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Ndayé Kouagou, «A coin is a coin», 2022

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Ndayé Kouagou, «A coin is a coin», 2022

L’instabilità del reale nell’opera di Ndayé Kouagou

Alla Collezione Maramotti la prima personale italiana dell’artista che crea conversazioni e poi traduce questi dialoghi in diversi media e formati: performance, video, installazioni

Nicoletta Biglietti

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Spesso si dice che il cambiamento sia la chiave. Ma per quale porta, per quale altrove? Forse per quello che non vediamo ancora. Per i mondi sospesi tra realtà e immaginazione, dove le certezze si sgretolano. Uno spazio «incerto» in cui si muove Ndayé Kouagou con la sua prima personale in Italia allestita alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia dal 3 maggio al 26 luglio, in occasione di Fotografia Europea 2026. L’artista crea un’esperienza narrativa ludica ed esistenziale insieme. Conduce il visitatore attraverso un percorso senza meta, dove i punti di riferimento sfumano, si deformano o scompaiono del tutto. Il percorso espositivo riunisce opere recenti e lavori realizzati appositamente per la mostra, tra cui una nuova produzione ispirata al fotoromanzo. 

«Cerco la libertà, racconta Kouagou, creo conversazioni e poi traduco questi dialoghi in diversi media e formati: performance, video, installazioni». Kouagou tocca le corde della coscienza e dell’inconscio attraverso dialoghi, monologhi, domande e affermazioni che sfuggono a ogni definizione. La sua pratica creativa si muove tra arte visiva e performance – spesso abitata da un alter ego – ed è attivata dal linguaggio: testi apparentemente familiari, confusi e ironici diventano il nucleo dei suoi lavori, rivelando l’instabilità delle parole, gli slittamenti di significato e la loro opacità connaturata alla comunicazione mediatica e interpersonale. In questo labirinto di segni, la sua ricerca dialoga con le radici dell’arte concettuale di Joseph Kosuth, ma ne sposta l’indagine verso le retoriche contemporanee della cultura digitale. L’uso dell’alter ego e la messa in scena del sé richiamano le esplorazioni identitarie di Cindy Sherman e Adrian Piper e vengono calate nel presente iper-mediato. Un territorio che condivide con le visioni critiche di Hito Steyerl o le derive digitali di Ed Atkins, dove l’ironia e il disorientamento sono strumenti per interrogare la verità. Come nelle performance di Bruce Nauman o nei gesti malinconici di Bas Jan Ader, l’assurdo emerge come unica risposta possibile a un’esistenza che sfugge a ogni definizione. Ogni opera è una soglia, un invito a interrogare il reale, potenziale o immaginario che sia. Le sue creazioni innescano riflessioni sulla vulnerabilità e sulle dinamiche di potere, insinuandosi nei paradossi della società contemporanea. La sua ricerca non indica strade sicure, invita a perdersi, a confrontarsi con l’instabilità del linguaggio, con l’opacità delle parole, con la fragilità delle verità che crediamo di conoscere. La sua poetica accende il dubbio. Crea punti di tensione emotiva e intellettuale che restano con lo spettatore anche dopo aver lasciato la sala. Il cambiamento è la chiave. Un invito a mettersi in gioco, a esplorare senza certezze, a confrontarsi con l’instabilità delle parole e del reale che ci circonda.

Nicoletta Biglietti, 02 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

L’instabilità del reale nell’opera di Ndayé Kouagou | Nicoletta Biglietti

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