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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliNel sistema dell’arte contemporanea la galleria rimane uno dei dispositivi centrali, ma anche uno dei più esposti alle trasformazioni economiche e strutturali del settore. L’intervista mette a fuoco alcune delle questioni chiave che attraversano oggi questo modello: il rapporto tra curatela e mercato, il ruolo delle fiere, la sostenibilità degli investimenti e la costruzione di una scena artistica competitiva. Milano emerge come piattaforma consolidata di connessione internazionale, mentre la dimensione italiana continua a presentare limiti strutturali, soprattutto sul piano delle risorse e del supporto istituzionale agli artisti. In questo contesto, la pratica della galleria si definisce sempre più come un equilibrio tra ricerca, tempismo e capacità di costruire relazioni. Ne emerge un posizionamento chiaro: superare la separazione tra progetto curatoriale e logica commerciale, ridefinire il ruolo delle fiere e rafforzare il sistema nazionale come condizione necessaria per l’ingresso degli artisti italiani nel circuito globale. Parola a Marco Poggiali.
Siete un punto di riferimento per l’arte contemporanea a Milano. Quali elementi vi contraddistinguono?
Serietà, professionalità, ricerca e coerenza.
Qual è la linea curatoriale che guida la sua galleria?
La galleria si propone di presentare progetti inediti nel panorama italiano, realizzati in piena collaborazione con gli artisti e le figure curatoriali al fine di creare un lavoro coerente che dialoghi con lo spazio della galleria.
Investimento, scommessa, produzione, curatela. Come si costruisce alla perfezione una esposizione in Galleria Poggiali? Quanto pesa la dimensione curatoriale rispetto a quella commerciale nel vostro lavoro?
Dapprima, una galleria deve credere nel progetto che presenta per realizzarlo al meglio, coinvolgendo tutte le parti in causa. È un’usanza molto italiana quella di parlare di un aspetto commerciale e uno curatoriale come scissi. La commerciabilità dell’opera è determinata dalla risposta positiva o negativa del pubblico al progetto presentato, considerando che spesso lavorare con le nuove generazioni è una scommessa, che altrettanto frequentemente ripaga.
Milano è oggi una piattaforma efficace per lavorare con artisti e collezionisti internazionali?
Il grande lavoro che è stato fatto negli anni dalle fondazioni private e dalle entità museali ha accresciuto lo status di Milano a livello internazionale, donandole molta visibilità. L’intento della Galleria Poggiali è quello di portare gli artisti internazionali a relazionarsi con questa realtà esistente, che ad oggi è anche agevolata dagli effetti benefici della nuova tassazione italiana sulle opere d’arte.
Lei ha sempre dimostrato attenzione per gli artisti emergenti italiani. Quali potenzialità vede oggi nella nuova generazione?
I recenti progetti realizzati con Barbara De Vivi, Giuseppe Di Liberto e Andreas Zampella dimostrano che la scena emergente italiana ha un grandissimo potenziale. Le fondazioni, i musei, le gallerie e i collezionisti devono impegnarsi a creare un tessuto tale da valorizzare le loro opere.
Quali sono le difficoltà nel sostenere artisti italiani nel contesto internazionale?
Sicuramente le difficoltà sono in primis di livello economico, perché i paesi esteri spesso godono di maggiori risorse dedicate all’arte a livello di amministrazione politica e museale.
Cosa serve perché un giovane artista italiano riesca davvero a entrare nel sistema globale?
Per entrare nel sistema globale dell’arte serve un sistema nazionale che lo supporti, ovvero le gallerie, le fondazioni, i musei e i collezionisti devono sostenerlo e promuoverlo affinché gli operatori internazionali possano notarlo.
La scoperta di artisti come Kennedy Yanko è diventata un caso significativo. Come avviene concretamente il processo di scouting?
Kennedy Yanko ha esposto alla Galleria Poggiali di Milano nel 2020 e oggi è stata invitata a partecipare alle 61esima Biennale di Venezia. La mia collaborazione con operatori di cui ho estrema fiducia e stima, sia personale sia professionale, mi ha permesso di scoprire questa artista. La parte più delicata del lavoro di ricerca è intercettare l’artista al momento opportuno: quando ha già mosso i primi passi nel mondo dell’arte, ma prima che spicchi il volo. Non è soltanto la qualità dell’artista, ma anche e soprattutto una giusta tempistica.
Qual è oggi il ruolo delle fiere nel modello economico di una galleria?
La fiera rappresenta un grosso investimento per una galleria, è una piattaforma che teoricamente dovrebbe garantire alla galleria la conoscenza di nuovi collezionisti e operatori del mercato. Io credo che la fiera sia altrettanto un animale un po’stanco, che si trova in difficoltà al momento. Si dovrebbe ripesare il suo ruolo e il suo posizionamento all’interno del sistema del mercato dell’arte.
La sua galleria mantiene una preziosa forte identità italiana pur operando su scala internazionale. Che valore ha oggi questa “italianità”?
Per noi il territorio è sempre stato fondamentale nel supporto della Galleria Poggiali, in tutte tre le sue sedi. L’italianità è un elemento da sfruttare cogliendo la varietà dei panorami italiani e plasmando ogni sede alla singolarità di una città. Basti pensare alla differenza fra Firenze e Milano e la loro differente capacità attrattiva per gli artisti. Tutto questo unito alla grande tradizione di collezionismo italiano.
L’Italia riesce ancora a sostenere un sistema competitivo per l’arte contemporanea?
Sicuramente si.
La nuova IVA sull’arte è diventata un tema centrale nel dibattito del settore. Quali effetti concreti vede per le gallerie italiane?
La competitività dell’arte italiana nel mondo ha risentito positivamente del ribasso dell’IVA al 5% e ne va dato merito all’associazione ANGAMC, insieme al presidente Silvio Ortolani e a tutti coloro che ci hanno lavorato. Gli effetti concreti saranno quelli di una spinta in più, anche se le effettive vendite sul mercato dipendono dalla qualità dei progetti proposti e anche, naturalmente, dalla situazione economica globale.
Le sedi hanno identità diverse. Quali sono le principali differenze tra i vari spazi in Italia?
Questa è la nostra identità. Firenze è la sede storica della galleria, che accoglie i progetti realizzati con Eliseo Mattiacci, Claudio Parmiggiani, Erwin Wurm e Philippe Decrauzat, in cui grandi maestri si sono relazionati a una città dalla tradizione storica incredibile. Milano si presta meglio alla promozione del lavoro delle nuove generazioni ed infine la sede di Pietrasanta è un edificio magnifico locato in un’ex fonderia dall’animo storico e al contempo frutto di un lavoro di risemantizzazione edilizia, che nel periodo estivo ci permette di creare una liaison fra l’anima fiorentina e quella milanese della galleria, presentando progetti speciali.
In che modo ogni sede contribuisce alla strategia complessiva della galleria?
Le tre gallerie insieme, unite ai progetti esterni a queste e alla partecipazione alle fiere, cooperano allo sviluppo di un’unica strategia di promozione dell’arte.
Quali sono le principali novità che state preparando nei prossimi mesi?
Nell’immediato, il 9 aprile inaugureremo nella sede di Milano della galleria, la prima mostra personale in Italia della giovane artista americana, di origine Choctaw, Gisela McDaniel. La sua pratica, riconosciuta a livello internazionale, restituisce visibilità alle narrazioni ancestrali affrontando al contempo tematiche sociali di grande rilevanza contemporanea.
Come immagina l’evoluzione della galleria nei prossimi anni?
La galleria si deve evolvere nel segno dei principi cardine di serietà e di continua ricerca di nuovi spunti visivi e culturali. L’evoluzione è fisiologica al tempo in cui viviamo. Nel futuro, mi auguro che l’evoluzione prenda il carattere, sempre di più, di una cooperazione fra le gallerie e le istituzioni pubbliche e private.
La figura del gallerista sta cambiando. In quale direzione vede andare questo ruolo?
La figura del gallerista deve sempre avere lo stesso intento: scoprire e valorizzare il lavoro degli artisti. È un proposito semplice da enunciare, ma difficilissimo da realizzare.
Qual è oggi la sfida più grande per una galleria contemporanea?
La sfida più grande è riuscire a mantenere invariata la qualità dei progetti di ricerca, la presenza nelle fiere internazionali e sostenere tutti gli investimenti collaterali all’esposizione in galleria, come quello dell’editoria, portato avanti fino ad oggi dalla Galleria Poggiali.
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