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La sfilata Uomo Prada autunno-inverno 2022 by AMO

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La sfilata Uomo Prada autunno-inverno 2022 by AMO

La nostalgia di un tempo in cui la moda era esperienza culturale

La «fear of missing out» non è scomparsa per scelta individuale, ma per il fallimento del sistema del lusso nel mantenere una promessa implicita: trasformare lo sguardo, interrogare il corpo, generare desiderio

Jacopo Bedussi

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Si parla ormai da tempo di «fashion reset», di rinascita della disciplina, di un ritorno a una centralità culturale della moda: etichette che evocano sostenibilità, responsabilità, inclusione, nuovi linguaggi performativi, e ogni sei mesi i comunicati stampa promettono una riformulazione del sistema. Le prossime fashion week di febbraio delle capitali della moda dovrebbero incarnare quell’attesa, quel fremito anticipatorio che rendeva la moda, in quanto disciplina, un motore di desiderio e tensione estetica. Tuttavia, al di là della comunicazione ufficiale, di manifesti e teaser, la Fomo (la «fear of missing out», cioè quella particolare forma di ansia sociale che nasce non tanto dal desiderio di partecipare a qualcosa, quanto dal terrore di scoprire, a posteriori, che altrove stava accadendo ciò che avrebbe dovuto definire il presente) è evaporata. Non c’è tensione, non c’è emozione, nessun dolore… per dirla con il poeta.

Si tratta di un fenomeno che va oltre il semplice disinteresse. È, in termini speculativi, un processo di decostruzione collettiva del lusso: smontare il testo e rendere evidente ciò che prima veniva dato per scontato, in questo caso la narrativa che accompagna il lusso e la moda. I grandi gruppi hanno tirato la corda così a lungo (sovrapproduzione di collezioni, storytelling ossessivo, utilizzo del prezzo come sinonimo di valore, esperienze «esclusive» sempre più rarefatte) che gli strumenti simbolici del lusso sono diventati trasparenti. Tutti noi, consapevolmente o meno, abbiamo cominciato a leggere il lusso come un discorso smontabile: le narrative ufficiali non convincono più, la moda come disciplina culturale ha perso la capacità di suggestionare.

E questo è terribile, perché per decenni la moda ha avuto un ruolo trasformativo. Non necessariamente positivo o edificante, ma certamente incisivo: ci rendeva persone differenti, ci obbligava a confrontarci con ciò e con chi desideravamo essere, o a riconoscerci in figure possibili di alterità estetica e valoriale. La moda era uno specchio deformante, stregato, inquietante: affascinante e grottesco insieme. Parlava a noi, ai nostri desideri, ai nostri corpi sociali, non agli Ultra High Net Worth Individuals. Si confrontava e dialogava cioè con cluster sociali e culturali invece che prettamente economici.

L’esperienza è nitida nei ricordi di chi visse la transizione digitale della moda: quando il sito di notizie di moda Nowness pubblicava il conto alla rovescia dell’inizio delle sfilate e postava fotografie dei backstage, ogni lancio digitale era un evento, un’occasione di partecipazione diretta. Tutto era mediato da un senso di scoperta, di privilegio condiviso: poter accedere a quei contenuti significava entrare in contatto con un mondo fino a quel momento estraneo e misterioso. L’eccitazione non era solo estetica, ma intellettuale e sociale: la moda definiva nuove forme di attenzione, di desiderio, di partecipazione.

Le prime sfilate trasmesse in streaming traballanti erano esperimenti tanto commerciali quanto di divulgazione. Indubbiamente di apertura. E così le visioni dei creativi attraverso lo schermo arrivavano a chiunque fosse interessato in una forma tridimensionale e sincretica, includendo (quasi) tutti gli elementi e i dettagli che nel loro insieme compongono l’esperienza del fashion show. 

Si pensi al fenomeno delle playlist e delle colonne sonore associate alle sfilate. Il pezzo «The Mirror» dei Damaged Bugs, accompagnando una sfilata di Hedi Slimane, non era solo sottofondo: diventava motivo di identificazione, frammento di una cultura contemporanea che la moda riusciva a orchestrare. Richiami misteriosi e sottoculture che veniva voglia di scoprire. La Fomo era, davvero, micidiale. Si chiudeva lo schermo e si andava nei club, nei bar, nei luoghi della vita notturna, desiderosi di rinnovare quell’esperienza sensoriale, di riconoscere in essa la possibilità di chi potevamo essere. Oggi, pur avendo accesso immediato a tutto (fotografie, video, playlist, recensioni live) il desiderio si è esaurito: l’iperaccesso ha anestetizzato la suspense, e la Fomo è scomparsa.

La spiegazione, ovviamente, non è solo tecnologica. È strutturale. Il sistema moda ha progressivamente trasformato le proprie pratiche comunicative in esercizi di marketing sofisticato e iperstrategico. Lo slittamento degli show da eventi di proposta, scoperta, anche provocazione a esercizi di branding assertivi, strumenti di posizionamento e misurazione dell’attenzione online si è prodotto in un contesto di riduzione del territorio commerciale come scelta conservativa.

E gli stessi creativi, persino quelli con una visione storicamente rivoluzionaria, sono ingabbiati in una logica aziendale che compromette la possibilità di azzardo culturale.

Il risultato è una moda che non ci racconta nulla, o al massimo, per i pochi veteroprogressisti rimasti, ci dice chi non vogliamo essere. Gli abiti esistono come prodotti visivi e simbolici, ma il loro potere trasformativo si è esaurito: non scuotono, non interrogano, non rimandano a una città di desiderio condiviso. La transizione digitale, che una volta amplificava il fascino e l’attesa, ha oggi normalizzato e appiattito e la magia dell’anticipazione è dissolta.

Ciò che rimane è la nostalgia di un tempo in cui la moda era esperienza culturale, provocazione estetica e specchio dell’alterità possibile. La Fomo non è scomparsa per scelta individuale, ma per il fallimento del sistema nel mantenere la promessa implicita della moda: trasformare lo sguardo, interrogare il corpo, generare desiderio. È questa distanza tra promessa e pratica che rende la prospettiva di queste fashion week di febbraio così quiete e, nonostante i debutti e le seconde prove, prive di tensione: i grandi eventi del lusso oggi parlano a chi possiede, non a chi sente, a chi può consumare, non a chi può desiderare.

Eppure, il potenziale resta: la moda potrebbe tornare a essere uno specchio deformante e stregato, capace di provocare paura, fascino e meraviglia. Ma servono rischio, sincerità, capacità di parlare ai soggetti della cultura, non agli algoritmi dell’economia. Se la moda tornasse a essere esperienza, strumento di soggettivazione allora forse la Fomo riapparirebbe, e con essa la possibilità di sentirsi nuovamente trasformati. Per ora, le fashion week di febbraio arrivano come un déjà-vu silenzioso: tutto è accessibile, ma nessuno trema.

Jacopo Bedussi, 09 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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