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Giorgia Aprosio
Leggi i suoi articoliIl percorso di Claudia Buizza attraversa alcune delle realtà più significative della scena internazionale: la Biennale di Venezia, il Centre Pompidou, lo Swiss Institute di New York, prima di approdare alla Fondation Louis Vuitton a Parigi.
Fin dagli inizi ha sviluppato un approccio curatoriale centrato sulla produzione e sull’accompagnamento degli artisti, un metodo che trova continuità in «Open Space», il programma della Fondazione dedicato alla creazione contemporanea con progetti site specific, di cui oggi è co-curatrice. Con due o tre mostre l’anno, «Open Space» si è affermato come uno dei laboratori internazionali più ambiti del contemporaneo, affiancando alle grandi monografiche una struttura che privilegia elasticità, sperimentazione, eterogeneità dei linguaggi e un dialogo costante con gli spazi progettati da Frank O. Gehry.
Abbiamo incontrato la curatrice in occasione dell’apertura di «The Song Trapper», prima personale francese di Jakob Kudsk Steensen, in corso fino al 2 marzo: un’opera che intreccia mondi virtuali, paesaggi reali e performance digitale con risultati sorprendentemente umani e toccanti.
Come è iniziato il suo percorso da curatrice?
È iniziato circa quindici anni fa, quando ero ancora studentessa. Mi sono trasferita a Parigi dopo una laurea triennale in Economia per l’arte alla Bocconi, qui ho imparato la lingua, ho svolto diversi stage in galleria e ho iniziato a familiarizzare con un mondo che, fino ad allora, mi era sconosciuto. Da lì ho proseguito con un percorso più accademico: prima Storia dell’arte alla Sorbonne, poi un master in Studi Curatoriali, che mi ha aperto le porte del mondo istituzionale. Nel frattempo lavoravo e portavo avanti progetti indipendenti, spesso collettivi, che mi hanno permesso di lavorare con artisti della mia generazione in Francia, Italia, nei Balcani, in particolare Kosovo e Albania, ma anche in Giappone.
Quando è arrivata, invece, la Fondation Louis Vuitton?
Il mio arrivo in Fondazione risale al 2019. Sono entrata come assistente curatrice e il primo progetto a cui ho lavorato è stato un display della collezione in dialogo con Cindy Sherman, la nostra «mostra Covid». Poi sono arrivate le grandi retrospettive: Claude Monet, Joan Mitchell, Mark Rothko… E, parallelamente, è arrivato anche il ruolo nella co-curatela di «Open Space», che oggi è al centro del mio lavoro.
«Open Space» è un vero e proprio laboratorio artistico internazionale che nel tempo si è guadagnato un ruolo centrale nella produzione contemporanea. Come nasce il programma e quali obiettivi si pone?
Nato nel 2018, «Open Space» risponde all’esigenza di sostenere la creazione artistica contemporanea più attuale. Suzanne Pagé, la nostra direttrice artistica, ha sempre difeso gli artisti più giovani, sottolineando l’importanza di offrirgli uno spazio anche in un contesto museale orientato prevalentemente verso artisti già affermati e storicizzati. Dal 2022, ricopro il ruolo di co-curatrice del programma, che prevede due o tre mostre all’anno. Negli ultimi tre anni, abbiamo dato vita a otto nuove produzioni. Una peculiarità di «Open Space» è che le opere, pur essendo prodotte dalla Fondazione, rimangono di proprietà degli artisti. Il nostro ruolo è quello di fornire spazio, risorse e accompagnamento, senza alcun vincolo di acquisizione. «Open Space» ambisce a essere «materia viva», dove ogni progetto ridefinisce le regole del precedente. Cerchiamo di mantenere un approccio permeabile, in ascolto, insomma, uno spazio davvero «aperto».
È qualcosa di raro, che garantisce una libertà reale.
L’unico vincolo, che in realtà si rivela sempre un «input», è l’architettura, in particolare quella della Galleria 8. La pianta vagamente circolare, i muri curvi e bombati, il soffitto aperto sull’esterno e le conseguenti variazioni climatiche, sono caratteristiche che non possono essere ignorate. Tutto questo spinge inevitabilmente ogni artista a dialogare con lo spazio e ad appropriarsene a suo modo.
L’ultima opera nata in questo contesto è «The Song Trapper», presentata in occasione della personale di Jakob Kudsk Steensen, in corso fino al 2 marzo. Di che cosa si tratta?
«The Song Trapper» è l’ultima creazione dell’artista danese Jakob Kudsk Steensen, concepito come il primo capitolo di un progetto più ampio, all’incrocio tra l’opera lirica e il videogioco. Noto per i suoi mondi virtuali autogenerativi, ecosistemi reali che registra tramite fotogrammetria e ricostruisce digitalmente, in questo nuovo video introduce per la prima volta un personaggio, il Song Trapper (ovvero «cacciatore di suoni»), segnando un vero e proprio punto di svolta nel suo lavoro. Jakob ha collaborato con un’attrice specializzata in motion capture per garantire movimenti fluidi e realistici. Lui stesso parla di una vera e propria «performance virtuale»: la coreografia improvvisata emerge in risposta al racconto del Song Trapper, letto ad alta voce dall’artista in sala di registrazione.
Ci racconta di più sulle sue avventure?
Il Song Trapper si muove in un futuro speculativo in cui l’uomo è scomparso lasciando dietro di sé solo l’eco della sua voce. Lo vediamo attraversare diversi paesaggi: paludi, saline, zone desertiche. Sono tutti luoghi reali che l’artista ha esplorato in prima persona. In un certo senso, il Song Trapper è un suo alter ego: visita gli stessi territori, ma in un mondo digitale, catturando echi e suoni del passato, porta con sé un archivio di suoni e parole per restituire una memoria sonora del mondo, ma rimane fondamentalmente un ricettacolo di ricordi che non ha mai vissuto.
Lu Yang, «Doku The Flow», 2024, «Open Space #14», Parigi, Fondation Louis Vuitton. © Lu Yang. Foto: © Fondation Louis Vuitton / Jules Hidrot
Xie Lei, «Au-delà», 2023, «Open Space #13», Parigi, Fondation Louis Vuitton. © Xie Lei. Foto: © Fondation Louis Vuitton / Charles Duprat
Gli aspetti tecnici dell’installazione sono altrettanto impressionanti.
Quando Jakob ha visto la Galleria 8, con l’apertura verso il cielo, ha percepito subito una dimensione quasi sacra, simile a una cappella. Da qui l’idea di lavorare su un canto che si levasse verso l’alto, attraverso la composizione sonora di Matt McCorkle e gli interventi vocali di Lyra Pramuk. La parte tecnica più impressionante è sicuramente il lavoro di programmazione e sviluppo dietro al video. Inoltre, gli schermi led vantano una definizione altissima (2.7 pitch) per consentire allo spettatore di apprezzare appieno la qualità dell’immagine video che Jakob ritocca «manualmente» e dettagliatamente. Per quanto riguarda la scenografia, la pittura murale in «degradé» contribuisce ad amplificare la profondità e creare un’impressione di sospensione.
Inaugurare un progetto così sperimentale durante Art Basel Paris è una scelta forte, soprattutto in una città oggi molto esposta alle dinamiche di mercato. Crede che questo fermento commerciale possa, in qualche modo, alimentare anche la sperimentazione?
Sicuramente le dinamiche di mercato non sono un elemento che consideriamo quando invitiamo un artista. Tuttavia, ho notato, lavorando con artisti come Jakob o Lu Yang, che abbiamo presentato ad aprile 2024, che per gli artisti che utilizzano le nuove tecnologie si sta sviluppando un ecosistema istituzionale proprio. Penso in particolare a Centre Phi a Monreale, o alla prossima apertura di Canyon a New York, per citarne due. Quanto alla domanda se sperimentazione e mercato non sempre vanno di pari passo... credo che la sperimentazione richieda tempo, fiducia e risorse, esattamente ciò che il mercato tende a comprimere.
Guardando al suo percorso in Fondazione, quali sono state le soddisfazioni più grandi? Ci sono progetti che nella loro forma finale l’hanno sorpresa più di altri?
Ogni progetto ha le sue specificità, le sue sfide e soddisfazioni... mi dai l’occasione per citare tutte le mostre «Open Space» di questi ultimi anni, a partire da Lydia Ourahmane che ha trasformato lo skyligth in uno schermo cinematografico, trasportandoci in un viaggio nell’affascinante Tassili; Ndayé Kouagou, con «The Guru» (2023), la sua prima mostra museale, ha messo in scena una sorta di performance filmica, una proiezione quasi a scala di sé stesso, interpretando una parodia del guru contemporaneo; Alex Ayed ci ha imbarcato con lui sulla sua barca a vela nel tentativo di «creare il tempo»; Xie Lei, per cui era la sua prima mostra istituzionale, ha incantato con i suoi dipinti liquidi e onirici che sono stati recentemente insigniti del prix Duchamp; Lu Yang e il suo alter ego Doku, reincarnazione virtuale dell’artista, ci hanno fatto riflettere a una nuova forma di spiritualità; Tabita Rezaire ci ha catapultati in Guiana francese con il suo film «Des/astres» (2025) proiettato sotto la cupola di un «carbet»; e prossimamente, Armineh Negahdari, i cui disegni sono pura espressione di esistenza.
Dare fiducia, accompagnare, costruire le condizioni perché un’opera possa nascere e il messaggio di una pratica possa fare breccia nel cuore del pubblico.
È un buon riassunto di che cosa significa, per lei, fare la curatrice oggi?
Sì, e per fare ciò è necessaria un’attitudine camaleontica, una sensibilità porosa. La curatela è per me un esercizio continuo di adattamento ed empatia, essenziale per potersi muovere da un universo all’altro, da una sensibilità all’altra, con curiosità e rispetto. Un vero e proprio vademecum quando mi confronto con l’opera di un artista è la domanda: «Perché quest’opera ci riguarda qui, ora?». «Open Space» cerca di rispondere a una sorta di urgenza, presentando artisti che portino uno sguardo e un discorso unico sul presente.
Se immaginassimo la curatela tra dieci anni? Che cosa pensa resterà centrale? Che cosa invece cambierà radicalmente?
Non amo fare previsioni, ma credo fermamente che il cuore della curatela rimarrà immutato: ascoltare, accompagnare, interpretare, rendere accessibile il lavoro degli artisti. Ciò che cambierà, invece, sarà il modo di produrre e di condividere. L’arte, e di conseguenza la curatela, sono un po’ delle bandiere, vanno dove va il mondo e a me piace lasciarmi sorprendere.
Claudia Buizza. © Fondation Louis Vuitton / Marie Levi