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Nicola Davide Angerame
Leggi i suoi articoliNegli ultimi vent’anni Cao Fei ha costruito una delle cartografie più lucide e immaginative delle trasformazioni della Cina contemporanea. A differenza della precedente generazione di artisti cinesi affermatasi sulla scena globale negli anni Novanta, spesso segnata dall’esperienza della diaspora e da una posizione transnazionale che osservava la Cina da una distanza geografica e simbolica (come nel caso di Ai Weiwei, Cai Guo-Qiang, Xu Bing o Huang Yong Ping) Cao Fei appartiene a una generazione cresciuta dentro la Cina delle riforme e della modernizzazione tecnologica. Nata a Guangzhou nel 1978 e basata a Pechino, l’artista ha attraversato con i suoi film e le sue installazioni l’evoluzione mediale delle tecnologie, intrecciando critica sociale, estetica popolare, documentarismo e Surrealismo. Dalla fabbrica di «Whose Utopia?» (2006) ai magazzini automatizzati di «Asia One» (2018), il suo lavoro ha osservato come il capitalismo tecnologico ridefinisca il rapporto tra lavoro, desiderio e soggettività.
Con «Dash», la grande mostra che la Fondazione Prada presenta a Milano dal 9 aprile al 28 settembre, questo sguardo si sposta verso un territorio apparentemente arcaico come l’agricoltura, che si manifesta come uno dei laboratori più avanzati della contemporaneità. Attraverso film, archivi, realtà virtuale e installazioni immersive, Cao Fei esplora in «Dash», un progetto a cui lavora da tre anno, l’AI come «Agricoltura Intelligente», dove droni, algoritmi e infrastrutture digitali ridefiniscono il rapporto tra terra e comunità rurali.
Inserita al 29mo posto della Power 100 di «ArtReview» (dopo essere stata settima nel 2021), Cao Fei è oggi una delle figure più influenti dell’arte globale. In questa conversazione riflettiamo con lei su tecnologia, desiderio, spiritualità e futuro delle risorse nell’era dell’Intelligenza Artificiale.
Ha studiato a Guangzhou e vive a Pechino. Com’è cambiata la sua Cina?
Guangzhou possiede una vitalità grezza, una saggezza ottimista e pragmatica per la sopravvivenza. Pechino, invece, custodisce un’atmosfera culturale più ampia, il peso della storia, il linguaggio delle politiche pubbliche e le inquietudini della vita intellettuale. La Cina non è mai stata un’unica narrazione. All’inizio della stagione della Riforma e dell’Apertura, Deng Xiaoping introdusse lo slogan: «La scienza e la tecnologia sono le principali forze produttive». Annunciava l’ingresso della Cina in una corsa alla modernizzazione guidata dalla tecnologia.
Nel suo lavoro del 2006, «Whose Utopia?», aveva esplorato le aspirazioni degli operai. Vent’anni dopo, come sono cambiati desideri e paure?
All’epoca erano sogni molto concreti, come lasciare la catena di montaggio e andare all’università, diventare ballerini o formare una propria band. Con l’accelerazione esponenziale della tecnologia è il desiderio stesso che sembra essere stato sospeso. La domanda è ormai, come resistere all’assorbimento nelle logiche dominanti dell’efficienza e della produttività, e come trovare nuove narrazioni al di fuori di quella tecnologica dominante.
Il progetto «Dash» segna un suo passaggio d’interesse: dagli spazi industriali e logistici all’agricoltura.
«Dash» è la naturale prosecuzione di una traiettoria da sempre presente nel mio lavoro. Oggi, in un’epoca accelerata dalle macchine e penetrata dal capitale e dalla globalizzazione, gli spazi sono ormai strutturati attorno all’efficienza, che siano città o villaggi, magazzini suburbani o campagne. La tecnologia ridefinisce continuamente le relazioni tra le persone e il lavoro e tra le persone stesse. La campagna ha funzionato a lungo come il «retro» della città, ma oggi sta diventando sempre più un nuovo «fronte», un luogo di sperimentazione.
Descrive «Dash» come un’«area archeologica dell’agricoltura contemporanea». In che modo l’archeologia, disciplina del passato remoto, può aiutarci a leggere un presente segnato dalla perdita di memoria?
«Dash» adotta una prospettiva proveniente dal futuro, compiendo uno scavo nel nostro presente. L’archeologo lascia che siano gli strati della terra a parlare. In questo Antropocene iperaccelerato, la logica è quella dell’«iterazione», che porta con sé cancellazione e vuoto. Cerco di marcare in anticipo ciò che è destinato all’oblio: le memorie del terroir, le esperienze tradizionali, l’intimità tra l’umanità e la terra, e anche le complesse relazioni tra esseri umani e tecnologia. Si tratta di testimoniare la loro esistenza, dimostrare che un tempo avevano un significato.
Cao Fei. Foto: Marta Marinotti. Courtesy Fondazione Prada
In «Dash», gli algoritmi e la conoscenza tradizionale non sono considerati in opposizione, ma in risonanza. Che cosa producono insieme?
Nell’estate del 2025, durante un lavoro sul campo nel Sudest asiatico, ho visto una donna pilota di droni agricoli che accendeva incenso davanti a un santuario prima di cominciare il lavoro; aveva anche legato un filo rosso al drone per proteggerlo. Un altro agricoltore aveva portato il suo drone in un tempio per ricevere una benedizione da un monaco, che vi applicò dei talismani, foglie d’oro e recitò preghiere: l’agricoltore disse che dopo il drone funzionava perfettamente. In un mondo tecnologico che appare sempre più astratto e fuori dal nostro controllo, sta emergendo una nuova forma di «spiritualità secolare».
Oggi la figura del contadino sembra trasformarsi nell’operatore di sistemi complessi. In che modo cambia il valore del suo lavoro?
La somiglianza tra i «nuovi contadini» e gli operai della vecchia catena di montaggio è che entrambi sono in prima linea nei sistemi tecnici e devono collaborare con macchine e agenti intelligenti. In passato il lavoro era una produzione fisica, riguardava il corpo. Oggi riguarda il processo decisionale: quando seminare, quale fertilizzante usare o quale drone impiegare? Il valore di questo lavoro risiede nel fatto che la dimensione «umana» resta ancora, almeno per il momento, padrona delle decisioni tra ciò che è controllabile e ciò che non lo è.
Alcuni sostengono che la tecnologia possa essere neutrale, ma per lei appare più biopolitica, riconfigura il potere.
La terra, che nella lunga storia dell’agricoltura umana è stata oggetto di un’intimità profonda, è ormai integrata con le tecnologie dell’Internet delle cose. L’esperienza del contadino tradizionale viene marginalizzata, trasformandosi in una forma di sapere obsoleto.
Qual è la linea etica che non dovrebbe essere superata?
Più l’IA cresce, più limita il nostro pensiero e le nostre azioni indipendenti. Mi allarma il fatto che stia modificando il nostro rapporto con il desiderio, trasformandoci in esseri deprivati di slancio e di creatività. Walter Benjamin parlava di quel vagabondaggio senza meta che è capacità di smarrirsi per ritrovare sé stessi, anche attraverso incontri casuali. Ciò sta scomparendo.
Quanto sono importanti le tradizioni spirituali cinesi nella formazione della sua prospettiva?
Fei Xiaotong, uno dei fondatori della sociologia e dell’antropologia cinesi, ha scritto della nostra credenza: «Siamo molto pratici nei confronti degli spiriti e degli dèi; li veneriamo per assicurarci il bel tempo ed evitare calamità. I nostri sacrifici sono molto simili all’ospitalità, a una negoziazione o persino a una tangente». I contadini che compiono riti per i loro droni non stanno «adorando» una divinità, né sono antitecnologici. Stanno semplicemente usando consuetudini e rituali tradizionali per negoziare il loro rapporto con una forza tecnologica incontrollabile.
Percepisce una differenza sostanziale tra la visione del mondo occidentale e quella della Cina odierna?
La tradizione illuminista occidentale enfatizza una dualità soggetto-oggetto, la ragione come strumento e la natura come bersaglio. Crescendo nella regione meridionale del Lingnan, sono stata immersa in tradizioni in cui gli antenati sono venerati come spiriti. I rituali sacrificali legano le persone tra loro, con i propri antenati e con tutte le altre cose. L’essere umano non è il padrone del mondo, è l’anello di una catena genealogica che collega tutti i viventi con i propri defunti e con le loro generazioni future, tra riproduzione ed eredità.
Ciò è molto etico.
Mi viene in mente un antico detto: «Non è il grano a essere fragrante, ma la virtù del cuore» dal Libro dei Documenti (testo cardine del Confucianesimo, Ndr). Rivela il nucleo della credenza cinese: il rituale in sé non è lo scopo, ciò che conta è la sincerità e la riverenza che collegano l’essere umano agli antenati, al cielo e alla terra.
Uno still dal video «Dash», 2026, di Cao Fei. Courtesy dell’artista, Vitamin Creative Space, e Sprüth Magers
Cao Fei, «Oz 05», 2023. Foto della serie «Oz». Courtesy l’artista