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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliCinquant’anni dopo, Venezia torna a essere il luogo in cui l’arte basca interroga il proprio tempo. Non con la nostalgia di una celebrazione storica, ma con la volontà di riaprire una ferita politica e culturale mai davvero archiviata. Nel 1976, mentre la Spagna usciva lentamente dalla dittatura franchista, un gruppo di artisti dei Paesi Baschi arrivò alla Biennale per affermare un’identità repressa, trasformando l’arte in uno spazio di resistenza. Oggi quella stessa tensione riemerge con «I Baschi alla Biennale 1976/2026», progetto promosso dal Governo Basco e dall’Istituto Etxepare che dal 6 all’8 maggio ha riportato in laguna materiali, memorie e domande ancora aperte.
L’iniziativa ha preso forma a Palazzo Contarini della Porta di Ferro, dove l’archivio storico del 1976 è stato trasformato in una «materia viva». Filmati, registrazioni sonore e documenti hanno dialogato con opere contemporanee in un allestimento che evitava il tono celebrativo per costruire invece un confronto diretto tra passato e presente. Un archivio inteso come un «luogo di promessa e di potere», come direbbe Jacques Derrida, che non solo conserva ma anche costruisce il futuro.
Il progetto si è sviluppato anche in alcuni luoghi emblematici della memoria veneziana. Alla Scuola Grande San Giovanni Evangelista, sede della storica conferenza politica basca del 1976, si è tenuta l’inaugurazione ufficiale alla presenza del Lehendakari Imanol Pradales. Anche l’Auditorium Santa Margherita di Ca’ Foscari ha assunto un valore fortemente evocativo: negli anni Settanta, quando ancora era conosciuto come Cinema Moderno, ospitava proiezioni che sfidavano apertamente la censura franchista; oggi ha accolto il convegno internazionale «Euskadi alla Biennale di Venezia, 1976: memoria per il futuro» dedicato alle trasformazioni sociali e alle nuove forme di identità culturale. Un programma che ha intrecciato riflessione teorica e pratiche artistiche contemporanee, confermando come il progetto guardi soprattutto al presente.
La dimensione performativa occupa infatti un ruolo centrale. L’artista Itziar Okariz e il collettivo Tripak hanno trasformato il passaggio tra le diverse sedi veneziane in un’esperienza artistica diffusa, cucendo simbolicamente gli spazi del progetto attraverso azioni e interventi performativi. Il corpo è diventato strumento di memoria, ma anche di attraversamento urbano e relazione collettiva. Dietro l’intera iniziativa emerge un’idea precisa: l’arte come linguaggio capace di mantenere viva un’identità senza trasformarla in folklore. È questo il nodo che rende il ritorno dei Paesi Baschi a Venezia qualcosa di più di una commemorazione culturale. La collaborazione con Università Ca' Foscari Venezia e con l’Artium Museoa di Vitoria-Gasteiz dimostra infatti la volontà di costruire un percorso di ricerca destinato a proseguire oltre la Biennale. Perché l'identità basca non è un dato etnico o biologico statico, ma – come afferma Jorge Oteiza nel suo saggio «Quousque Tandem...!» – è una «coscienza attiva» e una ricerca spirituale e culturale incessante.
A distanza di mezzo secolo, ciò che colpisce non è soltanto la persistenza della memoria, ma la sua capacità di adattarsi a nuove forme. Nel 1976 gli artisti baschi usavano Venezia per reclamare uno spazio di esistenza politica e culturale; oggi quello stesso gesto torna in una città che continua a essere crocevia di conflitti, identità e rappresentazioni globali. Ed è forse proprio qui che il progetto trova il suo significato più profondo, richiamando la lezione di Georges Didi-Huberman: l’arte smette di essere mera decorazione quando le immagini riescono ancora a «prendere posizione» nel mondo, trasformando la memoria in un atto di resistenza e di visione per il futuro.