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Installation view della mostra «Jason Dodge With Yvo Cho, Keta Gavasheli, Megan Plunkett, Merry Alpern, Felice Tosalli»

Courtesy di Barbati Gallery. ©Nicola Morittu

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Installation view della mostra «Jason Dodge With Yvo Cho, Keta Gavasheli, Megan Plunkett, Merry Alpern, Felice Tosalli»

Courtesy di Barbati Gallery. ©Nicola Morittu

La mostra che si scrive da sola

Jason Dodge trasforma una personale in un organismo in evoluzione

Nata inizialmente come personale, «Jason Dodge With Yvo Cho, Keta Gavasheli, Megan Plunkett, Merry Alpern, Felice Tosalli» si trasforma progressivamente in una collettiva, seguendo un percorso in cui il concetto stesso di mostra e quello di opera finiscono per intrecciarsi fino a diventare, talvolta, indistinguibili. Un contesto dove le sorprese sono sempre in agguato, come l’incontro tra le sculture di Felice Tosalli, artista attivo nella prima metà del Novecento, e l’impostazione rigorosa e concettuale di Jason Dodge. Il tutto si svolge all’interno dell’architettura gotica di Palazzo Lezze, in Campo Santo Stefano a Venezia sino al 25 aprile. A raccontare il progetto è il curatore Luca Lo Pinto che definisce quella inaugurata alla Barbati Gallery «una mostra che gioca con il formato della mostra stessa. Potrebbe essere vista come un film: il protagonista, Jason Dodge, è presente in tutte le scene, mentre in alcune compaiono altri “attori”». Sono Yvo Cho, Keta Gavasheli, Megan Plunkett, Merry Alpern e Felice Tosalli che tra la fine di marzo e l’inizio di aprile si inseriscono gradualmente nel percorso espositivo concepito inizialmente da Dodge. 

 

Courtesy di Barbati Gallery. ©Nicola Morittu

Courtesy di Barbati Gallery. ©Nicola Morittu

«Jason in fondo interviene sullo spazio come un pittore disegna su una tela, continua Lo Pinto, disponendo materiali diversi che raccoglie nel tempo o acquista sul posto. Non esiste quindi un piano prestabilito: l’artista opera con un altro grado di improvvisazione non casuale ma figlia di una precisa visione ed esperienza nel lavorare in contesti architettonici più svariati». Specchi, teloni in materiale sintetico, scatole di plastica contenenti mangime, una lampada accecante: sono questi gli elementi che diventano gli «ingredienti» del suo processo creativo. «Il suo modo di operare, prosegue il curatore, può apparire criptico, ma non è mai auto-compiaciuto. Sarebbe più semplice dire: “l’opera si intitola X e significa Y”. Dodge, invece, tra gli artisti più radicali che conosca, cerca di eliminare qualsiasi elemento che possa limitare o condizionare il processo interpretativo di chi osserva». La mostra lavora dunque su sé stessa, integrando progressivamente le opere di altri artisti, scelti non tanto per affinità tematiche quanto per vicinanza di attitudine o per la possibilità di creare un twist nel copione come nel caso di Toselli. «Yvo Cho e Keta Gavasheli sono due artisti molto giovani, da poco laureati. Cho indaga l’idea di documentazione delle mostre e il modo in cui esse sopravvivono nel tempo attraverso le immagini, sempre parziali e mai davvero fedeli all’esperienza reale. Gavasheli presenta opere in cui sperimenta sul linguaggio della parola nella sua traduzione da una dimensione live ad oggetti che evocano l’atto performativo». Di Merry Alpern sono esposte alcune fotografie della serie «Dirty Windows», realizzata a New York negli anni Ottanta: «ospite a casa di un’amica, l’artista osservava dalla finestra il bagno di un night club, documentando gli atti promiscui che vi si svolgevano. Infine, Megan Plunkett, artista di Los Angeles, presenta una serie di immagini eterogenee che indagano le condizioni materiali e le economie visive che contribuiscono a plasmare la realtà fotografica».

Camilla Bertoni, 12 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

La mostra che si scrive da sola | Camilla Bertoni

La mostra che si scrive da sola | Camilla Bertoni