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Flavia Foradini
Leggi i suoi articoliFu nel 1776 che Alberto di Sassonia-Teschen diede il via a quella che sarebbe diventata la favolosa collezione del Museo Albertina. All’inizio di luglio il conte Giacomo Durazzo consegnò al duca e alla sua consorte, l’arciduchessa Maria Cristina d’Asburgo-Lorena, figlia di Maria Teresa, una «raccolta di stampe scelte» forte di 10mila incisioni su rame, che divennero il nucleo di una delle più pregevoli raccolte di opere grafiche a livello internazionale. Già verso la fine degli anni Sessanta del Settecento la coppia aveva cominciato ad acquistare fogli di grafica, soprattutto francese e inglese, ma un’attività sistematica aperta anche alla produzione germanica e italiana è chiaramente documentata solo in seguito alla mediazione di Durazzo, allora emissario asburgico a Venezia, che funse da curatore degli sviluppi della collezione.
Governatore prima dell’Ungheria fino al 1780 e poi dei Paesi Bassi asburgici, dove si fece costruire l’imponente castello di Laeken, parallelamente alla sua intensa carriera politica e militare Alberto poté dedicarsi alla sua passione per l’arte grazie all’ingente patrimonio portato in dote nel 1766 dalla moglie, che fino alla morte nel 1798 condivise con determinazione l’inclinazione del marito.
Soprattutto dal 1792, con il ritiro dalle cariche pubbliche e il successivo insediamento nel palazzo viennese che ancor oggi è sede del museo a lui intitolato, il duca sassone si dedicò interamente al collezionismo: venticinque anni nei quali la raccolta crebbe a 14mila disegni e 200mila stampe.
Nel 1818, quattro anni prima della morte, Alberto scrisse un testamento che ha mantenuto validità fino ad oggi, nel quale stabiliva che la collezione non avrebbe mai potuto essere venduta né divisa, né spostata altrove: clausole che hanno consentito di mantenere nel tempo l’integrità del patrimonio albertino, anche se i bombardamenti della Seconda guerra mondiale consigliarono di evacuare temporaneamente i capolavori, con un provvedimento che si rivelò salvifico, visto che l’edificio storico venne così fortemente danneggiato dagli attacchi alleati dal cielo, da richiedere fino al 1947 per il ritorno delle opere.
L’attività di acquisizione venne continuata sia dagli eredi di Alberto dopo la sua morte nel 1822, sia dai direttori del museo dopo il passaggio della proprietà alla Repubblica austriaca nel 1919, e oggi, nell’anno del suo 250mo anniversario dalla fondazione, l’Albertina conta oltre un milione di opere: un’occasione per fare il punto sia sulla collezione sia sulle strategie museali impiegate nei due secoli e mezzo di vita e per porsi delle domande sia sulla gestione passata sia sul futuro: «Chi nel tempo collezionò per l’Albertina? Che cosa e come venne collezionato? Come sono state conservate e presentate le opere? Come sono cambiati nel corso del tempo i parametri scientifici? Come sono giunte al museo opere iconiche come il leprotto di Dürer o i fogli di grafica di Klimt e Schiele? E quali inespresse potenzialità presenta ancora l’Albertina?», si chiede e chiede in vece del pubblico il direttore Ralph Gleis attraverso un percorso espositivo che,, col titolo «Collezionare per il futuro. 250 anni del Museo Albertina», guida il visitatore attraverso una sequenza impressionante di capolavori celebrerrimi di Dürer, Michelangelo, Leonardo, Raffaello, Rembrandt, Rubens, Breughel, Boucher, Jacques Louis David, Kaspar David Friedrich, via via fino ai modernisti austriaci e alla grafica del dopoguerra.
Aperta dal 19 giugno all’11 ottobre, la mostra curata da Ralph Gleis e da Christoph Metzger invita anche a una rilettura delle raccolte in una prospettiva femminile: «Già l’anno scorso abbiamo realizzato mostre di sette artiste attive non solo nel campo della grafica e, nonostante il loro talento, non sempre note al grande pubblico, ma guardando al futuro il nostro intento è di mitigare il divario fra produzioni di artisti e artiste anche nelle nostre strategie di acquisizione di opere e nei nostri progetti di ricerca, prosegue Gleis. Un museo non è mai un progetto compiuto, è un sistema aperto dal punto di vista storico, anche continuamente orientato al futuro. Dunque in questo significativo anniversario il nostro sguardo non è solo retrospettivo, bensì mira a un’acquisizione di consapevolezza per guardare avanti».
Albrecht Dürer, «Lepre», 1502, Vienna, Albertina