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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliDaido Moriyama racconta che, mentre sviluppava la fotografia del cane randagio, il suo corpo è stato percorso da un brivido: «Era stata scattata in fretta, allora, in un primo tempo, alcuni dettagli mi sono sfuggiti. Gli occhi dell’animale, tutto il suo corpo, esprimevano ostilità mescolata a una profonda tristezza, come una sfida rivolta a chi lo guardava». «Stray Dog», del 1971, è probabilmente l’immagine più nota del fotografo giapponese (Osaka, 1938). Vi si concentra tutta la sua poetica: come da lui stesso dichiarato, in quel cane vagabondo, colto di sorpresa, diffidente e vulnerabile, Moriyama riconosce sé stesso, il suo modo di stare nel mondo e di fotografarlo. È un vero e proprio autoritratto. È da questo iconico scatto che prende avvio idealmente «Lettres d’amour à la photographie», la mostra che la Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi presenta dal 20 maggio al 4 ottobre. La monografica, evitando la struttura tradizionale della retrospettiva, indaga «l’ossessione» dell’artista per il mezzo fotografico stesso: «Per Daido Moriyama la fotografia è viva. Dai primi anni Sessanta, cioè da quando è iniziata la sua relazione quotidiana, quasi esistenziale, con questa forma sensibile di registrazione del mondo, l’autore non ha mai smesso di rivolgersi direttamente ad essa, tramite progetti, immagini o testi che, ogni volta, assumono il carattere della dichiarazione. Nel 1972, il suo libro Shasin yo sayonara (Addio fotografia) decostruisce i canoni delle buone pratiche fotografiche», spiega il curatore Clément Chéroux, direttore della fondazione parigina.
Sessanta stampe, insieme a documenti e pubblicazioni provenienti in gran parte dagli archivi della Daido Moriyama Photo Foundation, compongono un percorso articolato in quattro sezioni: «Manifesti», «Pellegrinaggi», «Metafore» e «Scritture». Moriyama, grafico di formazione, si è avvicinato alla fotografia come assistente di Eikoh Hosoe, pioniere della fotografia giapponese e fondatore del collettivo Vivo, morto nel 2024. Sin dagli esordi, Moriyama si distingue per le sue immagini granulate, spesso sfocate, in bianco e nero, che pubblica su riviste come «Provoke». «Più che a documentare il mondo in modo oggettivo, Moriyama cerca di cogliere le sue vibrazioni, i dettagli invisibili, i frammenti di vita». La sezione «Pellegrinaggi» affronta l’omaggio di Moriyama all’inventore della fotografia, Nicéphore Niépce. Nel corso degli anni Settanta, l’autore è tornato più volte a Saint-Loup-de-Varennes, in Francia, sul luogo in cui Niépce scattò la prima fotografia della storia, nel 1826-27. Ne è nato il volume Lettres à St. Loup, pubblicato nel 1990, «una vera dichiarazione d’amore alla fotografia». La sezione «Metafore» presenta una serie di immagini, colte spesso di fretta, per strada, dove il soggetto è la fotografia stessa, rappresentata da un rullino di pellicola, da una macchina fotografica, una luce rossa, un girasole, altre volte dall’ombra o dal riflesso dello stesso Moriyama. Un corpus di testi, per la prima volta tradotti in francese, completa il ritratto dell’artista.
Nelle stesse date, la Fondation Hcb presenta anche la prima personale francese di Nuits Balnéaires, nome d’arte, intitolata «Eboro». L’artista, nato e cresciuto ad Abidjan, in Costa d’Avorio, sviluppa una pratica ibrida, al crocevia tra arti visive, moda, poesia e performance, radicata nelle tradizioni e nella spiritualità dei popoli Akan Agni-Bona e Malinké, a cui appartiene la sua famiglia. Come fa notare David Company, direttore artistico dell’ICP, l’International Center of Photography di New York, che ha curato la monografica, il progetto «Eboro», realizzato nell’ambito del programma «Latitudes» della Fondation d’entreprise Hermès, «introduce una dimensione autobiografica più marcata nel lavoro di Nuits Balnéaires». Punto di partenza è la scomparsa, in circostanze misteriose, nel luglio 1986 a Dakar, in Senegal, dello zio Noël X. Ebony, giornalista e drammaturgo di fama, figura centrale nella sua storia familiare. Da questo evento è nata una riflessione sul legame tra i vivi e i morti, sulla trasmissione intergenerazionale e il potere dell’immaginazione come strumento di guarigione. Nelle fotografie delle serie «Adama et Awa», «Le Mat» e «Passages», immagini spesso immerse in una luce morbida, ombre e controluce, Nuits Balnéaires privilegia una dimensione «contemplativa e simbolica».
Nuits Balnéaires, «Le Mat 4, Eboro», 2025. © Nuits Balnéaires