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Anna Aglietta
Leggi i suoi articoliDal 10 aprile al 24 maggio, MEP Studio, l’iniziativa della Maison Européenne de la Photographie di Parigi dedicata ad artisti emergenti, presenta la mostra «Black Bricolage» di Johny Pitts. Scrittore, giornalista, produttore, fotografo e musicista, Pitts (Sheffield, Regno Unito, 1987) ha dedicato la sua carriera a studiare la vita delle comunità di colore in Europa. «Black Bricolage» è il frutto di vent’anni di ricerca e viaggi attraverso l’Europa per conoscere le storie delle persone che la abitano e dare voce al loro vissuto. L’abbiamo incontrato per parlare della mostra e, soprattutto, dei temi alla base del suo lavoro.
Com’è nata l’idea della mostra?
Io lavoro sia con la fotografia sia con le parole. Per questa mostra, ho iniziato a chiedermi come sfruttare la galleria come se fosse un quaderno, uno scrapbook, non solo con un collage delle mie immagini scattate nel corso degli anni, ma includendo anche una parte dei miei scritti e di oggetti raccolti nel corso dei viaggi. Voglio che le persone entrino e vivano un’esperienza completa, si immergano nel viaggio alla base del progetto e ne sentano l’atmosfera sulla propria pelle.
Le immagini in mostra sono state scattate nel corso di vent’anni, durante numerosi viaggi in Europa. Come ha selezionato le fotografie esposte e con quale obiettivo?
Questo percorso è durato vent’anni, ma in realtà il nucleo del lavoro è stato scattato nel 2010 e nel 2011 e poi completato con progetti scattati prima e dopo. Erano gli anni successivi alla crisi economica, quando si è registrato un aumento di episodi di nazionalismo e razzismo e le persone cercavano dei capri espiatori. La sorpresa più interessante nel trascorrere così tanto tempo con un progetto è che alcune fotografie, che mi sembravano molto importanti quando le ho scattate, sono finite nelle retrovie; di altre, invece, che inizialmente mi sembravano fallimenti o che sono tecnicamente imperfette, adesso non riesco a liberarmi. In questo senso, «Black Bricolage» è un progetto complesso, che mi ha impegnato a un livello spirituale. Le immagini che ho incluso, considerate nel loro insieme, parlano dell’atmosfera di un luogo, dell’atmosfera dell’Europa, di quelle parti dell’Europa con una popolazione nera.
La mostra «Black Bricolage» non è la prima occasione in cui ha trattato il tema delle persone di colore in Europa. Nel 2020 ha pubblicato il libro «Afropean: Notes from Black Europe», una mappa alternativa dell’Europa che racconta le storie delle comunità di colore, e nel 2024 il libro fotografico «Afropean: A Journal». Qual è la relazione tra i vari progetti?
La fotografia per me è tanto importante quanto la scrittura. Viaggiando, mi ero imposto di scrivere 500 parole e scattare cinque fotografie accettabili ogni giorno. Non sono però riuscito a trovare un formato che mi permettesse di presentare due corpus di lavoro così interconnessi, sullo stesso tema, realizzati nello stesso momento. Alla fine, ho usato qualche fotografia nel libro Afropean: Notes from Black Europe, ma non era una vera espressione del lavoro fotografico. Ho quindi lavorato con Aron Mörel per pubblicare Afropean Journal, che si concentra principalmente sulle fotografie. Ed è da questi due progetti che siamo partiti per costruire la mostra, che includerà fotografie e testi, inclusi i quaderni Moleskine originali con cui ho viaggiato.
Johny Pitts, «Baker Street, London», 2010
Oltre alla fotografia, lei è anche musicista e poeta. Come fa coesistere queste diverse forme d’arte?
Queste forme di espressione hanno tutte la stessa origine e sono semplicemente strumenti diversi per esprimere la stessa cosa. Ad esempio, «Afropean» era inizialmente una canzone, ma quando ho realizzato che la musica non riusciva a catturare tutto quello che volevo trasmettere ho deciso di trasformarla in un libro. Personalmente, in tutto quello che faccio, c’è sempre della poesia. Non voglio sembrare pretenzioso, ma mi considero un foto-poeta, piuttosto che un fotogiornalista. Il mio obiettivo è di raccontare un’atmosfera, di raccontare sentimenti e luoghi. Una fotografia diventa così comparabile a una poesia haiku, una poesia visiva. Anche la musica è molto importante: in tutte le mie mostre c’è sempre stata della musica di sottofondo e, per «Black Bricolage» voglio lanciare «Afropean FM» con musica della diaspora afroeuropea e interviste di musicisti e attivisti che ho incontrato nel corso del progetto. Ho l’opportunità di creare un’atmosfera (torno sempre a questa parola, per me fondamentale) negli spazi della Mep, invece del white cube tipico di una galleria, e lo farò usando tutti i mezzi a mia disposizione: fotografia, musica, poesia, testi, scrapbooks.
In tutti i suoi lavori emerge il termine «Afropean» (afroeuropeo), da lei coniato. Ma che cosa significa essere afroeuropei attraverso il continente europeo? Si può parlare di un’esperienza universale di diaspora in Europa?
Quando ho iniziato a scrivere il libro, mi sono innamorato della parola «afroeuropeo», che racchiudeva l’esperienza che i miei amici ed io abbiamo vissuto crescendo durante l’ondata di multiculturalismo degli anni Novanta e Duemila. Ma lavorando al progetto mi sono reso conto che non funzionava, perché ci sono troppe definizioni diverse di cosa voglia dire essere europeo e di colore, e ho capito che il mio viaggio, e il concetto di afroeuropeo, non sono che un punto di partenza per un tema estremamente complesso. Questo senso di disgiunzione è evidente sulle pareti della mostra: parte delle opere sarà a colori, parte in bianco e nero, con dimensioni diverse. A unire il tutto ci sarà un filo conduttore sottile, in modo che chi entra capisca che si tratta di un unico progetto i cui pezzi però non si incastrano troppo facilmente. E questa, per me, è l’espressione della diaspora.
Parte del potere della fotografia, e di progetti come «Black Bricolage», è di dare visibilità a chi spesso viene ignorato dalla maggioranza della società. Con l’eccesso di immagini che domina la società attuale, pensa che questo status quo cambi? Come può la fotografia continuare ad avere un impatto?
Io sono molto umile nelle mie ambizioni come fotografo: non sono sicuro che la fotografia possa cambiare il mondo con una singola immagine, non più. Credo però che possa creare uno spunto di riflessione, di dialogo e discussione, che è quello che cerco di fare. Penso spesso alla citazione di Banksy, «l’arte deve confortare il disturbato e disturbare il confortevole». C’è questa visione di vecchio stampo di come dev’essere l’Europa, che io voglio sfidare. E allo stesso tempo, per le persone multietniche, voglio provare a creare uno spazio in cui sentirsi a casa, in cui riconoscersi.
Johny Pitts, «Rye Lane», 2021