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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliLa fragilità non è «solo» vulnerabilità. Può diventare struttura, energia e forma all’interno dell’arte contemporanea. In questa prospettiva, diventa forza formativa: un motore che definisce la costruzione delle opere, la percezione del pubblico e il dialogo tra tecnica, immaginazione e significato. E la mostra «Fragilità. Visioni di una forza formativa», che inaugura il 12 marzo 2026 alla galleria A arte Invernizzi e curata da Davide Mogetta, esplora questo concetto attraverso le opere di cinque artisti di generazioni e linguaggi diversi.
Da Dadamaino a François Morellet, passando per Arcangelo Sassolino, Günter Umberg e Grazia Varisco, il progetto si concentra sulla capacità della fragilità di articolarsi all’interno della struttura stessa delle opere, generando forme precarie e insieme solide, instabili ma coerenti, in cui il gesto creativo e la materia dialogano strettamente.
François Morellet, con i lavori «π piquant neonly n°10, 1=10°» (2008) e «π piquant neonly n°9, 1=6°» (2007), esplora la relazione tra rigore geometrico e casualità attraverso tubi al neon, materiale fragile e luminoso. La sua poetica si fonda sul contrasto tra sistemi rigorosi e interventi di sorpresa, evidenziando come la fragilità possa diventare elemento generativo di composizioni visive precise e imprevedibili. Arcangelo Sassolino lavora invece sui limiti dei materiali: cemento, acciaio, vetro e poliestere diventano strumenti per investigare tensione, instabilità e resistenza. Le sue opere mettono in luce la vulnerabilità intrinseca delle strutture e il loro potenziale di trasformazione attraverso la manipolazione tecnica, facendo emergere una dimensione di fragilità che diventa parte integrante del gesto artistico.
Günter Umberg, attivo dagli anni Settanta, trasforma la propria esperienza personale in un linguaggio artistico che fa dialogare memoria, corpo e materia. Le opere in cera e pigmento su carta mostrano come la fragilità possa tradursi in forme visive inattese, generando un equilibrio tra precarietà e coerenza interna. Le sue recenti installazioni sviluppano questa tensione ritmica tra attrazione e distanza, invitando lo spettatore a un coinvolgimento percepito ma non fisico, sottolineando la relazione tra vulnerabilità e forza narrativa. Dadamaino, con i cicli «Il movimento delle cose» e «Sein und Zeit», utilizza il poliestere per rendere visibile l’impossibilità di un gesto compiuto una volta per tutte. La sua ricerca si concentra sul ritmo, sul movimento e sulla ripetizione, mostrando come la fragilità possa manifestarsi non come limite, ma come condizione costitutiva del fare artistico, in grado di generare forme autonome e coerenti. Infine Grazia Varisco, attraverso l’installazione Reticenze, deforma e riforma strutture reticolari in metallo, sospendendo il movimento e creando un dialogo con l’osservatore. La poetica di Varisco indaga la relazione tra spazio, tempo e percezione, mostrando come la fragilità possa essere contemporaneamente materiale, formale e concettuale.
La mostra crea così un confronto inedito tra artisti e generazioni, evidenziando come la fragilità possa farsi principio creativo, capace di strutturare il materiale e guidare l’immaginazione.