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Barbara Antonetto
Leggi i suoi articoli«Ma quello che vi è bellissimo oltre alle figure, è una volta a mezza botte tirata in prospettiva, e spartita in quadri pieni di rosoni, che diminuiscono e scortano così bene, che pare che sia bucato quel muro»: nelle Vite Vasari aveva speso parole elogiative nel descrivere l’affresco della «Trinità» che Masaccio aveva dipinto tra 1424 e il 1425 in Santa Maria Novella, rivoluzionando la prospettiva (fu la prima non dipinta a intuito, ma studiata in modo geometrico-matematico: sembra aprire «un buco nel muro», scrisse Ernst Gombrich).
Nonostante ciò, durante il grande rinnovamento della Chiesa che seguì il Concilio di Trento, fu proprio Vasari a disegnare l’altare del Santo Rosario che celò alla vista il capolavoro del Maestro del Rinascimento. Le ammorsature delle grandi pietre dell’altare vasariano distrussero quasi tutta l’incorniciatura della scena e provocarono grandi lacune in corrispondenza dei due donatori e della Vergine. La pittura murale per circa tre secoli fu soggetta ad accumuli di sporco e infiltrazioni di pioggia che, provenienti dalla finestra soprastante, scorrevano e ristagnavano.
Ma a metà Ottocento, in pieno clima di revival gotico-medievale, la Basilica subì un nuovo restyling che portò allo smantellamento delle magniloquenti e monumentali costruzioni vasariane. In questa occasione il restauratore Gaetano Bianchi eseguì lo «stacco» dell’affresco, il che significa che la pellicola pittorica e lo spessore dell’intonaco su cui era apposta vennero «trasportati» su un supporto mobile composto da un incannicciato affogato nel gesso, sostenuto da un robusto telaio ligneo.
L’opera, che si trovava nella terza campata a sinistra, venne ricollocata in controfacciata e le zone perimetrali, già perdute con la costruzione dell’altare vasariano o danneggiate per l’operazione di stacco, furono reintegrate ad affresco da Bianchi anche oltre il supporto, direttamente sulla parete.
L’affresco rimase in controfacciata fino al 1952, quando, in seguito al ritrovamento (dietro a un muro) della raffigurazione della Morte che Masaccio aveva dipinto ai piedi del gruppo della Trinità, il soprintendente alle Belle Arti Ugo Procacci (passato alla storia per aver affrontato l’emergenza dell’alluvione di Firenze nel 1966) decise di ricongiungere le due parti come dovevano essere nel XV secolo. Per fare questo, il restauratore Leonetto Tintori, a cui venne affidata la traslazione, strappò le parti di cornice integrate da Bianchi sul muro di controfacciata, riscoprendo i bordi effettivi della pittura masaccesca. La Morte rimase nella collocazione in cui fu ritrovata, ma venne strappata e posta su un supporto in masonite.
Successivamente, l’affresco è stato restaurato dall’Opificio delle Pietre Dure: all’operazione di rimozione della polvere, tramite pennelli morbidi e batuffoli di cotone bagnati, è seguito il preconsolidamento delle scaglie di colore effettuato iniettando resina acrilica al tergo; il ripristino della stabilità delle fragili campiture cromatiche è stato effettuato attraverso il «metodo del bario», mentre il ritocco ha restituito continuità all’immagine pittorica.
Si deve all’Opificio anche il delicato intervento di messa in sicurezza finanziato dal Ministero dell’Interno attraverso il Fec-Fondo Edifici di culto, che si è appena concluso, restituendo a fedeli e visitatori la possibilità di ammirare il capolavoro dopo tre anni di lavori. L’operazione è consistita nell’allontanare l’opera dal muro, per consentirle di «respirare» evitando possibili danni futuri. La parete dietro l’affresco presentava infatti una lesione che provocava un movimento del muro di pochi millimetri. Insieme agli sbalzi di umidità e temperatura, tale movimento provocava una dilatazione del supporto in legno, gesso e canniccio che, spingendo sull’intonaco staccato, rischiava di crepare il dipinto.
«Rivedere la Trinità nella sua interezza dopo tre anni è stata un’emozione grande», ha dichiarato all’Ansa frate Manuel Russo dell’Opera di Santa Maria Novella. «In Santa Maria Novella e nella Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine vediamo il genio giovanissimo di Masaccio che rivoluzione la pittura, riesce a dare realismo, corpo e senso statuario alle sculture», ha a sua volta commentato Antonella Ranaldi, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Firenze e la provincia di Prato.
La «Trinità» di Masaccio nella sua completessa. Firenze, Chiesa di Santa Maria Novella
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