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Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliConcluso il restauro del Trittico di Spinello Aretino raffigurante «La Madonna col Bambino in trono, quattro angeli e santi», dipinto, firmato e datato 1391 in un momento di frequenti spostamenti del pittore tra Firenze, Pisa e Lucca e cruciale per la ricostruzione della sua carriera. L’opera fu commissionata dal mercante lucchese Paolino di Simonino di Bonagiunta per l’Oratorio di Sant’Andrea a Lucca, cui rimanda la scelta stessa dei santi che figurano: Paolo, il nome del committente, Giovanni (Battista) e Matteo, quelli dei suoi fratelli che furono poi gli esecutori testamentati della committenza, attuata come da lui stabilito dopo la sua morte, e Andrea, cui è dedicato l’Oratorio a cui il trittico era destinato. Nei tondi superiori sono i profeti Geremia e Mosé.
Il dipinto, che fu studiato in particolare da Angelo Tartuferi, fece ingresso nella Galleria dell’Accademia nel 1850, dopo un tentativo fallito di esportazione all’estero a seguito di una vendita illecita da parte del collezionista Tomei, a un barone ungherese, Sámuel Festetics de Tolna. L’acquisto fu bloccato dal governo granducale che riconobbe l’importanza e il prestigio che il Trittico avrebbe arrecato ai musei fiorentini. Così, nonostante il suo stato di conservazione presentasse alcuni danni specie in corrispondenza della figura della Vergine (già rilevati come non troppo seri nella relazione del 1846 di Luca Bourbon del Monte, allora direttore delle Gallerie), l’opera fu acquistata per 200 scudi, come si legge nei documenti d’archivio studiati da Elvira Altieri, funzionaria storica dell’arte che ha curato, insieme a Eleonora Pucci, restauratrice, l’esposizione temporanea dedicata al dipinto.
Qui vediamo documentati, in un video, le varie fasi del restauro (fino all’11 maggio), in un progetto di allestimento a cura degli architetti Claudio Gerola, Barbara Francalanci e Roberto Lembo. Un’iniziativa, al primo piano del museo nelle sale dedicate alla pittura del tardo Trecento, tesa «a mettere in luce, come osserva Andreina Contessa, direttore generale della Galleria, il lavoro invisibile che si svolge dietro le quinte, un lavoro fatto di collaborazione e di studio; per coinvolgere sempre più visitatori ma anche per sensibilizzare a un turismo più consapevole».
Il primo intervento di restauro documentato è quello del 1888, a cura del pittore restauratore Oreste Cambi «ma era un intervento di carattere conservativo, spiega Eleonora Pucci, riguardante solo la fermatura del colore e il risanamento del supporto ligneo, mentre le indagini odierne ci hanno rivelato una vasta presenza di ridipinture e la riflettografia ci ha mostrato il disegno preparatorio». La pulitura svolta in modo graduale partendo dalla pulitura superficiale delle polveri e particellato per proseguire con la sobulizzazione delle colle e delle vernici, ha riservato notevoli sorprese in corrispondenza del manto della Vergine, come ci spiega Lucia Dori, che col fratello Andrea ha eseguito il restauro: «Al centro del pannello con la Madonna e il Bambino c’era una grandissima rottura con una ridipintura alterata: quando abbiamo visto la ridipintura biancastra abbiamo creduto si trattasse della sotto pittura perché non potevamo pensare che Spinello avesse usato colore cosi chiaro. Poi ci siamo resi conto che invece era una ridipintura a terra verde, alterata. Già dalle prime prove stratigrafiche è emerso un bellissimo manto originale con una stratigrafia molto particolare perché c’è il nero sotto i blu, cosa abbastanza usuale, poi il blu malachite e infine il blu composto da azzurrite e lapislazzuli insieme, cosa molto rara perché di solito i pittori sceglievano o l’uno o l’altro». Il restauro ha restituito leggibilità e equilibrio nella continuità visiva del dipinto, con integrazioni riconoscibili da vicino ma discrete nella visione d’insieme.
Importante anche l’intervento relativo al supporto ligneo, affidato a Roberto Buda con indagini realizzate da Ottaviano Caruso; è stato infatti necessario asportare le traverse, che erano state sostituite a quelle originali, comportando la rischiosa rigidità della struttura, mentre ora le nuove traverse in legno di castagno sono ancorate a un sistema che permette l’elasticità del trittico.
Il Trittico di Spinello Aretino, nella sua interezza, dopo il restauro
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