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Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliNella pittura di Pietro Roccasalva il tempo non scorre: precipita. Come la mongolfiera che da anni ricorre nei suoi quadri, anche le immagini sembrano cadere attraverso epoche e tradizioni diverse, caricandosi di nuovi significati mentre attraversano la storia. In questo immaginario gravitazionale, autobiografia e iconografia diventano vettori di continuità: incarnando simboli antichi, le esperienze individuali permettono alle immagini di transitare nel tempo.
È proprio questo intreccio tra persistenza delle forme e materia biografica a definire «Io ti saluto, luce, ma con nervi offesi», la mostra personale che MASSIMODECARLO dedica all’artista nei suoi spazi milanesi fino al 19 aprile. Il progetto riunisce lavori nuovi e figure già presenti nel repertorio visivo di Roccasalva: paesaggi immaginari, nature morte paradossali e animali metamorfici convivono con personaggi ricorrenti come una bambina con la bambola, una sposa armata di misteriosa racchetta o una madre che stringe una cornucopia.
In questo teatro allegorico compaiono anche due figure femminili che derivano da immagini familiari: una ispirata alla figlia dell’artista, l’altra alla madre. Entrambe sono collocate in un regime simbolico in cui la maternità e l’abbondanza oscillano tra oggetti prosaici e attributi arcaici.
Accanto a loro ritorna una presenza ben nota nell’universo di Roccasalva: il ragazzino dai capelli e dalle unghie cresciuti senza controllo, eco del Pierino Porcospino creato da Heinrich Hoffmann nel libro ottocentesco Der Struwwelpeter. L’artista lo definisce un «bambino entropico»: una figura in cui la crescita incontrollata materializza il passare del tempo.
La pittura diventa così uno spazio raro di contatto tra la durata fragile della vita e la longevità quasi immortale delle immagini. Da questo incontro instabile, dove mitologia, letteratura e tradizioni popolari si condensano come nubi pronte a scaricare energia, nasce una visione in cui il presente agisce come solvente vitale della storia.
Il titolo della mostra suggerisce infine la natura ambigua di questo processo: salutare la luce significa esporsi a una forza che illumina ma allo stesso tempo ferisce, rendendo la sensibilità più acuta e vulnerabile. In altre parole, vedere di più significa anche sopportare di più.
Pietro Roccasalva, «Il Bravo (Io ti saluto, luce, ma con nervi offesi)», 2026