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Manuela De Leonardis
Leggi i suoi articoliIl pianoforte a mezza coda si riflette nello specchio rotondo, su una parete del salotto. Allineate, sulla sua superficie nera lucida, le fotografie dell’album di famiglia sono in parte incorniciate; sotto, una vecchia valigia ha perso il suo utilizzo originario per contenere altre memorie. Sopra il divano Déco, poi, tre tele degli anni Trenta di Aleksandra Beļcova (Suraž, Russia 1892-Riga 1981) ritraggono un uomo e alcune figure femminili. Hanno tutti una mano sul volto e il capo leggermente inclinato in atteggiamento riflessivo: la «posa del pensatore». Una gestualità legata alla rappresentazione della malinconia, tema espresso dal titolo stesso della mostra «Melancholia imaginativa. Peculiarità dei personaggi nella ritrattistica di Aleksandra Beļcova», curata da Nataļja Jevsejeva, direttrice del Romans Suta e Aleksandra Beļcova Museum-Museo Nazionale d’Arte Lettona di Riga (fino al 27 febbraio 2027).
Aleksandra Beļcova, «Anta Klints», 1950, Riga, Courtesy Romans Suta e Aleksandra Beļcova Museum
A coniare il termine «melancholia imaginativa» era stato l’umanista rinascimentale Marsilio Ficino nel suo celebre trattato neoplatonico De vita (1480-89), ribaltando il concetto di condizione di afflizione corporeaper riabilitarlo nella condizione di contemplazione interiore, appannaggio del pensatore e dell’artista. Un tema esplorato iconograficamente anche da Dürer ed altri maestri dell’arte, come Lucas Cranach, Anthony Walker, Joshua Reynolds, Emile-Antoine Bourdelle, solo per citarne alcuni. «Negli anni Trenta, in diverse metropoli europee si era instaurato uno stato d’animo malinconico, scrive Nataļja Jevsejeva. Lo sottolineano il filosofo tedesco Walter Benjamin e il sociologo francese Émile Durkheim nei loro scritti su Berlino e Parigi. Uno dei romanzi chiave di questo periodo, La nausea di Jean-Paul Sartre, incarnava in larga misura questo Zeitgeist. È interessante notare che, secondo l’intenzione originaria dell’autore, il nome sarebbe stato Melancholia. La rapida industrializzazione e l’ascesa al potere dei regimi totalitari in Europa e Russia portarono negli anni Trenta alla sostituzione della spensierata flânerie, caratteristica della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo, con il nuovo tipo di abitante delle città che vive sotto l’incantesimo della malinconia». È proprio questa l’atmosfera in cui Beļcova è immersa, tra vicissitudini personali (la lotta alla tubercolosi in primis, la crisi coniugale) e la pesantezza del clima politico. Per metà ucraina e per l’altra bielorussa, Aleksandra Beļcova aveva studiato alla Penza School of Art e dopo aver trascorso, nel 1918, un anno allo SVOMAS di Pietrogrado sotto la guida di Nathan Altman, era giunta a Riga nel 1919 per far visita al futuro marito, l’artista lettone Romans Suta (1896-1944).
Come riportano i suoi diari personali e la corrispondenza, Beļcova, pur essendosi inserita nella vita culturale del luogo, membro del gruppo degli artisti di Riga con un forte legame con la Scuola di Parigi, è riconosciuta tra le prime artiste moderniste della Lettonia (aveva dovuto affrontare non pochi momenti difficili, tra amarezze e delusioni). «Sia negli autoritratti sia nei ritratti degli altri personaggi, Beļcova metteva in primo piano uno stato d’animo di leggera tristezza. Anche l’attrice comica Anta Klints è raffigurata dall’artista in una caratteristica posa malinconica», scrive ancora la curatrice. In mostra, alcune opere inedite tra cui il ritratto a pastello dell’architetto e pittore spagnolo Roberto Fernandes Balbuena (datato 1939) e una serie di gouache, acquerelli e disegni a inchiostro (incluso l’autoritratto del 1927-28) si inseriscono nell’avvincente cornice del luogo. In questo appartamento, al quinto piano di Elizabetes iela 57a, nell’edificio costruito nel 1911 dall’architetto Ernests Pole, la famiglia Beļcova-Suta visse dal 1935.
Le tracce sono nel cavalletto, nella tavolozza, negli occhiali da vista nella ciotola di ceramica bianca, nello scialle con le frange poggiato con nonchalance su una sedia con i braccioli, ma anche nei tanti libri e nella serie di opere di entrambi gli artisti: tele, disegni, incisioni e porcellane dipinte. Per la cronaca Suta morì a Tbilisi, in Georgia, dov’era stato evacuato durante il regime sovietico, fu fucilato il 14 luglio 1944 con l’accusa infondata di aver falsificato dei buoni pasto e solo nel 1959 le autorità sovietiche riabilitarono il suo nome. Il museo nasce dalla volontà della loro figlia, la ballerina, storica dell’arte e giornalista televisiva Tatjana Suta (Parigi, 1923-Riga, 2004) che ha conservato amorevolmente opere, oggetti e memorabilia dei suoi genitori che ha donato allo stato lettone. Dopo due anni di lavori di inventariazione, catalogazione e restauro, nel 2008 questa preziosa casa museo è stata aperta al pubblico per restituire, anche attraverso i dettagli minimi, il carattere dei suoi abitanti e il loro importante lascito artistico a beneficio dell’intera collettività.
L’installazione al Romans Suta e Aleksandra Beļcova Museum, Riga. Foto Manuela de Leonardis