in cui l’udito diventa guida e materia prima. Perché oggi, tra i designer e gli architetti più avventurosi, il suono non è più un accessorio: è un materiale vivo, capace di plasmare la percezione degli ambienti.

Alla Biennale di Architettura di Venezia 2025, «Sound Greenfall» di Sofia Boarino racconta meglio questo concetto: una serenata rivolta tanto alle piante quanto agli esseri umani. L’idea è semplice, quasi poetica: lasciare che il suono fluisca, che diventi tessuto della natura e del visitatore, un ponte tra lo spazio esterno e l’interiorità di chi osserva e ascolta. Non è solo un rumore, è un invito a percepire la città e i suoi spazi in modo nuovo, come se le architetture avessero un corpo sonoro che pulsa insieme al nostro. Parallelamente, «Oxyville» di Jean-Michel Jarre, sempre alla Biennale, spinge l’esperienza un passo oltre: fusione di suono, Intelligenza Artificiale e architettura, con i visitatori invitati a cocreare un paesaggio sonoro utopico. Qui, ascoltare non significa solo percepire: significa partecipare, diventare compositori del proprio ambiente. Spostandoci a Londra, al Camden Arts Project, Yuri Suzuki, artista, designer e musicista giapponese, fino al 5 ottobre ci ha ricordato che il suono può diventare anche collettivo e interattivo. La sua installazione «UTOOTO» ha permesso ai visitatori di costruire insieme una «città sonora», facendo sì che la composizione finale non sia solo dell’artista, ma frutto della comunità temporanea che attraversa lo spazio. Il progetto ricorda un po’ certe macchine immaginarie di Leonardo, ma più leggere, più musicali, e sorprendentemente collaborative.

Non solo performance e installazioni spettacolari: c’è anche il lato meditativo del suono, quello che rigenera, calma, armonizza. Nel 2024, per esempio, a Palazzo Litta a Milano, l’installazione «Under the Willow Tree» di Sara Ricciardi ha trasformato un salice piangente in un’orchestra sospesa: bar chimes appesi ai rami, pronti a rispondere a un soffio o a un tocco leggero. Dietro il progetto, la consulenza di Paolo Borghi, musicoterapista e musicista, ha contribuito a intonare l’equilibrio sonoro, dimostrando che anche la delicatezza ha bisogno di ingegneria.

E poi ci sono i lavori di Jacopo Gonzato, architetto che da anni esplora la possibilità di far «parlare» gli spazi. Le sue strutture di legno, apparentemente semplici, hanno forme e dimensioni studiate per modulare la propagazione del suono: un colpo di mano, un sussurro o il silenzio stesso si diffondono con un’intensità calibrata al millimetro. Per ora Gonzato si concentra su oggetti di grandi dimensioni, ma il progetto a lungo termine è più ambizioso: ambienti interi costruiti come casse di risonanza, dove il suono diventa componente progettuale come la luce, modulando l’atmosfera e l’esperienza sensoriale.

Ma l’architettura sonora non conosce confini. In Cina, «Spherical Symphony» di Turenscape trasforma due coni di cemento in un paesaggio musicale immersivo nella Dongyuegu Music and Performance Valley, dove la forma stessa amplifica e modula il suono. Lo spazio non è più solo un contenitore, ma diventa strumento sonoro in sé. Il progetto iniziato nel 2023 verrà ultimato quest’anno.

In Danimarca, l’espansione dello Statens Museum for Kunst, la Galleria Nazionale, firmata Reiulf Ramstad Arkitekter a Doverodde (Thy, Jutland settentrionale), aperta lo scorso 29 agosto, integra materiali locali e strutture esistenti, enfatizzando armonia e sostenibilità, dimostrando che anche il silenzio può diventare architettura.

La tendenza come si può ben vedere è tutt’altro che isolata. Al lungo elenco va aggiunto anche il sound artist elvetico Zimoun, che da anni esplora i paesaggi sonori interattivi, generando architetture di fili, motori e oggetti che producono armonie casuali ma calcolate. Ogni installazione è un ecosistema, in cui il rumore non è disturbo, ma struttura portante dell’esperienza. Ancora una volta, il confine tra arte, design e architettura si assottiglia, e la città stessa diventa strumento. Questa trasformazione ha anche un impatto urbano: architetture che si ascoltano possono influenzare il benessere collettivo, modulare i flussi e persino rallentare la frenesia della città. La ricerca non è più soltanto estetica o funzionale: è sensoriale, immersiva, politica. Perché un suono progettato cambia il modo in cui ci muoviamo, respiriamo, guardiamo e pensiamo lo spazio.

L’esperienza sonora, dunque, non sostituisce il visivo, ma lo integra, creando un dialogo tra materia e percezione. In questo senso, ogni installazione è una piccola lezione di architettura contemporanea: ci ricorda che le forme fanno rumore, che i silenzi parlano, e che l’ascolto può essere tanto creativo quanto la costruzione di un edificio. In un mondo in cui tutto corre, fermarsi e ascoltare può diventare l’atto più radicale, e forse anche il più rivoluzionario.

Tra Venezia, Londra, Berlino, Cina e Danimarca, tra il sussurro di un bar chimes e l’eco di una struttura di legno o di un cono di cemento, emerge un filo conduttore chiaro: il suono non è più accessorio, è materia prima dell’architettura. Progettare oggi significa ascoltare, modulare, sperimentare. Perché alla fine, come dice Gonzato, progettare un suono è progettare lo spazio stesso. E se la città impara a parlare, forse impara anche a raccontarsi meglio. 

Yuri Suzuki, «UTOOTO». © Yuri Suzuki, Chris Kidall Park

Germano D’Acquisto, 25 ottobre 2025 | © Riproduzione riservata

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