Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliNel 2026 ricorrono i trent’anni di «Arte all’arte», il progetto dell’Associazione non profit «Arte Continua», nata del 1990 dall’iniziativa di un gruppo di amici per invitare artisti contemporanei e curatori di fama internazionale a realizzare opere nel territorio toscano, capaci di proseguire e riattivare un dialogo con la cultura dei secoli passati (come suggerisce lo stesso nome di Continua, sebbene le attività siano del tutto indipendenti da quelle della Galleria), creando un punto di equilibrio tra città e campagna e producendo nuovi legami fra arte, architettura e paesaggio. Un approccio teso a rinsaldare il rapporto globale-locale, che non era certo consueto in quegli anni, ma che lo spirito visionario e al tempo stesso ben ancorato nella realtà di Mario Cristiani, presidente dal 1995, ha caricato di energia, nonostante i finanziamenti scarseggiassero, tanto che alcune opere presentate alle edizioni annuali sono diventate permanenti col contributo delle amministrazioni locali. Quel contributo non copriva però mai le spese ed erano quindi gli artisti stessi a offrire alle comunità i loro lavori, invertendo un rapporto di mecenatismo artista-committente durato nei secoli. «Per 89 progetti abbiamo ricevuto in dieci anni 1milione 100mila euro, pari al bilancio annuale del Palazzo delle Papesse per fare delle mostre. Ma noi abbiamo lasciato sul territorio opere di valore non solo economico, bensì soprattutto culturale e identitario», ricorda Cristiani.
Se «Arte all’arte», sotto quella veste, si interrompe nel 2005, dopo aver preso parte a progetti europei (come «Arte all’Arte. Rinascimento/Nascimento-Arte, Tecnica, Tecnologia», Scienza, con la partecipazione di città come Vinci e Ghent) e prosegue però con altre iniziative («Arte x vino=Acqua, 2003-15, «ArtePollino», in collaborazione con la Regione Basilicata, 2009), le attività dell’Associazione ripartono nel 2020, quando Cristiani, durante la difficile stagione della pandemia, rimette in moto ciò che, anche a causa dei molti fondi spesi, era imploso. «Chiamare grandi artisti, più autonomi dalle logiche del mercato, a lavorare in questo territorio, spiega Cristiani, ha ancor oggi l’intento di generare un sentimento di appartenenza in chi questi luoghi li abita, ma anche di aprirsi al mondo esterno, perché fare solo “i locali” non serve: è importante avere delle radici per sapere dove andare. La città è un’invenzione creata dall’intelligenza umana: si parte quindi dalle città antiche, dove artisti dell’oggi creano nuove opere, ma si guarda anche alla riconfigurazione delle parti nuove, delle aree industriali e in questo senso si muove il progetto di riforestazione in collaborazione con il comune di Prato e commissionato a Stefano Mancuso e Pnat nella zona di Tobbiana Allende a Prato, al quale hanno aderito importanti artisti». Ad oggi l’associazione si sostiene promuovendo incontri, eventi e raccolte fondi (con la messa all’asta di opere firmate da Erlich, Rehberger, Höller, Gormley, Smith, Kounellis, Ward, Cecchini e altri) per finanziare futuri progetti annunciati alle «Giornate per l’Arte contemporanea» (23-24 novembre) a Colle Val d’Elsa. Nel corso della cena del 23 novembre, in cui sono stati raccolti 60mila euro, Cristiani ha sottolineato quanto la generosità di artisti, associazione, cittadini, istituzioni sia «il terreno su cui far crescere una comunità unita nella sensibilità, nel rispetto della fragilità e nel senso che ciò che è di tutti sia anche di ciascuno». L’impegno che Cristiani persegue si traduce inoltre in una politica di sensibilizzazione sociale ed educativa svolta sul territorio e laboratori nelle carceri (come il progetto avviato a Sollicciano grazie al contributo di un bando della Fondazione Carlo Marchi).
Il nuovo capitolo dell’Associazione Arte Continua è «Arte all’arte x Le città del futuro», e si lega a Colle Val d’Elsa, cittadina candidata a capitale della cultura nel 2028, che vanta un sistema museale unificato, diretto da Gianluca Bandini (il Museo Archeologico nel Palazzo Pretorio, appena riaperto dopo lavori, il Museo di San Pietro, con una selezione di opere importanti dal Trecento al Novecento di arte fiorentina e senese in particolare, e il Museo del Cristallo, attività principale di Colle). Oltre al restauro delle opere esistenti nei diversi comuni, documentate al piano terra di Palazzo Pretorio e alcune lì allestite, come quelle di Moataz Nasr, Sol LeWitt, e di Kiki Smith (alcuni lavori saranno ricollocati in situ), sono partiti nuovi progetti. A Colle l’Associazione ha riattivato l’UMoCA (Under Museum of Contemporary Art), il museo realizzato per l’edizione del 2001 da Cai Guo-Qiang, a cura di Jérôme Sans (allora direttore del Palais de Tokyo) e di Pier Luigi Tazzi, sotto gli archi del ponte di san Francesco: una scelta non causale quella del santo di Assisi, trattandosi di uno spazio aperto alla gente, inclusivo, benché in sé povero, all’aperto e fuori dal sistema museale. Nel 2024 all’UMoCA si è inaugurata la mostra di Tobias Reheberger, che sarà ora smontata per far posto alla prossima, di Leandro Elrich (Buenos Aires, 1973), mentre lo stesso Rehberger sta lavorando a un’opera permanente, commissionata dal Comune di Colle di Val d’Elsa, che sarà collocata sotto gli archi di un palazzo comunale, lungo le mura, non lontana dal luogo in cui si trova un lavoro di Ilya Kabakov. Quanto a Elrich, una sua «Nuvola» è stata appena installata nella prima sala del Museo Archeologico, all’insegna di quella contaminazione tra epoche diverse che Bandini accoglie con convinzione.
Tobias Rehberger, tre progetti per Colle val d’Elsa?
Sì, è la prima volta che mi capita di avere tre committenze per la stessa città! Anche questa volta mi sono mosso tra passato, presente e futuro, tra storia, arte e artigianato, visto che il materiale che uso è il cristallo: nel 1999, in via delle Volte, 123 luci si accendevano in concomitanza con quelle di Montevideo in Uruguay ed era un progetto futuristico dal punto di vista tecnologico, ma ora è già storia! Anche all’UMoCA per «Nel futuro Acceso/Spento» ho usato il cristallo, giocando su tutti i colori dello spettro, ma qui mi sono connesso invece coi miei figli che hanno dei device per accendere e spegnere le luci: anche ora le luci si spengono e si riaccendono perché loro sanno che sono qui e ci stanno giocando! I miei figli sono parte di me, possono accendere e spegnere la mia arte e sono anche il futuro. Per me la connessione tra vita privata e arte è reale.
La prossima installazione permanente in che cosa consiste?
Anche questa volta si tratta di connessione tra la storia e il futuro. Gli archi di questo edificio non erano nati per accogliere opere, ma in fondo rimandano alle nicchie dei monumenti o nelle chiese: l’installazione site specific si intitola «Unclear Mother Without Child» e consiste in cinque vasi di cristallo vuoti. Infatti, una madre senza figlio non esiste, è una contraddizione, ma esisterà e i vasi vuoti a questo alludono: c’è quindi un riferimento temporale. E poi, in fin dei conti, anche la Vergine col Bambino nella tradizione iconografica antica è una contraddizione.
Sol LeWitt, «Concrete Blocks», Palazzo Pretorio, Colle di Val d’Elsa. © Associazione Arte Continua
Il tuo lavoro si muove sempre tra artigianato e tecnologia, ma come trovare il punto di incontro in anni in cui, se da un lato si rivaluta la materia e l’artigianato, dall’altro l’Intelligenza Artificiale sembra assumere sempre più potere?
Io penso che alla fine ogni tecnologia sia estensione della nostra esistenza, l’una non può esistere senza l’altra, devono procedere insieme. Tuttavia, io sono molto dalla parte della fisicità delle cose e oggi c’è la tendenza a far mancare questo contatto fisico.
Il progetto di Mario si chiama «Città del futuro»: come le vedi? Un tempo il volto delle città era affidato ad artisti contemporanei, ora il governo in Italia investe assai poco sugli artisti e le città d’arte stanno perdendo la loro identità divenendo centri commerciali.
Beh, anche quella è una identità (ride)! È difficile rispondere, prevedere. In fondo nessuno vive più sempre nello stesso posto per tutta la vita, quindi il volto delle città è più mutevole; io però sono ottimista, credo sia un fatto di ciclicità e che a un certo punto ci sarà una nuova consapevolezza dell’importanza di ritrovarsi, di incontrarsi. Cerco di lavorare in questa prospettiva di connessione tra passato e futuro.
La prossima mostra all’UMoCA, dal 21 marzo al 20 giugno2026, è «Sotto gli archi del tempo» di Leandro Elrich (artista ma con una formazione universitaria in Filosofia) a cura di Marcello Dantas.
Leandro Elrich che significato riveste il nuovo progetto che avrà al centro un castello di sabbia?
Sono entusiasta perché è complesso, ha strati diversi di lettura. Il primo è la storia della sabbia, con ciò che significa nella costruzione: è un gioco di bambini ma anche l’elemento simbolico di ciò che è effimero. Costruire con la sabbia è qualcosa di molto poetico perché esprime l’ambizione di creare, ma sappiamo già, mentre lo facciamo, che ciò non potrà reggere al tempo. Quindi ha una relazione con l’esistenziale, con la storia dell’essere umano che sempre pianifica, crea tecnologie per trascendere e ha difficoltà ad accettare la propria impermanenza. Nel progetto sotto ai tre archi dell’UMoCA ci saranno, da un lato, una grande clessidra di sabbia, strumento che misura il tempo, l’eternità ma evoca anche l’incertezza. Nel secondo arco c’è invece il castello di sabbia che riproduce il profilo della città di Colle e il modo in cui realizzarlo mi è stato suggerito dal curatore Marcello Dantas, che mi ha fatto conoscere un incredibile personaggio, Marcio Mizael Matolás, il re dei castelli di sabbia, che ne abita perfino uno a Rio de Janeiro: un personaggio quasi letterario, noto per le sue produzioni in sabbia in tutto il mondo, ma che non è mai uscito dal Brasile fino ad ora. Mi interessa che questo si colleghi anche a un prodotto che viene culturalmente dalla storia delle colonie. Nel terzo arco c’è invece un secchio, quello dei bambini che giocano con la sabbia, ma anche quello che si usa per costruire grandi edifici. Il gioco del bambino resta quindi un’ambizione da adulto.
Lei si muove spesso sul concetto di confine, di limite e di ciò che sta «oltre».
Confine nel senso di pensiero, di ciò che non si può percepire, ma che pur è parte del quotidiano. Fare un castello in sabbia non è in sé qualcosa di straordinario, è una esperienza comune, ma comprende una riflessione sull’infinito. In questi tempi così difficili per l’umanità, le cose ci possono apparire ludiche e distopiche al tempo stesso. Come dice Marcelo, ciò che perdura è ciò che decidiamo di rifare.
«Citta del futuro» è il nome di questo progetto di Mario Cristiani. In che senso lo si può intendere?
Penso sia qualcosa che sta costruendosi in vari direzioni, alcune mainstream, come quella dell’AI, ma non solo. La velocità con cui si è sviluppata la tecnologia, ci ha allontanati dalla natura e ha prodotto gran disequilibrio e sofferenza. Sono appena tornato dall’Amazzonia e lì si capisce bene quanto il problema dell’ambiente non riguardi solo piante e animali ma noi stessi individui e come questo squilibrio porti gravi danni sociali ed economici. Io credo nelle piccole comunità per costruire una via alternativa. Siamo a un punto senza via di uscita, bisogna tornare indietro.
Spesso nei suoi lavori, oltre al tema della percezione, c’è quello dell’illusione, dell’inganno, sebbene sempre svelato, mostrato: e qui?
Sì e no… Aspiro sempre a cercare un modo diverso di vedere le cose. Guardiamo qualcosa, ma poi ci rendiamo conto che quel che guardiamo non è la realtà ed è questa l’interrogazione che spesso sollevo. Nella costruzione del reale, che cosa è veramente il reale? In fondo quest’ultimo progetto rimanda allo stesso concetto.
Kiki Smith, «Yellow Girl», Torrino Rocca di Montestaffoli, San Gimignano. Photo: Pamela Bralia