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John Armleder, «Lash», Art Unlimited, Art Basel 2026

Courtesy MASSIMODECARLO. Photo: Andrea Rossetti

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John Armleder, «Lash», Art Unlimited, Art Basel 2026

Courtesy MASSIMODECARLO. Photo: Andrea Rossetti

John Armleder si racconta dalla sua postazione ad Unlimited

Da John Cage ai pour paintings di Art Basel: il caso come forma, metodo e visione del mondo

Cloe Piccoli

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John Armleder ha il talento speciale di riconoscere il magnetismo del caso, di accogliere imprevisti e situazioni in opere d’arte e processi che in cui arte e vita coincidono. L’abbiamo incontrato all’anteprima di Art Basel, ad Art Unlimited dove presenta «Lash», un’installazione concepita come un ambiente aperto: tre pareti con 15 tele ognuna alta quasi due metri. Fanno parte della pratica dei pour paintings, dipinti in cui Armleder accoglie la casualità. Sua è la decisione di versare sulla tela colori, pigmenti, oro, argento, e polvere di stelle traslucida, casuale e fenomenologico il modo il cui queste colature prendono forma a creare un ambiente vibrante e potente. Qui nello spazio della Galleria Massimodecarlo di Art Unlimited la pittura è sospesa, immersiva, ironica, aperta alla contingenza. Mentre John Armleder, fra i più brillanti esponenti di Fluxus, devoto al caso e a Marcel Duchamp, racconta le prime edizioni di Art Basel e di quando, a dodici anni ha conosciuto John Cage che gli ha letteralmente cambiato la vita, sono quasi le otto di sera ad Art Unlimited, che quest’anno è curata da Ruba Katrib (sta per chiudere, domani mattina - martedì - ci sarà l’anteprima VIP di Art Basel). Parla in modo pacato e preciso, ogni parola è calzante, sia in inglese che in francese. Armleder, nato a Ginvra nel 1948, non ha mai smesso di sperimentare la pittura, per lui processo aperto e volutamente irrisolto. Facciamo un ultimo giro nell’ambiente brillante con l’artista che attiva i materiali più diversi: dai pigmenti ai mobili, (furniture paintings), dalla musica alla performance, fino a una galleria, Ecart, una situazione in cui, dagli anni Sessanta, con un gruppo d’amici, sostiene gli artisti, e che da sempre, come quest’anno, ha uno stand ad Art Basel.

Iniziamo da Galerie Ecart
Ho questa galleria con alcuni amici da moltissimo tempo. Abbiamo cominciato negli anni Sessanta, si chiamava Galerie Ecart, ci abbiamo lavorato nei Settanta e fino ad oggi.  Il Groupe Ecart era un gruppo di amici che faceva cose diverse tra cui arte, ma non solo arte. Un po' più tardi abbiamo aperto uno stand ad Art Basel, in cui non eravamo coinvolti commercialmente: ovvero invitavamo ogni anno un artista con un progetto e i guadagni andavano completamente all’artista. Un’idea che alle altre gallerie non piaceva granché. Ma comunque, è quello che abbiamo fatto per anni. Quest’anno facciamo le cose in modo un po’ diverso: mostriamo opere che mi sono state donate o che ho acquistato in altre fiere d’arte.

Un nuovo inizio?
In realtà è un esperimento, un panorama, anche se credo che poi tornerò a farlo come facevo prima, invitare un artista e dirgli di fare quello che vuole, promuoverlo, e venderlo a modo mio, ma solo per lui.

Cosa Le piace di Art Basel?
Dicimao che ho visto le prime edizioni della fiera, quelle fatte da Ernst Beyeler. All'inizio era un incontro di amici che volevano divertirsi insieme. C’erano al massimo quindici gallerie dove ora sorge un Hotel ed era un luogo di incontro, di sperimentazione. A quell’epoca c’era solo la Fiera di Colonia e Basilea e c’erano anche poche occasioni internazionali come la Biennale di Venezia, quella di San Paolo, e una Parigi dove ho partecipato. Oggi è un altro mondo le gallerie lavorano moltissimo nelle fiere, alcune fanno la maggior parte del lavoro in fiera, il che per un certo verso è interessante perchè restano più libere di sperimentare nell’attività quotidiana.

John Armleder, «Lash», Art Unlimited, Art Basel 2026. Courtesy MASSIMODECARLO. Photo: Andrea Rossetti

John Armleder, «Lash», Art Unlimited, Art Basel 2026. Courtesy MASSIMODECARLO. Photo: Andrea Rossetti

Parliamo di pour paintings e di questa grande installazione. Processo o pittura ? 
In realtà è un’altra pratica della pittura, ci sono stati altri che hanno fatto pour paintings da sempre, voglio dire, non sono il primo né sarò l'ultimo. Ma allo stesso tempo ho fatto anche i dipinti geometrici, le opere con i mobili, e per me è equivalente. È solo un altro modo di fare la stessa cosa.

Quanto conta il caso, e quanto lo indirizza?
Sì, uso il caso. L’ho imparato da un incontro che ho fatto da bambino. Ho incontrato John Cage quando avevo 12 anni. Lui era sempre concentrato sul caso, molto attento a non dare un unico significato a una cosa, a non usare un unico processo di produzione. È stata una grande opportunità, è stato magnifico per me incontrare questo compositore quando avevo appena 12 anni.

Un destino ?
Un caso (ride, Ndr)

Dove l’ha incontrato?
A un festival di Musica Nuova nel sud della Germania, in un posto chiamato Donaueschingen, dove lui teneva conferenze, anche se la gente non lo sa. Avevo 12 anni ed ero solo a Donaueschingen perché viaggiavo da solo, potevo farlo perché i miei genitori avevano degli alberghi dove io potevo essere ospitato e accudito. Quindi di giorno andavo in giro da solo. Cage aveva appena pubblicato il suo libro intitolato Silence, il che dice già tutto, così radicale per un musicista. Cage ha cominciato a parlare e ha detto: «Oh, sono in Germania, devo essere un po' serio» e così via, e allora io gli dissi: «Ma nel suo libro ci sono tutte quelle storie divertenti su di lei che trova i funghi o incontra maestri zen e così via…» e ha cominciato a ridere. E poi per mezz’ora ha continuato a raccontare storie divertenti e a un certo punto mi si è avvicinato e ha detto: «Perché sei qui ?» Gli ho risposto «Ho appena letto il suo libro». «Fantastico. E cosa vuoi fare da grande?» «Ho 12 anni, gli dissi, voglio fare il pittore». E lui: «Bene».

Quando l’ha rivisto? 
A 17 anni ero a Colonia. Lui lavorava con Merce Cunningham coreografo e danzatore. Erano in realtà partner nella vita e nell’arte. e sono andato a trovarlo a Colonia e mi ha riconosciuto subito. Non ho mai saputo come avesse fatto a riconoscermi perché ci eravamo incontrati quando avevo 12 anni.

Doveva essere molto cambiato…
E non avevo segni particolari… Quindi mi ha riconosciuto (non ho mai saputo come).  E mi ha detto: «Oh, ma eri tu a Donaueschingen?» Ho risposto di si e lui mi ha chiesto: «Allora sei pittore adesso?»

E lo era?
Lo ero, ma voglio dire, come faceva a ricordarlo? Poi l’ho visto abbastanza spesso. È stato di grande ispiraziuone per me. E mi ha presentato molti artisti, come tutti gli artisti Fluxus a New York, perché teneva un corso, è così che ho conosciuto quelle persone, tramite lui.

A un certo punto si è trasferito a New York?
No, avevo uno studio a New York e probabilmente ho trascorso più tempo a New York che altrove, ma sono sempre rimasto di base a Ginevra, nato e cresciuto a Ginevra, e sono sempre stato lì, ci sono ancora adesso.

Cloe Piccoli, 18 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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