Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Turi Rapisarda, «Mutoid», 1994

Image

Turi Rapisarda, «Mutoid», 1994

La fotografia anarchica di Turi Rapisarda da Ottofinestre

Inserita nel Circuito Extra di Exposed-Torino Photo Festival, la mostra mette in dialogo lavori meno noti del fotografo catanese con sue opere più recenti

Grazia Mazzarri

Leggi i suoi articoli

Turi Rapisarda è un fotografo che da sempre sfida ogni regola e convenzione, rendendo la fotografia un’esperienza anarchica. Rapisarda ha fatto dell’uomo un satiro, ha venduto le sue opere «al costo di un Cd», ha trasformato il mito e la storia in raffigurazioni moderne, dando forma simbolica alla condizione umana. Il paradosso non è un conflitto cognitivo ostacolante per Rapisarda, quanto il bacino in cui la sua esperienza iconografica può trovare nuove regole per espandere il proprio raggio. Presso Ottofinestre, a Torino, la mostra «Atto dovuto», parte del Circuito Extra di Exposed-Torino Photo Festival a cura di Carola Allemandi e visitabile fino al 20 maggio, celebra l’autore catanese esponendo tre cicli di lavori realizzati fra gli anni Novanta e oggi: «Sei dei Mille», «Mutoid» e «Pixel on Silverprint».

Nel 1992 Rapisarda ha ritratto sei lavoratori provenienti dal Sud Italia in posa umbertina, tipica dei ritratti militari, ovvero dritti in piedi con la mano sul fianco. Un viaggio nel tempo contrapposto a quello dei Mille, che dal nord scesero al sud un secolo prima dell’arrivo in Piemonte dei soggetti di Rapisarda. Con la posa statuaria dei «Sei», le vetrine dello spazio espositivo sono concepite come una zona di passaggio popolata dalle stampe a grandezza naturale di Rapisarda. Un Rapisarda insolito quello, invece, dei «Mutoid», che nel 1994 si è votato alla documentazione della Mutoid Waste Company, di origine britannica e insediata a Santarcangelo di Romagna dal 1990, nota per il suo valore fondativo basato sul riciclo e per un radicato approccio anticonsumista. In particolare, è sul riciclo del ferro che la comunità ha strutturato la propria attività creativa, aprendo numerose officine nella loro area di insediamento in cui realizzano grandi sculture e macchine. In questo caso, il riciclo del ferro è diventato parte integrante dell’allestimento della mostra, in cui è stato utilizzato materiale di scarto di un’azienda piemontese (Profil Center s.r.l.) come supporto per le stampe originali di Rapisarda.

In una traiettoria che vede il fotografo cimentarsi prima nella lettura di una condizione sociale trasformando il ritratto in una rilettura del rapporto spazio temporale, e poi nella partecipazione a una vita comunitaria fondata su principi in contrasto con quelli più largamente diffusi e praticati, la fase più attuale di Rapisarda lo vede coinvolto in «Pixel on Silverprint», progetto a quattro mani realizzato con Edoardo Salviati che elimina il discorso soggettivo dello sguardo per reinterpretare in chiave tecnologica e contemporanea le sperimentazioni «off camera» di inizio ’900. Lo smartphone viene infatti visto come sorgente luminosa autonoma, facendolo diventare una matrice per la stampa diretta su carta sensibile, e reinterpretando il rapporto fra dispositivo digitale e fotografia con un approccio che non vede in esso una condizione critica, quanto la possibilità di nuove esplorazioni del linguaggio fotografico.

Turi Rapisarda, «Sei dei Mille», 1992

Grazia Mazzarri, 06 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

La fotografia anarchica di Turi Rapisarda da Ottofinestre | Grazia Mazzarri

La fotografia anarchica di Turi Rapisarda da Ottofinestre | Grazia Mazzarri