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Umberto Allemandi

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Umberto Allemandi

L’audacia del precursore

Il ricordo della storica dell’arte, museologa, già direttrice del Museo Poli Pezzoli di Milano

Alessandra Mottola Molfino

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Ci siamo conosciuti da bambini? O, forse, ci conosciamo da sempre. Il ricordo più antico che ho di Umberto è situato al Museo Poldi Pezzoli, quando Umberto Allemandi venne nel mio ufficio di neoconservatore del museo per propormi di fare la prima mappa-guida di un museo italiano da allegare alla rivista «Bolaffi Arte». Rimasi interdetta dall’audacia (allora) dell’idea di divulgare un luogo sacro nelle edicole e in una tiratura a quattro o cinque cifre. Umberto vedeva lontano; era già un modo di pensare a un pubblico tanto più grande. Da allora è stato fra noi un continuo dialogo. Un lungo, duraturo volersi bene, che è costellato di parole, incontri, telefonate, cose viste e fatte insieme. Me ne vengono in mente tre assolutamente memorabili. 

Una volta Umberto è venuto a prendermi alla Biblioteca Hertziana dove io studiavo per uno dei libri sui musei che poi lui avrebbe pubblicato (non ho mai potuto scrivere i miei libri «privati» per nessun altro editore). Ci siamo messi a parlare così fitto nella stanza degli schedari che alla fine ci hanno cacciato. Allora, usciti in cima alla scalinata di Trinità dei Monti, abbiamo continuato a discutere. Poi, vinti dalla bellezza dei luoghi, siamo entrati nel buio fresco della chiesa a guardare la «Deposizione» di Daniele da Volterra, ammutoliti come due studenti. La visione di una grande opera d’arte rivela bene l’anima: e così ho potuto scrutare tutta la genuina passione di Umberto per la bellezza e per l’arte.

Un’altra volta, quando andammo insieme a vedere la Galleria Borghese riaperta, rimanemmo avvolti in un’aura così forte, fitta e densa di capolavori da stordire. Era come mettere le dita in una presa di corrente. Dichiarammo la Borghese il museo più bello del mondo. Umberto si confermava lì un vero innamorato dei musei: ne ha visti in tutte le parti del mondo e molti più di tutti noi. Nessun altro potrebbe uguagliarlo: nemmeno io che da quando mi pubblicava su «Il Giornale dell’Arte» la rubrica «Museomania», mi definisco museologa. È per questo che ogni libro sui musei che ho scritto l’ho affidato a lui. I musei gli piacevano, e questa era un’altra cosa che ci univa.

Il terzo e più magico, nonché solenne, dei nostri incontri-agnizione avvenne una mattina che per fargli un regalo e una sorpresa lo portai con Pinin Brambilla sul ponteggio del restauro dell’«Ultima Cena» di Leonardo. Eravamo soli noi tre nel silenzio del Refettorio delle Grazie. Io avevo occhi solo per le figure di Leonardo che mi sembravano enormi e sacralizzate dal tempo e dalla rovina. Umberto non guardava solo il muro dipinto dal genio; con affetto e rispetto capiva e compativa (nel senso antico della parola, cioè soffrire con) la restauratrice che si consumava gli occhi per resuscitare un capolavoro. Solo una persona capace di riconoscere valori, bellezza, sentimenti, emozioni può tanto ricevere e tanto dare al nostro patrimonio artistico.

Solo uno come Umberto poteva creare «Il Giornale dell’Arte» e la casa editrice? Credo proprio di sì. A causa della sua dedizione tante persone a lui simili si sono aggregate per far diventare il «Giornale» e la casa editrice una stella polare per il mondo dell’arte e dei beni culturali. Grazie di esserci stato, Umberto.

Alessandra Mottola Molfino, 09 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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