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Marisol, «La visita», 1964, Museum Ludwig, Colonia, Schenkung Sammlung Ludwig 1976

© Estate of Marisol / 2026, ProLitteris, Zürich. Foto Historisches Archiv der Stadt Köln mit Rheinischem Bildarchiv, Britta Schlier

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Marisol, «La visita», 1964, Museum Ludwig, Colonia, Schenkung Sammlung Ludwig 1976

© Estate of Marisol / 2026, ProLitteris, Zürich. Foto Historisches Archiv der Stadt Köln mit Rheinischem Bildarchiv, Britta Schlier

L’enigmatica Marisol alla Kunsthaus Zürich: «Sono semplicemente un’artista»

La mostra, che abbraccia cinque decenni di attività, permette di riscoprire un’opera che coniuga in modo incisivo cultura pop, satira e analisi sociale

Chiara Caterina Ortelli

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María Sol Escobar (1930-2016), artista statunitense di origine venezuelana conosciuta come Marisol, è stata una delle figure più enigmatiche della scena artistica newyorkese degli anni Sessanta. Le sue sculture in legno dipinto, spesso a grandezza naturale e arricchite di oggetti quotidiani, suscitarono scalpore fin dalle prime mostre e Andy Warhol la definì «la prima artista con glamour». Dal 17 aprile al 23 agosto, la Kunsthaus Zürich presenta, con il sostegno della Hans Imholz-Stiftung e della Monsol Foundation, e in collaborazione con il Louisiana Museum of Modern Art, il Museum Boijmans Van Beuningen e il Museum der Moderne Salzburg, la prima grande retrospettiva di Marisol in Europa. Abbiamo intervistato la curatrice della mostra Sandra Gianfreda.

Nonostante cinquant’anni di lavoro, Marisol è stata in gran parte dimenticata. Com’è nata questa mostra?
Tutto è iniziato nel 2015 al Whitney Museum di New York. Entrai in una sala, vidi uno dei suoi ensemble scultorei e pensai di non aver mai visto nulla di simile. Sulla didascalia era scritta solo «Marisol», senza nessun cognome. In quel momento capii che volevo realizzare una grande mostra. Mi misi in contatto con i curatori del Louisiana Museum e di Vienna, e insieme sviluppammo il concept. Aspettammo che la retrospettiva nordamericana facesse il suo corso, poi contattammo il Buffalo Akg Art Museum, che detiene l’archivio dell’artista. Abbiamo organizzato una mostra diversa per l’Europa e alla fine si sono uniti gli altri.  Quattro musei per la prima retrospettiva europea di Marisol: il Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk, il Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, il Museum der Moderne Salzburg di Salisburgo e la Kunsthaus Zürich.

La sua arte è spesso descritta come spiritosa e satirica. Questo umorismo è stato controproducente?
L’elemento satirico non era davvero riconosciuto all’epoca. Le sue sculture sono accessibili, perché non serve un’approfondita conoscenza dell’arte per apprezzarle. Si può guardarle superficialmente e vedere semplicemente una donna ben vestita, un politico, un bambino. Ma c’era sempre un altro livello. Marisol stessa diceva che il suo lavoro era sempre critica sociale, eppure nemmeno i suoi amici lo riconoscevano. Le persone non andavano più in profondità. Volevano solo il lato divertente di Marisol.

Marisol, «Paris Review», 1967. Courtesy of the Buffalo AKG Art Museum. Bequest of Marisol, 2016 (ANA290). © Estate of Marisol / 2026, ProLitteris, Zürich. Foto: Brenda Bieger, Buffalo AKG Art Museum

L’uso del legno ha qualcosa a che fare con tutto questo?
Il legno non era insolito, ma il modo in cui Marisol lo trattava faceva pensare all’arte popolare, a qualcosa di naïf. Era in gran parte autodidatta nell’intaglio, e a un certo punto si rese conto che disegnare un volto direttamente su un blocco di legno funzionava già così. Non aveva bisogno di scolpirlo per farlo sembrare un essere umano. Quindì cominciò a lasciare i blocchi così come erano, dipingendoli o applicandovi oggetti quotidiani, quasi come degli assemblage.

Ha anche realizzato ritratti di presidenti, generali, icone pop e artisti. Che cosa guidava queste scelte?
Il filo conduttore era la notorietà. Per gli artisti, sceglieva figure che ammirava e li ritraeva sempre in età avanzata, perché era convinta che la società desse troppa importanza alla giovinezza, e voleva mostrare questi artisti ancora al lavoro, ancora creativi nella tarda età. La serie politica nacque da una commissione del 1967 del «Daily Telegraph», un ritratto della famiglia reale britannica e di Harold Wilson, anche per affermare il suo profilo in Europa. Accettò, ma chiese di includere altri capi di stato, e la serie si ampliò fino a comprendere de Gaulle, Franco, LBJ e altri.

Al culmine della sua fama si allontanò e si avvicinò alla vita marina. Che cosa successe?
Sul finire degli anni Sessanta l’attenzione era diventata opprimente, e le rivolte studentesche in tutto il mondo alimentavano ulteriormente quel senso di crisi. Viaggiò a lungo in Asia e nel Pacifico, imparò a fare immersioni e rimase affascinata dalla vita oceanica. Quando tornò a New York voleva fare qualcosa di puro, ed è così che nacquero le sculture di pesci. In seguito, tornando negli stessi luoghi per immergersi, vide i danni ecologici e quella divenne un’altra sua preoccupazione. «Fishman», un ibrido tra uomo e pesce, parla proprio di questo: siamo tutti interconnessi; la vita animale non vale meno di quella umana.

E poi tornò al corpo.
Alla fine degli anni Settanta cominciò a realizzare disegni che affrontavano relazioni difficili, a volte violente, con il corpo. Un’opera di grande formato mostra scarpe accanto a sagome di corpi e pistole. Altri disegni mostrano mani che minacciano corpi, dita che toccano il corpo in modi difficili da leggere, come teneri o violenti. La domanda sottostante è: a chi appartiene il tuo corpo? È una critica che non sembra datata: il ruolo delle donne, la disuguaglianza sociale, il culto del potere. Molto di ciò di cui si occupava è ancora attuale.

Che cosa spera che questa retrospettiva cambi?
Spero che le artiste del passato diventino presenti quanto i loro colleghi uomini, che di smetta di discutere di genere e ci si chieda semplicemente: è arte di qualità? Marisol stessa, quando all’inizio degli anni Settanta le fu chiesto se fosse difficile fare arte da donna, rispose: «Non mi sono mai considerata un’artista donna. Sono semplicemente un’artista».

Marisol, «Portrait of Betty», 1961, The Fralin Museum of Art at the University of Virginia. Bequest of Buzz Miller. The Alan Groh-Buzz Miller Collection. © Estate of Marisol / 2026, ProLitteris, Zürich. Foto courtesy of The Fralin Museum of Art at the University of Virginia

Chiara Caterina Ortelli, 16 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

L’enigmatica Marisol alla Kunsthaus Zürich: «Sono semplicemente un’artista» | Chiara Caterina Ortelli

L’enigmatica Marisol alla Kunsthaus Zürich: «Sono semplicemente un’artista» | Chiara Caterina Ortelli