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Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliNel calendario saturo della settimana del Salone del Mobile, dove il design spesso scivola nell’autoreferenzialità e l’arte si piega al décor, l’irruzione di «Giardino Alchemico» di Julie Hamisky negli spazi di Pandolfini Casa d’Aste introduce una frattura sottile ma significativa. Non una mostra ancillare né un semplice esercizio di stile site-specific ma un’operazione che mette in tensione tempo, materia e funzione, ridefinendo temporaneamente il ruolo stesso della casa d’aste. Dal 22 al 26 aprile, nella sede milanese di via Manzoni, Pandolfini sospende la propria vocazione commerciale per farsi spazio espositivo, in collaborazione con Mitterrand Gallery. Il risultato è un ambiente che si sottrae tanto alla logica della white cube quanto a quella del display di mercato: un giardino, appunto, ma mineralizzato, trattenuto in una soglia ambigua tra vita e reliquia.
Il lavoro di Hamisky si fonda su un gesto tecnico che ha qualcosa di arcaico e al contempo proto-industriale: l’elettroplaccatura. Fiori, foglie, frammenti organici vengono immersi in un bagno galvanico e attraversati da corrente elettrica, subendo una trasmutazione che è al tempo stesso conservazione e tradimento. La superficie metallica non imita la natura, ne registra l’ultimo istante utile, quello immediatamente precedente al collasso. È qui che si colloca la dimensione «alchemica» evocata dal titolo.
Le opere in mostra articolano questo processo su scale diverse. «La Géante» (2024), papavero ingigantito fino a lambire la dimensione architettonica, oscilla tra precisione botanica e monumentalità scultorea, evocando una natura che ha perso ogni funzione per diventare pura presenza. «Aqua» (2024), lampadario composto da elementi vegetali galvanizzati, ribalta la tradizione decorativa trasformando l’organico in struttura luminosa, mentre lavori come «Bloom», «Volcano» e la serie «Still Life» insistono su una grammatica dell’ornamento che progressivamente si emancipa dall’oggetto. È proprio in questa ambiguità, tra arte, design e artigianato, che il lavoro di Hamisky trova la sua specificità. Nipote di Claude Lalanne e François-Xavier Lalanne, l’artista ne eredita la tensione verso una scultura che non rinuncia alla funzione ma la destabilizza, spostandola su un piano simbolico. Tuttavia, rispetto alla generazione dei Lalanne, qui il dato naturale non viene stilizzato o trasfigurato in chiave fantastica ma viene piuttosto congelato, fissato in una condizione di perenne transizione.
La dimensione indossabile — i gioielli presenti in mostra — radicalizza ulteriormente questo cortocircuito. Piccoli fiori elettrodeposti, conservati nella loro scala originaria, diventano protesi temporali: frammenti di natura sottratti al ciclo vitale che trovano nel corpo umano un nuovo contesto di attivazione. Si tratta di micro-sculture che instaurano una relazione diretta tra epidermide e memoria organica.
Il processo, come sottolinea l’artista, resta in parte imprevedibile. Variazioni minime di corrente, temperatura e durata producono slittamenti cromatici inattesi: verdi profondi, blu elettrici, riflessi ramati. L’ossidazione e il fuoco completano la trasformazione, introducendo una componente entropica che contraddice l’illusione di controllo tecnico. In questo senso, ogni opera si configura come esito di una negoziazione tra intenzione e accidente, tra gesto e materia.
Che un progetto di questo tipo trovi spazio all’interno di Pandolfini non è un dettaglio secondario. Fondata nel 1924, la più antica casa d’aste italiana si misura qui con una ridefinizione del proprio statuto, aprendosi a una dimensione curatoriale che eccede la logica della vendita. L’iniziativa, voluta dall’amministratore delegato Pietro De Bernardi, si inserisce in una strategia più ampia che mira a trasformare la sede in un luogo di produzione culturale, capace di intercettare il flusso internazionale della design week senza limitarsi a seguirlo.
Julie Hamisky, «Torchère», 2024. Courtesy of the artist and Mitterrand gallery
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