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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliDa Société Interludio, in provincia di Torino, la ricerca di Brisa Noronha (Belo Horizonte, Brasile, 1990) si articola come un’indagine sul comportamento della materia, in cui pittura, scultura, disegno e fotografia operano come campi interconnessi.
Al centro della sua pratica vi è una sperimentazione dei limiti fisici dei materiali, in particolare della porcellana, utilizzata senza smalto e lavorata direttamente a mano. Capace di trattenere la memoria del gesto e di spingersi verso soglie estreme di resistenza, in essa si ridefinisce il rapporto tra delicatezza e fragilità. Le sculture più recenti, composte da elementi realizzati attraverso sottili fili di ottone, creano strutture sospese, nelle quali coesistono equilibrio e instabilità. Spesso collocate direttamente a terra, queste opere instaurano un rapporto con lo spazio e con il corpo dello spettatore, riducendo eventuali distanze gerarchiche.
Accanto al medium scultoreo, la pittura si sviluppa come un processo lento: strati pittorici sovrapposti costruiscono superfici su cui il tempo diventa visibile attraverso pause, riprese e sovrapposizioni. Le immagini (per lo più paesaggi e nature morte ridotti all’essenziale) sfuggono a qualsiasi costruzione narrativa, orientandosi verso una progressiva rarefazione formale. In questa economia di mezzi e nella sobrietà cromatica si può intravedere un’eco della lezione di Giorgio Morandi. Tra elementi che si slanciano verticalmente e frammenti che si dispongono orizzontalmente, come reperti, le opere resistono a interpretazioni univoche, sottraendosi a ogni riduzione a oggetti semplicemente fragili.
Questo insieme di tensioni trova una sintesi nel titolo della mostra, «Come quando quasi» (fino al 17 maggio), prima personale italiana dell’artista, accompagnata da un testo critico di Gabriella Rebello Kolandra. L’espressione è tratta da Distraídos venceremos (1987) di Paulo Leminski, figura centrale della poesia brasiliana, che concepisce la distrazione come strategia poetica e forma di resistenza alla razionalizzazione del reale. In questa prospettiva, il «quasi» non indica una mancanza, ma uno spazio aperto, in cui il senso rimane in potenza. Analogamente, Noronha non ambisce a fissare la realtà, ma a sottrarla alla presa immediata del linguaggio e della forma, attivando modalità percettive oblique, capaci di valorizzare ciò che solitamente resta marginale.
Brisa Noronha, «Planta enfermeira», 2026. © Stefano Mattea
Una veduta della mostra «Come quando quasi» di Brisa Noronha da Société Interludio, Cambiano (To). © Stefano Mattea