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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliAlla sua seconda edizione, la Brooklyn Fine Art Print Fair (9-12 aprile) annuncia il suo progetto ambizioso che mira a colmare un vuoto strutturale nel panorama fieristico newyorkese: offrire alla stampa d’arte un contesto esclusivo, radicato nella pratica e svincolato, almeno nelle intenzioni, dalle logiche più aggressive del mercato globale. La scelta di Powerhouse Arts come sede rafforza questa impostazione in quanto luogo di produzione attiva, dove il valore dell’opera è ancora intimamente legato ai processi, alle competenze e alle relazioni che ne rendono possibile l’esistenza. Ciò che emerge con maggiore evidenza nell’edizione 2026 è la marcata centralità del contesto americano. Pur presentandosi come fiera internazionale, BFAPF costruisce il proprio baricentro quasi interamente all’interno degli Stati Uniti, con una presenza particolarmente forte della East Coast e di Brooklyn stessa. Stamperie storiche, laboratori indipendenti, collettivi e gallerie statunitensi costituiscono l’ossatura dell’evento, delineando una mappa densa e articolata del printmaking americano contemporaneo. Le presenze europee e internazionali, seppur qualitativamente rilevanti, appaiono più come innesti puntuali che come veri elementi di riequilibrio geopolitico.
Questa scelta, consapevole o meno, rende la fiera meno un osservatorio globale e più un ritratto approfondito di un ecosistema nazionale, con le sue specificità e le sue genealogie. In questo senso, BFAPF funziona come una piattaforma di legittimazione per pratiche che spesso restano ai margini dei grandi circuiti fieristici internazionali ma che negli Stati Uniti vantano una tradizione lunga, capillare e fortemente comunitaria. La convivenza tra realtà consolidate e spazi emergenti, tra gallerie strutturate e artisti auto-rappresentati, restituisce un’immagine complessa e non omogenea del campo, evitando l’effetto di omologazione tipico di molte fiere specializzate.
Particolarmente significativa è, in questo quadro, la presenza massiccia dei dipartimenti accademici americani (Maryland Institute of Contemporary Art, Tyler School of Art & Architecture at Temple University della Pennsylvania, University of Utah, New School at Parsons, Hunter College’s Corner Press), che contribuiscono a rafforzare una visione della stampa come pratica formativa, collettiva e intergenerazionale. L’università appare come infrastruttura culturale che alimenta e rinnova il sistema della stampa d’arte, introducendo una temporalità più lenta e una riflessione critica che difficilmente trovano spazio nei contesti puramente commerciali. La programmazione pubblica — tra talk e visite guidate — insiste ulteriormente su questa dimensione processuale e pedagogica, spostando l’attenzione dal prodotto finito al lavoro che lo precede. È una scelta che dialoga bene con il pubblico di riferimento della fiera, ma che solleva anche una questione aperta: fino a che punto questa forte identità americana, profondamente radicata nel fare e nella comunità, riesce a confrontarsi con altre tradizioni della stampa senza assorbirle o neutralizzarle?
La coincidenza con la mostra giurata di MGC Community Print Studio, nel quarantesimo anniversario dell’istituzione, rafforza ulteriormente questa lettura. L’esposizione agisce come contrappeso critico alla dimensione fieristica. «È di buon auspicio che la Mostra Nazionale Giurata 2026 della MGC Community Print Studio coincida con il 40mo anniversario di MGC e si svolga anche durante la Brooklyn Fine Art Print Fair, che ha attirato migliaia di visitatori nel suo anno inaugurale. Questa è un'opportunità per celebrare la stampa, valorizzare gli artisti e le organizzazioni che compongono il più ampio ecosistema della stampa e anche per inaugurare
nuove generazioni di incisori», ha dichiarato Lisa Archigian, Executive Director di MGC (la Powerhouse Arts ospita tre laboratori di stampa all’avanguardia, tra cui il Powerhouse Arts Printshop, il Digital Print Lab e il MGC Community Print Studio per l'appunto). In definitiva, la Brooklyn Fine Art Print Fair 2026 appare meno interessata a costruire una narrazione globale e più impegnata a consolidare un’identità nazionale forte, capace di rivendicare la centralità della stampa d’arte all’interno del panorama culturale statunitense. Una scelta che, pur limitando l’orizzonte internazionale, restituisce alla fiera una coerenza rara e una posizione chiara, quella di essere un laboratorio critico del printmaking americano contemporaneo, con Brooklyn come epicentro simbolico e operativo.
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